Il corpo delle altre
Una ragazzina di quindici anni è incinta del secondo figlio. Il primo - avuto a tredici anni - le è stato tolto e dato in adozione. Il secondo lei vorrebbe tenerlo, ma i genitori si oppongono e vorrebbero farle interrompere la gravidanza. Legalmente possono - a quindici anni, a quanto pare, non si può ancora disporre del proprio corpo - ma lei si è rivolta a un avvocato. Succede a Pordenone, che è anche la mia città natale (e infatti sospetto che la legale della ragazzina sia una mia compagna delle medie: quante Laura Ferretti ci potranno essere, a Pordenone, dell’età e disposizione giusta per fare l’avvocato?)
La ragazzina sostiene di avere a cuore i valori della Chiesa e di voler crescere il figlio con tutto l’amore di cui è capace. (In teoria, avere a cuore i valori della Chiesa implicherebbe anche rimandare i rapporti sessuali a un’età più matura, confinandoli all’interno di una relazione matrimoniale in cui far crescere i figli mandati da Dio, ma non sta a me giudicarla.) Il distacco dal primo figlio è stato un trauma, e ora vuole a tutti i costi mettere al mondo il secondo, anche contro il parere dei genitori. L’articolo non dice se la ragazza sia del tutto capace di intendere e di volere, e non elenca con chiarezza le motivazioni (per quanto brutali) dei genitori. Io così, a occhio, direi: se non vuole abortire, costringerla è una violenza. I diritti riproduttivi di ognuno sono sacrosanti: così come difendo chi vuole abortire, difendo anche chi non vuole. Ed è la società a doversi prendere cura anche di questa nuova madre e del suo bambino.
Per una volta, passo la palla: voi come la vedete?