Una modesta proposta
Cara donna che mi leggi,
è giunto il momento di fare un certo discorso. In termini chiari, se non anche un po’ brutali. Da donna a donna. Perché questi sono tempi amari e l’ipocrisia regna sovrana.
Quante volte ti sei preparata per uscire, magari una sera, e hai scelto appositamente quella minigonna, quella che ti mette in evidenza le gambe, i polpacci torniti, le cosce snelle conquistate dopo regimi alimentari estenuanti? Quante volte hai fatto determinate scelte attingendo dal tuo armadio per attirare lo sguardo su di te? Non mentire, ché lo so bene, lo so. Anzi, ti dirò di più, quando sei entrata in quel negozio e hai misurato quella minigonna sapevi benissimo che l’avresti indossata per renderti seducente.
E adesso cosa vorresti ribattermi, sentiamo, che magari vuoi sentirti libera di indossare quello che più ti va? O che forse il tuo modo di porti non deve andare ad articolare un pregiudizio sessuale nei tuoi confronti?
Mia cara, sbagli di grosso, lascia che te lo dica. Se tu esci, consapevole della tua bellezza enfatizzata da ore di prove trucco e vestiti, tu rischi. Perché l’uomo se da una parte è cacciatore, e non puoi contestare questa verità ancestrale, dall’altra è anche animale. Ti vedo che ridacchi. Ma cosa ridi. Non lo sai che l’uomo è animale dentro e cacciatore fuori?
E non farti fregare da quelle chiacchiere assurde femministoidi. Fosse per quel manipolo di mezze matte oggi saremmo estinti, te lo posso assicurare. I tempi non sono cambiati, sono sempre essenzialmente gli stessi. E chi può farcela secondo te nella lotta per la sopravvivenza? La razza biologicamente inferiore? Che ogni mese perde sangue? Ma su, come puoi pensare una cosa del genere. Sopravvive la razza più forte. Che non è necessariamente quella che si adatta ai mutamenti, ma quella che, istigata dall’urgenza della selezione naturale, cerca di tramandare profusamente il proprio gene, in pratica, anche senza un benestare esplicito.
Beh non è una gran cosa l’accoppiamento senza benestare esplicito, concordo. Magari puoi prenderci anche qualche cazzotto nel corso dell’avvicinamento, diciamo. Ma, amica mia, devi capire che tutto questo non va biasimato. Non è nient’altro che la natura primitiva che ruggisce dentro i jeans. È il fremito animale che il tuo passaggio profumato provoca consapevolmente.
Non è neanche colpa tua, del resto, se hai il cervello pieno di capriccetti. L’autonomia, l’autodeterminazione, l’autogestione. Troppi auto a cantar non fanno giorno, fidati.
Invece, io una modesta proposta ce l’avrei. Facciamo firmare a tutte le donne che escono di casa un consenso informato.
Io sottoscritta …
dichiaro di indossare
Stivale/Scarpa tacco … cm
Gonna lunghezza … cm o pantalone aderenza minima – media – massima
Scollatura frontale – dorsale di … cm
Trucco tendente al nero – altri colori – naturale
Prendo visione dei potenziali rischi connessi e dei benefici derivanti dal tornare definitivamente a casa o optare per un cambio d’immagine.
Data e ora
Firma
Alla fine basta davvero poco, come vedi, basta un minimo di ragionevolezza.
Cara Sara,
care sorelle d’Italia. Vi seguo spesso, e con grande interesse, da sorella in esilio.
Ho seguito, anche, il dibattito scaturito dal post precedente, e assumo che questo post ne sia in qualche modo una continuazione.
Se non e’ cosi’, se si parla di altro, mi sono sbagliata.
Questo post, personalmente, mi ha irritata, perche’ e’ retorico ma privo di vere argomentazioni, un tipo di discorso frequente in politica, che personalmente trovo detestabile e che quindi mi fa sentire il bisogno di intervenire.
Se posso ripercorrere il ragionamento, Kissakie e altri dicono che:
1. certi comportamenti (stupri) esistono;
2. e’quindi necessario prenderne atto, perche’ il rifiuto di farlo e’ ingenuo e comporta l’adozione di rischi;
3. avendone preso atto, e’ necessario adottare comportamenti che li contrastino con efficacia.
