La rivolta sempre viva
C’è una vecchia macchina da cucire vicino la finestra. È davvero minimale e ha un piccolo cassetto in cui sono custoditi aghi, fili, spilli e bottoni di tutti i tipi.
Quand’ero piccola mi affascinava vederci mamma e nonna alle prese con le stoffe, mentre il pedale andava su e giù quasi melodicamente.
Da ragazzetta invece mi infastidiva, mi sembrava una carcassa brutta e primitiva. Ogni tanto chiedevo a nonna come mai non la buttasse per prenderne una nuova, ma era misteriosamente irremovibile.
Poi, con il passare degli anni ho imparato a ignorare quell’idolo domestico, sempre tenuto a lucido.
Un giorno, per caso, dopo decenni di indifferenza reciproca, scopro la sua storia.
Immaginate gli anni ’40, una famiglia umile come tante ai tempi del fascismo. Tanti figli, maschi e femmine, e un padre padrone che beve tanto e ha debiti di gioco. C’è uno zio però, uno zio buono che decide di fare un regalo alla nipote già signorinella e dall’America manda il corrispettivo in dollari di 1.200 lire.
Quando il padre padrone strappa dalla mani della figlia la busta contenente i soldi, ché male sopportava l’idea che non fosse indirizzata a lui, succede un parapiglia. Lei con quei soldi vuole comprare una macchina da cucire, lui vuole usarli per il (debito di) gioco. Dopo aver riunito tutta la famiglia, si arriva ad un compromesso: quei soldi sarebbero andati al padre come prestito.
Il tempo passa e i soldi non sono resi, la figlia nel frattempo conosce un ragazzo e progettano di sposarsi. Lei però, fiera e caparbia com’è, non vuole rinunciare alla macchina da cucire e chiede alle donne più influenti della famiglia di intercedere presso il padre per ricordargli la somma da restituire.
Dopo un’estenuante discussione il padre padrone accetta a malincuore di restituire i soldi. Quando padre e figlia vanno a scegliere la macchina da cucire, ne vedono due. Una da 1.000 lire e un’altra da 1.200 lire. Quella da 1.200 lire è davvero bella, finemente accessoriata e ha anche una specie di vano a scomparsa per il pedale. Lei vuole proprio quella, ma lui, indispettito dalla perdita del denaro, le impone la macchina da 1.000 lire. Le 200 lire le avrebbe trattenute, per il disturbo.
La figlia si morde il labbro forte, ma pensa che le prepotenze possono dirsi finite lì. Invece il padre, poco dopo, le fa presente che se si fosse sposata non avrebbe potuto portare la macchina da cucire nella nuova casa. Anche i fratelli si schierano a favore del padre, convinti della necessità di far valere le ragioni di chi porta i pantaloni.
Segue un’altra logorante polemica famigliare e anche questa volta il padre padrone cede.
- Quindi, nonna, ce l’hai fatta a portare via la macchina?
- Sì, è stata la prima cosa che ho portato via! E vaffanculo!
Ora, lo so che sentire vaffanculo da una novantenne fa un po’ sorridere, però quando ho incrociato i suoi occhi lucidi ho capito che non era un vaffanculo spiritoso o liberatorio. Ma il segno della rivolta sempre viva. Contro chi cerca di annullarti, condizionarti, sottometterti, contro chi vuole decidere per te non perché sia meglio per te, ma perché tu non decidi un bel niente.
Grande storia. Ce n’è una in ogni famiglia, e non so se dire purtroppo o per fortuna. Perché è da quelle ribellioni che nasce la consapevolezza di sé.
Bella storia.
Tra l’altro una volta la macchina da cucire aveva un valore molto forte (simbolicamente e non) per le donne: anche mia madre ne ha una cinquantennale a cui è molto legata, che acquistò permutandone una allora orami inservibile e mettendoci sopra qualche risparmio. Andata via di casa è praticamente l’unica cosa che le è rimasta ed è da anni un suo totem che guai chi lo tocca! (se la aggiusta da sè tipo officina meccanica
Ne so qualcosa di padri che non restituiscono enormi somme di denaro…
E danno per scontato che vada bene così.
Confermo l’effetto vaffanculo.
Quello che non si placa mai.
: )
Eh, quando ci vuole ci vuole!







2010