Sorelle d'Italia

lettera (triste) alle sorelle

Care amiche,
mi avete invitata a far parte di Sorelle d’Italia da un paio di settimane e io mi sono scervellata come un’ossessa per cercare qualcosa di interessante da scrivere. Un commento sulle cose di oggi, o sulle cose di ieri, o una roba personale, in tono serio o forse no, meglio ironico, ma non troppo – eccetera. Ho iniziato senza finirli tre post, e nel frattempo i giorni sono passati.

Oggi ho rivisto una vecchia amica. Una ragazza con cui ho passato un anno: la mia dirimpettaia nello studentato fico dove mi sono fatta trasferire all’ultimo anno di università. Non ci vedevamo da sei anni, sembra incredibile. Ci siamo riconosciute subito: io più magra e coi capelli finalmente lunghi, ma con gli stessi anfibi; lei più femminile e più cinica, ma con la stessa intelligenza e profondità.

Diceva di avere alcune cose mie, ma non immaginavo quali potessero essere. Ha tirato fuori dalla borsa “Il libro tibetano dei morti” (la spiritualità dei giovani!), un’atlante del 2000, 2 cassette (Nick Cave e Patti Smith, manco a dirlo) e un numero di Diario dell’agosto 2001. Un numero monografico su quelli che ora chiamiamo “i fatti di Genova”, composto unicamente da fotografie e stralci di lettere dei lettori.

Ricordavo quella rivista.
E’ l’unico numero di Diario che abbia mai comprato: lo trovavo troppo lungo e noioso. All’epoca compravo Carta.
Ricordavo ogni singola foto di quella rivista. L’ho sfogliata molte volte.
Parlare del G8 del 2001 oggi, a metà marzo, è dannatamente out. E’ come parlare dell’otto marzo a dicembre. Di queste cose si scrive quando è il momento, quando arriva la data, l’anniversario, il gemito collettivo rituale.
Ho riguardato quelle foto, tornando a casa sul tram. Intorno a me c’erano solo donne straniere, sudamericane in massima parte; davanti a me un ragazzo che sonnecchiava sbracato, le gambe comodamente distese che sbarravano il passo agli altri passeggeri. Era come stare da sola, quindi non mi sono vergognata quanto mi è venuto da piangere un po’. Poi sono scesa e mi sono fermata al supermercato.

Quei giorni hanno eliminato per sempre una parte di me, c’è poco da fare. Non che in seguito non abbia continuato varie forme di militanza, come no – banchetti, occupazioni, cortei, va da sé. Ma erano solo tentativi di riappropriarmi di qualcosa, o di viverlo prima che fosse troppo tardi, anche se evidentemente già lo era.
Come hanno fatto, le altre, a continuare? Non riesco a capirlo. Avevamo fatto le cose buffe, avevamo cantato in girotondo, avevamo sorriso ai soldati come se fosse uno scherzo, come se fosse evidente che alla fine avremmo vinto noi.
Io me ne sono andata. Io ho gettato la spugna. Non sono certo l’unica: siamo in tanti ad aver smesso di discutere, a parlare solo per battute, a buttarla sul ridicolo, a cambiare argomento, a guardare i telefilm. Io, almeno, so di farlo, lo faccio apposta, faccio tutto a puntino.

Poi arrivate voi e mi “costringete” a riprendere in mano vecchie questioni; battaglie ed emozioni che appartengono a un’Irene molto più giovane, che poteva permettersi quell’indignazione e quella rabbia e, certo, anche quel dolore, perché venivano compensati dalla gioia provata guardandosi attorno a metà di un corteo, alla fine di una salita, quando non si poteva che pensare: “Come siamo belli! Quanto è infine perfetto tutto questo! E’ inevitabile che andrà tutto bene”.
La speranza è stata annichilita e senza di essa non è pensabile riuscire a sopportare la visione di quanto sta accadendo, quanto è accaduto.

Come ci riuscite voi? Da dove traete la speranza, la voglia e la forza di continuare? Da molti mesi, un paio di anni alla fin fine, vi leggo (qui e nei vostri blog) e mi stupisco di voi, vi ammiro, cerco di capire.
Queste sono robe che di solito ci si dice nelle mailing list, usandole come virtuali gruppi di autocoscienza. Ma mi piacerebbe che riuscissimo invece a parlare ad alta voce della forza che serve, di quella che abbiamo e di quella che manca. Ho come l’impressione di non essere l’unica, qui in giro, ad averne bisogno… E magari questo (davvero deprimente, dannazione! che brutto inizio!) post, iniziando dai commenti, può servire a questo.