Mi sembra che la discussione sia poi molto accesa intorno ad un punto secondario, ovvero se questi comportamenti siano generati da qualcosa di innato, di appreso o un misto dei due.
questo punto non e’ particolarmente rilevante per se’, a meno che individuarne l’origine non serva ad identificare il deterrente piu’ efficace.
I deterrenti possono essere molti, e mi sembra che nella discussione precedente ne siano stati elencati alcuni: educazione, sensibilizzazione (sui potenziali perpetratori), informazione e rafforzamento (in inglese direi empowerment..dannazione, non so piu’ l’italiano) delle potenziali vittime, e -tristemente, cinicamente, si suggerisce l’ipotesi che le potenziali vittime considerino coscientemente il fattore di rischio nelle proprie scelte-.
Se ne puo’ discutere, ma se si fa bisogna farlo entrando nel merito. personalmente, credo che le varie misure indicate siano complementari, e che la considerazione del fattore di rischio, anche se espressione di una qualche resa morale, sia necessaria. poi posso decidere in piena coscienza di assumere quel rischio perche’ il beneficio di non cedere e’ piu’ grande.
ci sono molti post interessanti che possono essere scritti, sulla fiducia nel prossimo e su altre cose. spero di leggerne, e sono fiduciosa che succedera’.
scusate se ho scritto un messaggio cosi’ lungo, buon lavoro.
Cara prisca,
fai bene a irritarti. A volte le proposte chiare (seppure sempre modeste) vanno a risvegliare punti dolenti, solitamente anestetizzati dalla capacità di dialettica e più in genere da tante tante parole. E le parole accarezzano. E io non volevo accarezzare.
Sai, mi è capitato recentemente di ascoltare ragionamenti molto ma molto peggiori di quelli legati all’uomo cacciatore/animale che effettivamente potrebbe sembrare retorico, ma mi pare un’immagine ancora attuale. E nella vita di tutti i giorni quando non hai un form per commentare e tutto il tempo che vuoi per scrivere e correggere devi reagire in un momento. Puoi usare l’ironia o sguainare eroicamente la spada. Sai però, in cuor tuo, che al massimo potrete arrivare a tollerarvi, tu e il tuo interlocutore, perchè rimarrete sulle vostre posizioni antitetiche.
Ma quando hai uno spazio (come questo) per esprimere la tua visione, puoi scegliere. Puoi scegliere di provocare o argomentare o colpire o addolcire. La modalità, credo, non pregiudica l’obiettivo ultimo, nel mio caso, quello di far riflettere sul ruolo.
Il ruolo potrebbe essere la chiave di volta per discernere le responsabilità di quello che accade senza benestare esplicito oppure il grande alibi dei nostri tempi per giustificare la sopraffazione e per far passare come sicurezze le nostre insicurezze.
Quot homines…
Grande Sara! L’ironia è più potente di un coltello affilato.
Cara Tatalla,
dal mio punto di vista, l’ironia e’ il filo della lama: aggiunge forza al contenuto, e ti serve a farlo passare meglio; ma non deve sostituirlo.
Ora, Sara, io il tuo argomento non l’ho capito. Se ne hai il tempo, me lo rispieghi? Te lo chiedo sul serio, non con una domanda retorica/passivo-aggressiva. Secondo me gli interlocutori intelligenti possono anche cambiare idea, a volte, o accorgersi di stare sostenendo la stessa opinione in modi diversi.
prisca
Cara Sara, credo che le variabili in gioco siano molto più complesse, e per poterne parlare convintamente, dovremmo spogliarci (termine inadatto in questo post, mi rendo conto) di alcune posizioni “politicamente corrette” , tipo le solite per cui se l’interlocutore “maschio” non fa sua diviene inevitabilmente un bruto machista.
Sono un uomo, un padre, un medico e un cittadino, pertanto posso dire di vivere quello che hai scritto nelle sue molteplici sfaccettature, ho messo medico per due motivi, non per millantare una professione, ma per chiarire che l’aspetto del tuo post l’ho vissuto anche nella parte più difficile cioè quella del poststupro e la cosa non è semplice per nessuno ti assicuro, ma fa capire molte cose, e perchè posso capire anche la biochimica dei corpi che non è una casualità.
