Dimmi quando
L’8 marzo mia mamma e mia zia, che negli anni ‘70 facevano parte di un collettivo femminista, si scambiano le mimose. E’ un gesto simbolico al quadrato, dato che condividono lo stesso giardino e pure lo stesso albero di mimose.
Del femminismo degli anni ‘70 uno dei miei pochi ricordi sono i libri della collana Dalla parte delle bambine: Arturo e Clementina, Rosaconfetto, La vera storia dei bonobo con gli occhiali e Le cinque mogli di Barbabrizzolata. Libri militanti che partivano dalle riflessioni di Elena Gianini Belotti sui modelli che venivano proposti alle bambine e, un po’ ingenuamente, proponevano modelli femminili contestatari e il gioco era fatto.
Non ho ricordi particolari legati all’8 marzo, che non ho mai festeggiato fino al 1993. Ero in quinta superiore e le mie compagne di classe mi propongono una pizza fra donne. Accetto controvoglia, più che altro per non fare la figura della snob. Una volta arrivate, una delle mie compagne è particolarmente entusiasta ed euforica perché finalmente poteva uscire senza il fidanzato. Ripeto: anno 1993, Rimini (non una grande città ma nemmeno un paesino fra i monti), la mia compagna di classe ha 19 anni, fa la stagione da quando ne ha 14 ed è bravissima a scuola, pure brillante in certe materie. Però il suo primo ragazzo non vuole che esca da sola, perché non si fida di lei: lui però può uscire eccome con i suoi amici, tutti i venerdì sera, serata che lei a questo punto è costretta (?) a passare in casa. Segue feroce discussione tutte contro tutte dove la maggioranza è dalla mia parte, ma con vari distinguo (tra cui l’epocale il mio moroso mi lascia uscire da sola ma solo con jeans e maglione assolutamente no la minigonna).
Ecco, il mio moroso mi lascia uscire solo per la festa della donna è per me la pietra tombale sull’8 marzo. E ancora non andavano di moda gli spogliarelli maschili.
E voi, avete un momento preciso in cui avete cominciato a pensare che la festa della donna era una ricorrenza sputtanata?