13 marzo 2009
03:06, venerdì
irene
Filed under : Personale, Politica
Tags: , ,

Related:

Commenti : 6
 
6 commenti

(#) Quello che disse granellodisabbia

venerdì 13 marzo 2009 alle 13:34

1

Non sono una Sorella,Irene,ma anche la tua vita è un sinusoide dove A è l’ampiezza e Tau è la ripetizione del ciclo nel tempo.
Leggerò anche questa nuova Sorella…

(#) Quello che disse valentina

venerdì 13 marzo 2009 alle 14:45

2

ciao Irene, che dire, anche io alla mia maniera ho mollato la spungna: mi dedico al “terzo mondo” perché mi sembra ancora piú facile combattere (e avere la voglia di farlo, soprattutto) per cause enormi e mezze perse, che non per quest’italia di oggi. Torneró qualche mese per mettere al mondo il mio primo figlio tra poco e l’unica preoccupazione che ho é trovare il prima possibile un nuovo progetto di lavoro o vita che nel giro di 7/8 mesi mi riporti lontano dal belpaese. E non credo sia una cosa di cui andare fiere. Ma tant’é, cosí mi sento. Eppure per i miei 18anni mi regalai la tessera del partito come simbolo della vita adulta e della militanza e l’impegno civile che iniziava…adesso i viene il vomito. Come dici, era una vale piú giovane…Benvenuta sorella

(#) Quello che disse viscontessa

venerdì 13 marzo 2009 alle 22:30

3

Benvenuta Irene, quando trovi anche solo un indizio di ciò che cerchi, fammi un fischio:-)
Personalmente, quanto a speranze ed illusioni, non credo di essere messa meglio di te.

(#) Quello che disse virgo_sine_macula

sabato 14 marzo 2009 alle 06:16

4

Cara Irene la tua analisi autocritica ha generato uno dei piu’ bei post di sempre:di fronte a molti in italia che a destra e a sinistra sono pieni di stolide certezze,sia sempre la benvenuta chi ha il coraggio di mettersi quotidianamente in discussione,chi paventa dei dubbi su quanto ha fatto e quanto non ha fatto.La saggezza come dicevano i latini viene quando la gioventu’ e l’adolescenza sono ricordi,pero’ si perde in grinta e determinazione e inevitailmente ci si imborghesisce.Pero’ forse si capisce una cosa fondamentale della vita,cioe’ che torti e ragioni non sono mai tutti da una parte e molte cose si vedono sotto una luce diversa.Da giovani si e’ tutti rivoluzionari e anti sistema,molto piu’ difficile esserlo a mezza eta’ o in eta’ avanzata,ci viene spontaneo difendere quel poco che ci siamo conquistati sul campo.Comunque un bellissimo post

(#) Quello che disse Finché c’è bile, c’è speranza | Sorelle d'Italia

sabato 14 marzo 2009 alle 11:00

5

[...] Cara Irene, [...]

(#) Quello che disse irene

sabato 14 marzo 2009 alle 12:39

6

@granellodisabbia: che bellissima immagine per descrivere il tempo…

@valentina: l’idea che sia più “facile” combattere per cause enormi e mezze perse, come dici tu, nel terzo mondo che per questioni di, spesso, semplice civiltà, qui, è effettivamente agghiacciante. e dice molto sul fatto che non è la causa, non è il compito, è spesso il “per chi” combattiamo.

@viscontessa: mal comune…? no eh? va beh.

@virgo_sine_macula: è inevitabile che crescendo si “abbia” finalmente qualcosa – che si tratti di beni (o in generale di uno stile di vita, rimanendo sull’economico), di persone (da sostenere e proteggere), di una identità e di un posto nel mondo. questo vale assolutamente per tutti. ciò che cambia è l’estensione di questo qualcosa. di quanto, là fuori, consideriamo “nostro” e quindi da proteggere e difendere. di quanta gente fa parte dei nostri cari – l’amato/a e la famiglia, o una comunità locale, un popolo, una nazione, o la comunità degli uguali ovunque si trovino, o l’intera umanità? e quanto e cosa della nostra identità va salvaguardata: competenze, stile di vita, consumi, ideali?
insomma, è l’estensione di ciò per cui combattiamo, più che i fini della nostra lotta, a distinguerci e a distinguere le nostre “cause”.

Lascia un commento

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

About:

Dietro ad ogni grande blog c'è una grande donna.