Una vita o due?
Bene. Ora abbiamo un ritratto completo della donna assassina, sventata e criminale che decide di abortire. E’ una trentenne con due figli e sarebbe stato difficile immaginarne un’altra più lontana dal modello della femmina in calore, tutta sesso, notti in bianco, un uomo qui e un altro lì, che da due anni viene urlato dai più fieri antiabortisti. Una malattia le impedisce di avere altri figli: una gravidanza in più significherebbe la morte. E dopo aver preso la pillola ha fatto quello che tutte le madri fanno: ha firmato per correre a casa dai figli e evitare che si accorgessero di qualcosa. Davvero il ritratto di un’assassina, una sventata, una criminale.
Non si poteva immaginare nulla di più diverso perché se si andasse a parlare con le donne che entrano negli ospedali nella maggior parte dei casi si scoprirebbe sono costrette a interrompere le loro gravidanze perché hanno dei motivi validi, validissimi per farlo. E quindi era normale che a pescare una carta a caso dal mazzo, non sarebbe stata quella dell’assassina, della sventata o della criminale.
Non che non ci siano quelle donne. Esistono, nessuno vuole negare l’evidenza, ma sono un’esigua minoranza e rendendo più difficile la possibilità di abortire non si risolverebbe il problema. Le donne che decidono di abortire lo fanno perché costrette, oppure davvero pensiamo che per loro sia un divertimento andare a farsi raschiare o subire perdite di sangue per giorni?
Se hanno deciso di farlo nulla potrà far loro cambiare idea, se l’aborto sarà meno accessibile l’unico risultato sarà consegnare queste donne al metodo clandestino più in voga in quel momento. Metodi di gran lunga meno sicuri di una borto chirurgico o farmaologico. Metodi che alla fine impongono una domanda: è eticamente più corretto perdere una vita o rischiare di perderne due?