Come uomo devo dirti che sono assolutamente attratto dal genere femminile, e il vedere forme e colori che codificano la chimica, non mi lascia per niente indifferente (il politicamente corretto vorrebbe che ti dicessi apprezzo il vestito e non il contenuto, scusami ma è una ipocrisia), del resto questo è anche lo scopo del tacco e del vestito, e fa parte di quel teatro che è sano che ci sia, dirò di più mi preoccuperei se accadesse il contrario, ma mentre la cosa resta, nel mio caso, nella piacevolezza estetica, poiché viene immediatamente filtrata dal vissuto culturale e dall’educazione ricevuta, pur avendo le risposte biologiche normali che ogni uomo normalmente sano ha, il tutto ha, nel mio caso, come risultato ultimo un sorriso di compiacimento, ma così può non essere in altri contesti.
Tu potrai giustamente ribattere con un “io porto la gonna come mi pare, il tacco che voglio e la scollatura che più mi aggrada”, assolutamente condivisibile se presupponi l’esistenza di una società uniforme come pensiero, cultura ed educazione, cosa invece da ponderare di volta in volta in una società in cui questa uniformità in realtà non esiste ed è lontana da esistere.
Se una delle mie figlie esce la sera con la sua compagnia e si mette il tacco 12, la gonna leggerina corta e mostra il decolté, mi ritrovo a sorridere non pensando altro che sta benissimo, però se lo stesso abbigliamento lo usasse la sera quando torna in treno dall’università avrei, come padre, qualche pensiero in più, questo significa che esiste un realistico senso della opportunità ed una naturale opportunità situazionale.
Ciò non significa che giustifico lo stupro, oppure lo giudico in fondo in fondo come un eccesso di risposta alla femminilità, e neppure dico che te la sei cercata, anzi è un atto prevaricatore che mi rattrista e mi deprime profondamente, ma sta a significare che la realtà è questa, sbagliata e non condivisibile qunto vuoi, ma è questa, e solo con l’educazione, l’istruzione e l’abitudine a coesistere, abitudine da fare in entrambi i sensi, si possono superare queste barbarie, soprattutto nella consapevolezza delle differenti risposte che i sessi hanno, anche per genetica, ad un atteggiamento apparentemente uguale ed innocuo.
Non dimentichiamoci che la maggior parte degli stupri avvengono entro le mura domestiche, posto dove il modo di vestire entra ben poco, e già questo sposta il problema su piani molto meno estetici e molto più culturali ed educativi.
Personalmente qualsiasi cosa fatta in modo non consenziente o mercificata interessa meno di zero, ma non è il pensiero comune, e non credo si risolva una cosa così grave attribuendo solo colpe o con eccessi di vittimismo, proprio qui chiesi scusa a nome degli uomini consapevoli, che casualmente nascono uomini e non per questo sono delinquenti di default, ma del resto anche le donne nascono casualmente donne e non debbono essere o sentirsi vittime di default, altrimenti non ci si esce.
Mi rendo conto e mi scuso della lunghezza e della poca esaustività della mia risposta, ma sarebbe argomento su cui scrivere migliaia di pagine.
Riccardo.
Io mi imbufalisco al solo pensiero che uno stupratore possa sentirsi giustificato, nelle sue azioni, dall’atteggiamento o dal vestire della donna che ha stuprato. E tuttavia penso che, mettendo per un’attimo da parte la questione dello stupro, molte donne usino purtroppo il proprio potere seduttivo in maniera non del tutto consapevole, o per lo meno contraddittoria, facendo così né più né meno il gioco di quella logica sessista che le vuole il più possibile discinte, provocanti, ma anche oche e possibilmente sempre disponibili; rispecchiando in sé, insomma, i medesimi canoni estetici e di comportamento propri della “cultura” che di fatto le sottomette, e scambiandoli invece per segnali di emancipazione.
Il discorso è parecchio delicato, perché in questo tipo di cose entrano in gioco sensibilità, gusti, percezioni della realtà, dell’opportunità e delle situazioni, estremamente personali e difficilmente codificabili, soprattutto in un mondo dove, come dice Riccardo qua sopra, molte culture differenti, sia in senso sociale che etnico, si incontrano e si incrociano.
E tuttavia questo problema esiste e non si può negarlo.
Quelli che mancano sono modelli femminili forti che siano alternativi a certi canoni dominanti, anche in senso estetico.
Ribadisco comunque, e con forza, che in nessun modo uno stupro può essere giustificato, da alcunché.
grande sara!
Ho già commentato questo post nel sito di Sara, che conosco da tempo e della quale ho sempre ammirato l’arte di saper ragionare.
