La prima pietra
Sakineh Mohammadi Ashtiani è solo l’ultima di una lunga serie di donne che rischiano di morire a causa del sesso. Per averlo fatto, essere state sospettate di averlo fatto, avere ispirato pensieri sessuali, o semplicemente perché sono donne, e le donne servono a quello, punto. Nel caso specifico, il rischio per lei è di inserirsi nell’enorme archivio delle lapidate per adulterio. La pena, per chi non lo sapesse, funziona così: si viene interrate fino al collo, e poi colpite ripetutamente con sassi e pietre fino alla morte.
La comunità internazionale non è costante sulla questione, ma si muove se un caso specifico riesce ad arrivare all’attenzione dei media. L’obiettivo è mobilitare le coscienze contro gli abusi di un paese teocratico, dando ripetutamente segnali di solidarietà nei confronti di persone che rischiano di morire per qualcosa che in Occidente viene considerata una libertà personale inviolabile. Firmare l’appello di Amnesty International non costa nulla ed è un piccolo contributo a far sentire la propria voce.
Il rischio, in questi casi, è di scaricare la colpa sulla religione islamica tout court, piuttosto che sull’uso distorto che se ne fa a scopi politici. Un po’ come quando si scarica ogni responsabilità per quello che in Italia non funziona sul cattolicesimo, identificandolo nella Santa Alleanza fra governo e gerarchie vaticane. Prima ci rendiamo conto che il Vaticano agisce secondo politiche che non hanno nulla a che vedere con la fede cristiana, meglio è per tutti. Tuttavia, la questione è seria, e andrebbe discussa prima di tutto con chi, per cultura, discendenza o scelta personale, ha abbracciato la fede islamica. Le donne, in particolare.
Nelle foto che circolano di lei, Sakineh Mohammadi Ashtiani indossa il velo. Non voglio fare il discorso massimalista del velo come repressione della donna, Islam cattivo occidente buono buu. Vorrei che chi lo indossa, per prima, si rendesse conto che fra nascondersi all’occhio del maschio ed esibirsi per il maschio non c’è la minima differenza: sono due opposti che si toccano, è la relativizzazione del sé rispetto al giudizio dell’altro. Ieri ero in un centro commerciale, vicino a me da Zara una donna in niqab guardava i vestiti con interesse.
Ogni volta che mi succede provo un senso di vergogna, come se il mio stare scoperta fosse impudente. Allora mi fermo a riflettere sull’origine di questa insensata vergogna, che un uomo non prova mai: un uomo non si sentirà mai squadrato con desiderio o astio, non avrà mai la sensazione di essere troppo coperto o troppo poco, di esibire parti del corpo giudicate provocanti o di doverle coprire per non attirare l’attenzione. Il niqab è dentro di me nel momento in cui qualcuno mi fissa con insistenza, perché fissare le donne con insistenza è considerato normale, perfino complimentoso. Si dà per scontato che ogni centimetro di pelle esibito sia un invito esteso all’universo maschile nella sua interezza, prendete e mangiatene tutti. Per alcune lo è. Per altre, moltissime altre, no.
Ovviamente è più semplice cedere e coprirsi che vestirsi come si preferisce e rivendicare il proprio diritto a non essere considerate demanio pubblico. Chi porta il velo tratta il suo corpo come un territorio da difendere, recintato da un pezzo di stoffa che ne garantisce l’inviolabilità. Non mi scopro, quindi tu non hai il diritto di considerarmi provocante e di giudicarmi in quanto tale. Si pretende così di tagliare il sesso fuori dall’equazione dei rapporti sociali, con il risultato invece di vederlo incombere su tutto. Ogni contatto fra estranei diventa potenzialmente sessuale, o interpretabile come tale. L’idea stessa del sesso è condannata e condannabile. Figuriamoci la sua applicazione.
E crediamo davvero che questo non ci riguardi? Ogni volta che giudichiamo la condotta sessuale di una donna da quello che indossa, anche noi diamo il nostro contributo a una forma di repressione. Ogni volta che usiamo la condotta sessuale, effettiva o presunta, di una donna per disprezzarla. Ogni “troia” che ci scappa di bocca è una pietra.
Firmiamo per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Rispettiamo la libertà delle nostre vicine.
“Ogni volta che giudichiamo la condotta sessuale di una donna da quello che indossa, anche noi diamo il nostro contributo a una forma di repressione”
Quanto sono vere queste parole.. E spiegarlo alle persone è difficilissimo. Neanche a dirlo, soprattutto agli uomini. Non capiscono, non vogliono capire. Si ostinano, non possono rinunciare alla propria “libertà” di giudizio sugli altri, al senso di potere che deriva dal giudicare l’altro (le donne) ed essere contemporaneamente intoccabile (in quanto uomo) alla stessa logica di giudizio.
Io invece credo che la colpa sia proprio delle religioni, cattolicesimo o islam, non importa.
La religione è l’oppio dei popoli. ovviamente le persone religiose posono essere buone o cattive come chiunque altro, ma la religione, ogni religione, rimane una menzogna basata sulla paura della morte
Ciao Giulia,
… da una vita e mezzo
Andiamo subito al dunque. Tu scrivi: “Chi porta il velo tratta il suo corpo come un territorio da difendere, recintato da un pezzo di stoffa che ne garantisce l’inviolabilità. ”
Giulia, no.
Chi porta il velo non fa altro che adempiere ad un precetto divino. Un precetto come qualsiasi altro… niente di più, niente di meno.
Faccio la preghiera, non mangio maiale, non bevo, non fumo, non dico parolacce, porto il velo.
Non c’è da scervellarsi tanto…
Non ricordo se ne avevamo già parlato oppure no.
Certo, a volte il simbolismo ( e soprattutto il bisogno di identità) riesce a sopraffare anche le musulmane… ma una musulmana matura porta il velo solo per Dio.
Approfitto per segnalarti un link alternativo sulla questione Sakineh e sulla strumentalizzazione che è stata fatta della vicenda:
http://www.stampalibera.com/?p=15539
Personalmente non ho fatto nessuna ricerca sul caso, però bisogna ammettere che su questi temi si tende sempre a fare un sacco di retorica vuota e molto poco a raccontare la verità così com’è.
baci







2012