Sorelle d'Italia

il cimitero dei miei balocchi e delle nostre illusioni

L’appartamento nel quale sono cresciuta è situato al secondo piano di una bella palazzina bifamiliare in uno dei quartieri più prestigiosi della città. Un appartamento signorile con grandi stanze dai soffitti alti ed un unico piccolo balcone che dalla finestra di cucina affaccia su un giardino di erbacce di proprietà di uno degli edifici di quello che fino all’anno scorso era l’ospedale pediatrico Mayer.

Quando ero piccola passavo spesso i pomeriggi in quel balconcino fantasticando sulla sorte dei bambini ricoverati in quello che allora era il padiglione delle malattie infettive, ma più spesso me ne stavo lì ad immaginare tutto quello che avrei potuto fare se fossi potuta entrare in quel piccolo giardino e come accade talvolta per alcune illustrazioni dei libri di fiabe, allora sognavo di entrare nell’illustrazione di quel piccolo pezzo di terra per toccare con mano tutto ciò che dall’alto potevo solo immaginare mentre di notte sognavo di entrarci a volte calandomi con una corda dal balcone di cucina altre saltando il grosso muro di cinta che lo delimitava.

 

Poi un giorno, nonostante il fantastico aggeggio ideato da mia nonna per recuperare il bucato che inavvertitamente cadeva giù, mia madre non riuscì a tirare su un tovagliolo al quale evidentemente teneva particolarmente perché per la prima volta spedì me e mia sorella all’ospedale per tentare di convincere qualcuno a farci entrare nel giardinetto.

Hansel e Gretel in missione per conto del tovagliolo. Ricordo ancora l’emozione fortissima che ci colpì quando mano nella mano, un inserviente dell’ospedale ci consentì di solcare il sacro suolo del giardinetto abbandonato e ricordo perfettamente ogni oggetto, ogni pensiero, ogni passo e ogni rumore di quel breve percorso di andata e ritorno con il cuore in gola e la sensazione di trovarsi davvero in un luogo sacro, un luogo da mangiarsi con gli occhi come una ciambella di riso

“hei hai visto? Te l’avevo detto io che quella macchia non era un sasso ma un uccellino morto!”

“e invece quella è la testa della tua Barbie delle Magie e non un pezzo di stoppa come dicevi tu”.

D’altra parte eravamo nel giardinetto abbandonato di un padiglione ospedaliero.

Comunque sia varcare la porticina che ci conduceva in quel giardino, fu davvero come entrare dentro ad una favola, come trovarsi nelle immagini illustrate di un libro, come essere protagonisti del cartone animato preferito o, se preferite, come realizzare un sogno da bambini che poi i sogni dei bambini sono sempre piccole cose.

Negli anni nel giardinetto hanno costruito ora una scala antincendio ora dei grossi cassoni per l’acqua, poi hanno sostituito le erbacce con un grosso ciottolato e hanno spostato nell’edificio adiacente nel quale una volta c’era il reparto di malattie infettive, quello dei laboratori di analisi, ma per me è sempre rimasto il giardinetto della mia infanzia, il luogo nel quale fantasticavo di costruire una casetta di legno e soprattutto di ritrovare tutti i giochi perduti.

Ora che il Mayer è stato spostato altrove, l’edificio è stato abbandonato e qualche giorno fa un gruppo di famiglie rumene senza alloggio, lo ha occupato per andare a viverci. Non c’è acqua né energia elettrica, gli occupanti usano per riscaldarsi taniche di alcool a cui danno fuoco dentro alla struttura abbandonata e chi può compra qualche bottiglia di acqua minerale per lavarsi.

E io ho ricominciato a sognare quel giardinetto questa volta popolato da bambini che non hanno la sfortuna di essere malati ma solo poveri. Un luogo di miseria che per me resterà sempre un posto fantastico.

 

 

 

 

 

11 gennaio 2009
01:13, domenica
Viscontessa
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