L’amore per colpirsi meglio
Io, dunque, mi sono presa un prepotente. Ma me lo sono presa dopo averne soppesato la fragilità, certa di non correre nessun rischio.
L’ho preso e l’ho fatto sentire a suo agio, accolto. Qualche volta gli ho piantato dei capricci ma, di fondo, ha sempre sentito di potersi fidare, di potersi scoprire senza paura. "Sei senza sovrastutture…", mi diceva stupito. Sentendosi a suo agio, è stato se stesso. Prepotente, quindi, ma di una prepotenza garbata, da lavoro ai fianchi, benché troppo ingenua per essere sottile: "Voglio che ti piaccia il vino frizzante e la musica classica, voglio che ti abitui a tenere RaiTre sempre accesa. Ti regalo una radio, te ne regalo due. Arrivo da te e la accendo, ma che musica senti? No, con i tuoi amici non vado d’accordo. Mi pare sempre che ti vogliano proteggere da me, mi sento soppesato e li mando al diavolo. Il tuo collega, per poco non lo meno in piazza delle Vigne, e pazienza se abbiamo 60 anni a testa. A volte dici delle parolacce e non dovresti, non è femminile. Il tuo blog mi pare un’indiscrezione, nel mio mondo non è ben visto parlare a un pubblico dei fatti propri. E la tua amica che si inalbera nel sentirmelo dire è un’aggressiva, non mi è simpatica e non voglio più vederla. Andiamo dai miei amici, piuttosto: te li faccio conoscere. Ah, sei con la tua amica? Quando finisci con lei raggiungimi all’aperitivo, voglio presentarti le mie persone care. Sì, ho detto quando finisci con lei." Ed è che questo è il suo modo di volere bene, semplicemente. Uno non è ciò che è per cattiveria, si è fatti così. Si è ciò che si può.