Capisco, e so, che lo scritto evoca lo stupro come risonanza emotiva. Dopo di questo, vedo che tutti i commenti muovono soltanto da quella risonanza emotiva, o scartandola o ampliandola.
Quella che è stata definita l’ironia di Sara nella pratica è un atto di presa di distanza, nel senso reale della parola. Se ognuno di noi prima di uscire si fermasse a scrivere cosa va a fare, come lo vuol fare e cosa si porta dietro, si staccherebbe un momento dal loop che lo ha fasciato fino a quel momento, potendo anche consentirgli di prendere le distanze da qualcosa che ha imbracciato in un momento contingente e che in quel frangente non esiste più o non ha più valore.
Il problema è che non lo si fa. Zoe ci parla della possibilità che qualcuno si senta giustificato, Riccardo che evoca il contesto per vestirsi in un modo anziché in un altro, sono tutte discussioni che girano attorno all’accettazione del fenomeno e come fare a combatterlo. Quindi, che ci piaccia o no, l’attenzione è sempre lì.
Il taccuino da riempire prima di uscire invece stacca magicamente il focus dalla situazione e la mette al foglio, permettendo così di distogliere il susseguirsi dei processi dalla potenzialità evento-violenza.
Dire che è ironico oppure immorale, ingiusto o cosa è dare una valutazione e poi cos’altro? Mi sembra di sentire un vecchio brano di De Gregori, “Arlecchino”, “mi hanno detto fermati, non mi hanno chiesto mica dove vai”.
Il punto finale è questo. Se dobbiamo partire dall’evento stupro, dobbiamo usarlo ed utilizzarlo in una maniera tale che consenta, prima di tutto, di togliere l’attenzione proprio da esso.
Vi è mai capitato di viaggiare n macchina e di andare in testa coda? Sapete cosa succede se cominciate a guardare il muro che vi sta davanti’ sapete cosa dovete fare per evitare di andare a sbatterci, sapete dove dovete guardare?
Nicola e quindi?
Stupro è una parola solo una parola, che possiamo declinare in mille campi, ma è una parola che esiste ed esiste con un suo alto peso specifico, così come esistono i suoi contorni, le sue conseguenze ed anche i suoi perchè.
Tu scrivi:
“Se dobbiamo partire dall’evento stupro, dobbiamo usarlo ed utilizzarlo in una maniera tale che consenta, prima di tutto, di togliere l’attenzione proprio da esso.”
Puoi spiegarmi questa frase, perché in tutta onestà ammetto di non averla capita, quantomeno il suo senso pragmatico, non è una critica ma l’ammissione di un mio limite.
Riccardo.
Caro Riccardo,
l’espressione è semplice e allo stesso tempo poco importante.
Sto solo dicendo che quello che Sara ha scritto toglie il focus sull’evento e sulle conseguenze perché ci riporta al presente – quindi funziona! – a cosa facciamo e cosa possiamo fare perché ciò che non vogliamo non si presenti.
Le discussioni possono essere costruttive quando forniscono modalità alternative e vie di uscita. I dibattiti rafforzano le polarità. Fare eziologia dello stupro significa trovare nuovi modi per sturare.
Ogni volta che le disquisizioni vertono sul contenuto, finiscono indiscutibilmente per rafforzarlo in tutti i suoi aspetti. Per superare tutto questo è necessario concentrarsi sulla forma che la cosa riveste.
Pensiamo ai rituali e alla trasmissione della sapienza tramite di essi. Quello che si passa è completamente svincolato da ciò che si fa, è la forma non il contenuto. Eppure, a più livelli, questi sono gli insegnamenti migliori, più elastici e validi.
E ora, chiaramente, sarà meno chiaro di prima.
Indiscutibilmente meno chiaro di prima, anche se credo di aver capito il senso di quello che dici.
Ma il pensare di aver capito non è necessariamente il capire, pertanto rimango perplesso e senza troppi punti di riferimento.
Probabilmente usiamo bussole diverse e diversi punti cardinali.
Semplificare, cercare di comunicare l’essenziale, farsi capire nella sostanza abbattendo la forma da vestito buono, sembra che sia diventato difficile ed anche questo è un modo di stuprare, perchè il linguaggio tecnicistico è tendenzialmente prevaricazione quando rivolto a platee non specialistiche.
