La nuova pazienza
Cercare la parola “pazienza” sul vocabolario significa trovare una cosa tipo: sopportazione stoica delle offese, dei dolori e delle sofferenze. Una virtù catastrofica che, nel dizionario dei sinonimi e contrari, è legato al termine “patire”. Per questa mancanza di appeal, forse, la pazienza, nei tempi andati una delle virtù femminili che andava a braccetto con la mitezza e la gentilezza, è qualcosa che non si trova più. Mi rendo conto che i tempi sono cambiati. Pochi giorni fa c’è stata una rivalutazione del silenzio. Provo a invitare tutti a una rivalutazione della pazienza, virtù dimenticata. Troppe volte mi trovo circondata da persone aggressive che non parlano ma ti abbaiano contro e confondono la pazienza nell’ascolto con l’assenza di idee in proposito o, peggio, di mancata reazione alle cose. Mia nonna, furba donna dei tempi andati, non smette mai di citare il detto: “si prendono più api con un po’ di miele che con un barile di aceto”: un poco di pazienza, di silenzio, di gentilezza, aiuta a vedere le cose da un punto di vista diverso e magari trovare anche una strada per tentare dei cambiamenti. Da quello che ho potuto osservare, talvolta, le grandi storture, le grandi pazzie, nascondono grandi disagi. Distinguere le parole della pazzia da quelle del disagio richiede una buona dose di pazienza. Essere pazienti al giorno d’oggi non significa sopportare stoicamente ma usare il sangue freddo della sopportazione per ascoltare attentamente e reagire in maniera consapevole alle cose. Le parole sono facili da scrivere: ci sono periodi della vita in cui non si può fare a meno di essere arrabbiati o, semplicemente, impazienti, e non si ha calma e sangue freddo per niente. Passerà. In quei momenti s’incontra sempre qualcuno che dice: suvvia, porta pazienza!