Finché c’è bile, c’è speranza
Cara Irene,
Ti rispondo di getto, perché certe risposte vanno date subito, di pancia. Ci domandi che cosa ci dia la forza, e io ti dico che non lo so. Perché questa forza non ce l’ho più, forse.
Negli ultimi quindici anni ci hanno preso tutto. La speranza di un paese civile, la fiducia nel progresso, nell’ottenimento di nuovi diritti civili, nel cambiamento e nel miglioramento del nostro mondo e di quello che ci sta intorno. Lo dico principalmente da cittadina femmina, ovvero da cittadina senza cittadinanza. La mia voce, in questo paese, non conta nulla. Mi viene detto quotidianamente quali dovrebbero essere i miei bisogni – maternità, famiglia, domesticità, le gioie quiete delle quattro mura – e poco importa se questi siano davvero i miei bisogni, e non quelli che da sempre si associano al mio sesso. Mi viene detto che qualsiasi altro mio desiderio è secondario a questi bisogni millenari, e ad essi deve essere sacrificato. Mi viene detto che il mio destino si gioca fra l’obbligo di essere bella e quello di essere servile. Nulla mi viene domandato, nulla mi viene offerto, e le mie proteste vengono minimizzate, trattate come sfoghi premestruali, ché si sa, voi donne in quei giorni lì. E a me viene voglia di scendere per strada urlando "Ma io ti mordo le chiappe, porcatroiaaaaaa! Ti stacco i glutei e ci gioco a rugby!", ma appunto, noi donne in quei giorni lì e anche in quegli altri… e tromba! E stai a casa! E sii serena! E sei sempre incazzata! E che c’avrai da protestare!
Quello che si dice che Dio abbia detto a un tizio dall’aria inquietante conta più di quello che voglio io per me. E la chiamano libertà.
Negli ultimi quindici anni, la voglia e la grinta sono andate scemando. Ci stanno riuscendo, a piegarci: presto non faremo più domande, saremo soffocate dallo sconforto, e scivoleremo via, nel silenzio.
Poi ogni tanto arriva qualcuno di molto giovane che si dichiara colpito. Che ti fa capire che non ci aveva mai pensato, che questa cosa che hai detto le ha aperto un mondo nuovo, e che ci rifletterà. Scrivi una mail al gruppone di autrici, escono idee, cose, vibrazioni di positivo. Ci diciamo che forse non vedremo un mondo nuovo, noi, ma possiamo lasciarne uno leggermente migliore alle nostre figlie.
O semplicemente, per noi smettere di lottare significa morire, e non siamo ancora pronte a morire.