Propongo una legge e la recensisco
Nei reati a sfondo sessuale la Legge impone all’offensore una terapia riabilitativa che abbia durata pari alla gravità del reato. La terapia verrà condotta da un medico specialista, quale psicologo, che aiuterà il colpevole ad identificarsi con la vittima. Le sedute avranno luogo in centri di accoglienza per donne vittime della violenza, dove il responsabile del reato potrà partecipare a sedute di gruppo fra donne che hanno subìto violenze sessuali. Il colpevole dovrà altresì rendersi utile alla comunità femminile svolgendo lavori di volontariato in ricoveri per donne, ospedali, carceri e fabbriche. La terapia obbligherà il colpevole, per tutta la durata imposta dalla pena, a stare in stretto contatto con le donne, a cercare di identificarsi con la parte lesa. La legge impone, inoltre, l’utilizzo di cinture di castita durante tutto il periodo riabilitativo.
C’è chi dice che la zoofilia e la pedofilia siano disturbi della sessualità e che, come tali, vadano curati. Questi sono solo due dei casi in cui il colpevole di un crimine può aspettarsi due tipi di reazioni: la compassione oppure il violento allontanamento dalla società civile. Chi compatisce un pedofilo spesso ricorre a frasi come “Poverino, è malato” e si chiede se forse un’accurata terapia non possa resistuire alla società un individuo sano con sani principi morali (e sessuali). Chi invece è più portato al secondo tipo di reazione sceglie una soluzione drastica e permanente: la castrazione chimica. Ma in mezzo alle due cose cosa ci passa? Si può davvero compatire o eliminare del tutto un uomo?
Nei reati di violenza sessuale alle donne la faccenda è, paradossalmente, più complessa. Non esiste nemmeno un termine per definire “scientificamente” uno stupratore. Ci siamo abituati all’idea che chi stupra le donne non sia necessariamente un individuo malato, anch’egli vittima di disturbi sessuali che possono essere curati fuori dalle mura carcerarie. Nella società del “punire a tutti i costi” non viene considerato che uno stupratore che ha passato gli ultimi cinque anni in galera possa tornare a violentare una donna spinto da un impulso istintivo e irrefrenabile che nemmeno la minaccia di un ergastolo può reprimere. Cosa è la galera in confronto ai malati impulsi della mente? La legge appena approvata ci consiglia di stare nel mezzo: nessuna compassione e nessuna eliminazione, ma un tentativo da parte del colpevole di reinserirsi nella società e un tentativo da parte della società di accogliere il colpevole. Stiamo forse parlando di vane speranze? Si può davvero tentare di riconciliare uno stupratore a un’idea sana del sesso? E’ davvero possibile, in tempi ridotti e sotto vigilanza medica, identificarsi con le donne (tentativo che qualche individuo sano ha cercato di fare senza ottenere risultati decenti)?
Ma soprattutto: quanto le donne che hanno subìto violenze sessuali si sentirebbero a loro agio con un ex violentatore a fianco pronto ad ascoltare le loro storie? Non si sentirebbero forse minacciate? Non si sentirebbero forse umiliate da quella presenza? La risposta della legge a queste domande è debole, ma sicuramente meno discutibile della tanto chiaccherata castrazione chimica. Chi svolge la terapia riabilitativa è obbligato ad indossare la cintura di castità durante tutto il tempo della riabilitazione. Un’idea che fa sorridere, senz’altro, che fa tornare indietro sino al Medioevo quando le cinture si usavano davvero, ma che non può prescindere dalla serietà della questione: l’organo genitale maschile non è per sempre eliminato, ma temporaneamente messo fuori servizio almeno fino a che il colpevole non sarà giunto ad una completa guarigione. Guarigione. Punto chiave della questione e della legge: si dà per scontato che la violenza carnale sia frutto di una malattia mentale e che, come tale, possa essere curata. La scienza non ha fornito risposte in merito, eppure non possiamo non chiederci se forse non sia un’idea percorribile quella di considerare uno stupratore come un malato che ha bisogno di cure. A differenza della galera, che non estirpa l’infezione ma la placa o addirittura l’accresce, la terapia riabilitativa cerca di eliminare del tutto la malattia e di rendere inoffensivo l’individuo utilizzando metodi “dolci”.
Come dire: una seconda possibilità non si nega a nessuno. Hai fatto qualcosa di sbagliato e ti insegno a rimetterti sulla giusta via. Comportamento giusto, certo, degno di un paese civile e compassionevole. Ma cosa succederebbe se la cosiddetta terapia non funzionasse? Se un ex stupratore redento tornasse a colpire nel buio dei vicoli? Si ricomincerebbe forse un’altra terapia? Non sarebbe forse il segno che la proposta di questa legge è tanto giusta moralmente quanto sbagliata nell’applicazione? La legge, in merito, non dà risposte. La minaccia di una terapia scoraggerebbe la violenza sessuale quanto la minaccia di futuri anni in prigione? Francamente credo di no. Eppure non riesco a non pormi ancora un’ennesima domanda: meglio punire o meglio guarire?
(Articolo pubblicato sull’ultimo numero di "Giudizio Universale")