Il personale, il politico e il parrucchiere.
All’epoca in cui frequentavo giri di donne omosessuali, c’erano due discorsi che mi rendevano idrofoba.
- "Ah ma guarda io non le sopporto le camioniste, quelle che non capisci se sono maschi o femmine, se noi lesbiche abbiamo una brutta fama è anche colpa loro, se si curassero di più ci accetterebbero di più."
- "Ah ma guarda io non le sopporto quelle tutte femminili, che non capisci se sono etero o lelle, e quelle che poi dicono che sono bisessuali, cosa credono che ci accettino perché ci mettiamo il rossetto?"
E io, campionessa di parcheggio minivan con tacco, piantavo su il sorriso ereditato dalla zia Carmen per le situazioni sociali noiose e cercavo altri lidi.
Avrei dovuto trarne una lezione, non mi troverei a corto di parole oggi.
Perché le uniche parole che mi vengono in mente, ora, sono: ragazze, stiamo affondando. Puntiamo all’essenziale.
Sei disposta a rispondere per le rime a quello che ti fischia per strada e a spiegargli (magari è convinto, eh) che no, non ti fa piacere? Sei pronta a rimbeccare l’amica di famiglia che sottintende che non sei veramente donna se non fai figli? A raccontarle del prossimo referendum (ci sarà, prima o poi)? A snocciolare statistiche sulla procreazione assistita al pranzo di Natale? A non ridere alle battute maschiliste di quel signorino anche se è tanto piacevole alla vista? A non dire che quella lì che è stata violentata un po’ se l’è cercata? A batterti anche per quella che con quel velo scuro ti fa un po’ paura?
Bene, sei delle nostre. (Scrivendo dall’Inghilterra, aggiungerei: "Cuppa tea, anyone?")