E’ una cosa che mi fa un poco arrabbiare, parlare in criptocasta fornisce potenza alle parole e le rendono verità per chi è escluso da quel linguaggio, un raffreddone è solo un raffreddore, ma diviene importante se scrivo che probabilmente sei affetto da una infezione di rinovirus (HRV) localizzato nelle mucose aree superiori.
Affermare quindi che l’eziologia o etiologia della parola rafforza la parola stessa e quindi il concetto che questa comprende, ha un senso per alcuni campi specifici, ed ha valenza diversa in vampi quali la psicologia. filosofia o la teologia rispetto alla medicina per esempio, è un concetto che collide con la preparazione pragmatica improntata sempre e comunque alla logica del rasoio di Occam a cui mi sono formato, poichè secondo il tuo concetto parlare di stupro lo rafforza e lo contestualizza invece di decontestualizzarlo.
Credo sia meglio finirla qua, che non mi sembra giusto rubare posto alle sorelle per cercare di capirci ad ogni costo, magari troviamo altri terreni.
Riccardo.
Diciamo che il mio è stato un esperimento. Il post è volutamente aperto e ambiguo, per permettere a tutti di seguire le proprie inclinazioni d’interpretazione.
Vedo che sia Riccardo che Prisca sono effettivamente convinti di un fattore rischio che potrebbe essere manipolato discrezionalmente dalla stessa donna. Ecco, la mia provocazione consiste proprio in questo.
Non è che molto dipenda dall’abbigliamento in realtà (perchè altrimenti, se fosse tutto davvero così coerente, vivremmo in un mondo molto più prevedibile), la questione è che si tratta di una violenza.
E da sempre si cerca di ricondurre questa violenza, per spiegarla e un po’ mitigarne il lato barbarico, ad una mancanza di accortezza nella donna (uh era ad un concerto/ era in giro da sola), ad una colpa atavica sempre e comunque (uh ma sembrava disponibile).
Questo modo di interpretare una violenza sulla donna è figlio di un certo modo di vedere le cose, e questo certo modo è ancora molto condiviso, nonostante sia profondamente inaccettabile.
Un modo per iniziare a cambiare prospettiva potrebbe essere quella di mettere a nudo, impietosamente, la prospettiva da cambiare.
Il consenso informato diventa così, nel suo carattere surreale, neanche troppo inconcepibile.
Sara spero che tu non abbia letto questo nella mia risposta.
Perchè un conto è cercare indulgenze ad un comportamento aberrante altro è prenderne atto.
Ti pongo solo una domanda, buona per tante occasioni e che appartiene al periodo in cui facevo il rianimatore in chirurgia d’urgenza: quando arrivava uno messo male e che immancabilmente aveva preso in pieno un platano con la propria macchina, la domanda era:
Di chi è la colpa?
a) di chi guidava?
b) dell’auto che andava veloce?
c) del Platano che non si è spostato?
Riccardo
ps,
Che fai ci usi come cavie?
Ho molto apprezzato la tua riflessione e anche quella di prisca, ci mancherebbe.
Come ho scritto nel primissimo commento qui, il mio obiettivo era far riflettere sul ruolo.
Nel caso di un incidente però, non è tanto semplice capire il ruolo/colpa del guidatore. A volte l’unica colpa è quella di trovarsi in quel momento sulla strada bagnata. Magari la colpa è di un malore, per dire. I fattori in questo caso possono essere lontani dal controllo razionale.
Ma la violenza di una persona su un’altra persona è certamente cosa pensata. Attribuire quindi un valore alto di responsabilità a chi fa violenza sarebbe davvero un bel passo in avanti. Un passo moderno, se non altro.
(Cavie… che brutta parola!
)
Vero, ma sai per il 90 percento la risposta era era il Platano, anche capire le variabili è un bel passo avanti.
Riccardo.
cara Sara,
Grazie per esserti rispiegata. Ho capito meglio, anche se ancora non condivido. Come Riccardo, ci tengo a chiarire che la mia posizione non e’ assolutamente quella di addossare parte della colpa dello stupro alla vittima, o di trovare attenuanti allo stupratore.
E’, pragmaticamente, domandarmi se una potenziale vittima, consapevole del livello di rischio, puo’ fare qualcosa per ridurlo. Ho lavorato con potenziali -e non- vittime di stupro, e purtroppo l’unica possibilita’che c’era era quella di intervenire sui loro, di comportamenti. Era un contesto particolare, ma immagino abbia condizionato la mia visione.
