Lo sfascio. Un urlo da non spiegare (1)
(Questo è una cosa che ho scritto sul mio blog il 26 novembre 2006, e che è molto importante per me riproporre qui come contrappunto al post precedente di sissunchi. Avrà un seguito.)
Due mesi fa ho aperto questo blog e l’ho tenuto segreto. Prima di renderlo veramente pubblico volevo andare avanti, perfezionare le onde, seguire il ritmo, aggiustare il tiro, ritrovarmici, cogliere il centro. No, non va. Qualcosa mi obbliga a prendere una deviazione - forse lunga, come la schiena. A fare un’aggiunta provvidenziale. Non posso andare avanti se non tiro fuori questa verità atroce concepita nella bugia. Mi si impone questa scelta drammatica e liberatoria. Pubblicare in un post un estratto di quello che è il mio romanzo sfasciato nel cassetto, il mio scheletro preso a schiaffi nell’armadio. Tenuto nascosto - come il primo vitigno del blog - più a me stessa che ai miei cari, che tutto sapevano, mentre io mi vedevo raccontare da fuori. Per il solo fatto di non essere morta ammazzata mi sentivo cinicamente invincibile, convinta com’ero che non potesse esistere niente di peggio del già visto e sofferto, dell’essermi fatta vivere. Dopo cinque anni di funambolismi la narratrice urlante e la scrittrice afasica si ricongiungono, e ora mi divento visibile, consistente. Non so perché l’ho deciso in queste notti. O forse sì. Non so, non so quanto di questo sfascio mi sia ancora rimasto dentro, se ne sia uscita veramente, se sia in grado di rappresentarlo. Non c’è svelamento, solo un tentativo attorcigliato.