Non ho capito assolutamente il punto di Nicola, ma pazienza!
prisca
Cara Prisca,
credo che il punto non sia stato capito perché, di tutti i commenti e gli scritti, l’unico che che meta-comunica è quello di Sara. Punto. Basta, Non occorre aggiungere altro. E spesso la metacomunicazione passa inosservata perché è, per sua natura, spiazzante, perché, in quanto aspetto metacomunicativo, definisce il contenuto e il rapporto tra chi partecipa all’attività comunicativa. Tutti questi commenti hanno discusso qualcosa di diverso, cioè il contenuto del post.
E non era questo, a mio avviso, ciò su cui eravamo stati inventati a concentrarci.
Adesso sarò chiaro, di una chiarezza cristallina. Occuparmi di comunicazione è il mio mestiere, del resto.
Cosa propone Sara? Un consenso informato alle conseguenze di tanto “ardire”.
Vogliamo, per una volta, fermarci lì e non andare oltre, cosa che ahimè s’è fatto?
Consenso informato alla violenza. Cioè sono consapevole del rischio che corro e firmando questo foglio lo sottolineo e, da un cero punto di vista, lo “autorizzo”.
È qualcosa di paradossale, ma soprattutto decontestualizzato. Per dargli un significato, tutti i commenti hanno voluto imprimere un contesto. E allora?
Informo che ho dato il mio consenso alla violenza. Quali sono le conseguenze di questo fatto? Molte: che non si può più parlare di violenza subita, che molti altri aspetti vengono presi in considerazione e via discorrendo.
In questo modo platani, porto d’armi e tutto il resto non hanno più motivo d’essere. La riflessione era da fare sul consenso informato, non su cosa si informava con il consenso.
Quello è il salto di qualità. Quello ceh fa Sara, e che non noi abbiamo fatto. Ioper primo.
per cui mi scuso per non aver approfittato di un’ottima occasione per impararare.
Nicola, non sempre chi si occupa di comunicazione ha il dono del farsi capire e questo credo sia un guaio, onestamente non capisco se è il tuo modo usuale di comunicare, o se è un atteggiamento voluto.
Se ti occupi di comunicazione sicuramente il tuo obiettivo dovrebbe essere veicolare concetti e non solo parole e costrutti sintattici ad effetto, tanto più che la metacomunicazione nasce proprio come rottura degli schemi del fraintendimento verbale, cosa che tu proponi nella forma più complicata in tuo possesso.
Se su due persone che hanno letto i tuoi scritti entrambe hanno difficoltà a capire quanto volevi dire, suppongo esista un problema, anche perchè credo che Sara non si sia inventato il consenso informato per finirla lì, e lo ha pure detto.
Quindi due sono le tesi:
A)Il post mette il segno sulla consapevolezza che esiste il problema e punto, quindi paradossalmente sull’accettazione del pacchetto problema in quanto esistente.
B)So che può succedere, lo metto anche per scritto, ma questo non giustifica il fatto che accada e tantomeno deresponsabilizza chi lo compie solo perchè a conoscenza e giocoforza consenziente (non credo sia persona sotto tutela) di quanto può accadere se…, però non dovrebbe accadere (e qui la discussione sul generale ed in particolare sul post di Sara) e per questo provoco con l’invenzione del consenso informato.
A Sara la risposta.
Riccardo
Se la vuol dare ovviamente, mica è un obbligo
Riccardo.
Non ho molto da aggiungere se non ripetere, appunto, che il mio post è aperto proprio per ottenere una varietà di punti di vista.
Ognuno di voi, identifica e offre nei commenti, secondo la propria esperienza e visione, i fattori più pregnanti della situazione.
Magari arriveranno altri commentatori che si soffermeranno su altri aspetti ancora, che adesso non saprei prevedere.
Il fenomeno è certamente complesso e ogni contributo arricchisce e raffina questo mosaico di interpretazioni. E non potrebbe essere altrimenti in un blog del genere
Mi sembra che tutto il ragionamento non riesca a dire granchè, se non cinismo gratuito, che piace tanto perchè fa persona concreta ma che è il principale responsabile del fatto che non si prova più a dire cosa non va per paura d’esser presi per illusi anzichè per persone che la vita vorrebbero godersela e non passarla a fare quello che “gli altri” (ma gli altri chi) hanno deciso contribuendo alle peggiori condizioni della generazione successiva che, non avendo metro di paragone, magari crederà anche di star bene. Se sei ironica sei così ironica che potrebbero prenderti sul serio: l’espediente di riportare semplicemente quanto direbbe un tuo oppositore, coi tempi che corrono e col credito che assumono giono dopo giorno i luoghi comuni elevati ad ideologia che riporti, io non darei per scontato che lo scarto fra un discorso che dia la colpa alle donne e uno che menzioni tali posizioni mettendole in ridicolo venga effettivamente percepito e provochi una risata seppure amara. Possibilissimo che un discorso simile sia reputato degno di applausi anzichè di risa, finalmente sincero e degno di essere preso a modello, ormai. L’errore è quello di molta comunicazione di oggi, che mette al centro dell’obiettivo i vizi umani ma lo fa con un disincanto tale che l’aspirazione a qualcosa di meglio non viene percepita dall’ascoltatore che interpreta tutto a 180 gradi, arrivando a vedere non più una rappresentazione cruda di qualcosa da evitare ma una rappresentazione di normalità di fronte alla quale non si ha più motivo di scandalizzarsi, degna di essere rappresentata come un modello, modello a cui aderirà per la “gioia” di chi voleva invece provocarlo. Inoltre la prima
parte si presta facilmente a tale trattamento, contenendo una forma di uso della critica alla bellezza costruita mirato però non ad una soluzione ma ad una legittimazione di un abuso più grave. Se è vero che è una gran cosa denunciare questo ritorcere la lotta contro l’attuale immagine femminile contro le donne stesse, è possibile che venga invece letto come argomentazione genuina a sostegno del punto di vista del personaggio.
Qual’è il tuo bersaglio?
Esagero? Sono io che non ho senso dell’umorismo? Mi sono francamente stufato dell’uso che si fa in Italia dell’umorismo acido per rendersi accettabili e tollerabili problemi che ci si è già rassegnati a non risolvere, un uso quindi che non demolisce nè critica nulla ma che provoca un bel ghigno di compiacimento nella pecora che vede le altre pecore tostate e che è convinta che, chissà poi perchè, non toccherà a lei cinque minuti dopo?
Quello che voglio dire è che, poniamo un esempio, se metti in mano i Malavoglia o Rosso Malpelo di Verga al pubblico borghese cui erano destinati essi capiranno che l’autore vuol rappresentare un punto di vista brutale e non suo ma in modo credibile, riportando anche le giustificazioni e le mentalità, i pensieri della gente crudele del paese, col loro dipanarsi così anomalo, colle loro conclusioni così inaccettabili che sulle prime lasceranno disorientato il lettore, che in ogni caso, vuoi per la storia portata all’estremo, vuoi perchè non è un compaesano di Malpelo, avrà preso coscienza della cosa ma molto probabilmente non l’avrà accettata. Così l’operazione di critica del fenomeno dal suo interno è riuscitissima. Ma se i minatori della Sicilia avessero potuto leggere le due opere c’è una non trascurabile possibilità che avrebbero stretto la mano al Verga e, sorriso a trentadue denti, gli avrebbero detto: “Lei sì che ci capisce, finalmente uno dalla nostra parte!” Per loro non solo il fenomeno della diseguaglianza sociale o della povertà non era da combattere, ma non era nemmeno un fenomeno, era un sottinteso. Tutto questo per dire che non puoi pretendere di svegliare, far cambiare idea e nemmeno di render consapevole chi da una vita sta nel fango semplicemente mostrandogli un altro uomo immerso nel fango senza commentare o problematizzare in qualche modo. Quello dirà:”embè, anche io sto così e ci sto benissimo, non vedo cosa tu voglia farmi vedere”. E noi, oggi, forse siamo già come i villici siciliani: sei troppo ottimista a pensare che noi, o meglio che quelli di noi a cui più ti preme far arrivare il messaggio, riescano ad ottenere il sano distacco: ci son troppo dentro perchè, mostrando loro la proverbiale trave in un occhio usando solo uno specchio, non ti rispondano che come sempre si trovano perfettamente a posto.
non vorrei dirlo ma sulle tesi strampalate di cui sopra qualcuno c’ha fatto un libro
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2009/11/17/AMS50D7C-quelli_tutti_pezzo.shtml
io non ho parole!
Sono tramortita. Marco B. è stato profeta.
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2010