Manifesto per il diritto alla critica di genere e per una responsabilizzazione del mondo della cultura

Ne avevamo parlato QUI (del calendario Pirelli e della foto sopra). Abbiamo continuato a parlare di pubblicità sessiste anche QUI. Abbiamo discusso di queste pubblicità e di postpornografia QUI.
La Lipperini, la conoscete no? Una meravigliosa signora che si occupa di letteratura e anche di linguaggi e codici social-educativi sessisti, ha giustamente pubblicato questa foto che gira da un po’ in rete.
Tra i commenti che riceve c’e’ qualcun* che ha persino messo in dubbio che l’immagine provenisse dal luogo indicato, cioè dal calendario Pirelli 2009.
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Per i pignoli e le pignole allora urge un chiarimento. Provate ad andare sul sito del calendario Pirelli. Andate alla foto di settembre e guardate in alto a sinistra. Pigiate next una anzi due volte. verranno fuori due scatti extra per una serie titolata "Africa". La prima delle due foto raggiungibili online è quella che vedete sopra, la seconda è anche più toccante. Andate e giudicate voi.
La delizia del sito del calendario Pirelli è che la prima cosa che ti fanno fare è dare un ok ad un accordo nel quale dichiari di essere consapevole che se usi, copi, diffondi una foto senza il loro consenso incorri in tutte le possibili sanzioni legali esistenti. Il copyright è più importante della denuncia sociale antisessista?
Io propongo un atto di ribellione collettiva. Ripubblichiamo questa foto in tante/i con la paternità che effettivamente ha.
Siamo state stuprate per secoli. Potremo almeno rivendicarci il copyright di una violenza (simulata, senz’altro ma che importa) immortalata dalla "grande" firma che ha tirato fuori questo popo’ di prodotto "artistico"?
Ma poi: sai che ci vuole a fare una foto del genere? Basta un volto sofferente, possibilmente tumefatto, qualche goccia di sangue, giusto per farla più splatter, un po’ di uomini che stringono malamente una donna contro il suo volere è il gioco è fatto. Che eccellente immaginazione, complimenti!
Ma la Lipperini ne ha beccata un’altra in ambienti non sospetti:

Ne parla QUI. Si tratta di un fumetto che parla del massacro del Circeo. A lei non è piaciuta l’immagine. Ha fatto una critica di genere. Ne aveva tutto il diritto. Assieme a lei anche altre si sono lamentate di questa copertina. Un po’ di Dylan Dog, un po’ splatter, la solita nudità delle sagome femminili, donne succubi, trasparenze, curve in ombra, gli stupratori vincenti, in piedi e soprattutto vestiti, l’inferiorità rappresentata dei soggetti femminili, sagome che ricordano vagamente anche la cultura ora definita cult dei corpi femminili in ombra (bond girls, charlies angels, per andare a qualcosa di più recente: coliandro).
Insomma era un parere su una immagine. L’immagine attraverso la quale è stata veicolata la promozione del fumetto che pure tratta di un argomento serio e sono anche certa che in nessun modo può venire fuori che gli stupratori sono eletti a eroi positivi.
In ogni caso la storia è andata così ed è partita una sorta di caccia alle streghe in cui la prima cosa che è stata censurata è il "diritto di critica di genere". Non di una critica tout court, ma di una critica che ragiona sulle cose, siano esse scritte, filmate, rappresentate, immaginate, disegnate, da un punto di vista di genere: quindi con qualche elemento di giudizio in più.
Se la critica di genere dovesse fermarsi a compiacere tutti coloro che ci fanno la grazia di parlare di stupro, come se ci facessero un favore, a quest’ora saremmo tutte in adorazione del primo uomo che inventò la lavatrice (a proposito, grazie!).
Non c’entra lo so, ma era per dire. Il punto in tutta questa storia, e chiarisco che adoro dylan dog e della copertina di cui sopra io non ho una opinione ne’ buona ne’ cattiva, è che la Lipperini è stata subissata di insulti. Non solo a commento del suo post, ma soprattutto nei commenti ad un altro post che apre le danze con un bel "idioti e bigotti" urlando ad uno scandalizzato "al rogo al rogo".
In qualunque modo la si pensi io credo che le risposte date alla Lipperini la dicono lunga su quale sia la mentalità di un sacco di persone che per giunta si immaginano anche colte.
Loredana abbi pazienza, li riassumo per chiarire. Sei stata definita:
Una che prepara la gogna, che fa censura, bacchettona, democristiana, moralista, liceale impazzita. In più sono stati fatti i soliti banali riferimenti alle vetero femministe attribuendo loro (noi saremmo vetero e la cultura maschilista cos’e'?) persino la normale propensione alla "frustrazione". Riassumendo: vetero, femministe, frustrate.
Poi c’e’ chi ha dato il meglio di se con l’abilità di censurare la critica con il solito vittimismo. C’e’ la ragazza che definisce lo stupro "erotizzante":
"Non so. Io American Psycho un po’ lo avevo trovato "erotico". Sarò perversa io… Ma in realtà non sento di esserlo davvero. Nè di aver mai desiderato di essere stuprata. Secondo me qualsiasi immagine di stupro è in parte "erotizzante". Poi sta ai sani di mente distinguere tra fantasia e realtà. O anche, tra lettura dei media e realtà."
Ci sono ragazze che pur di mostrare che sono lontanissime dalla sottocultura alla Harmony, si consegnano acriticamente ad una cultura "alternativa" che se si astiene dalla riflessione sulla elaborazione dei linguaggi, dei codici di comunicazione, se si astiene dalla dialettica, dal confronto, se sfugge alla contaminazione, rischia di diventare luogo di legittimazione per misoginie "intoccabili" perchè condite di "onore" "rispetto" "militanza attiva" "machismo resistente".
Ce ne sono altri/e. Li riassumo in un breviario:
Uno."Se si scompone per la trasposizione di un fatto di cronaca, perchè non lo fa anche con le tragedie greche, dove dei e regnanti si impadroniscono ad oltranza delle ancelle di passaggio?"
Due. "Bigotti. E’ quel tipo di sensibilità che per anni ha messo all’indice, in Italia, capolavori del cinema come "Cane di Paglia" o "Arancia Meccanica", tutta impermeata di veterofemminismo, che ha fatto disastri per tutti gli anni ‘70 e che, ancora oggi, ogni tanto rispunta dietro al politicamente corretto più d’accatto.
Bisogna rispettare o perlomeno comprendere questo tipo di sensibilità? No, grazie".
Tre. "Una che scrive certi commenti è normale che calamiti femministe frustrate e inviperite."
Quattro. "non potrebbe esserci qualcosa che non va in queste donne e nel loro modo di non voler vedere la realtà dei fatti?"
Cinque. "Fortunatamente, non tutte le donne preferiscono la versione Harmony della realtà".
Sei. "Son due sagome, come doveva disegnarle? Che son gnocche da cosa si capisce? Che non hanno una 44 di culo? Le avesse disegnate culone ci sarebbero state discussioni sul fatto che "l’autore disegna male le donne"…
Qui ci vuole un minuto di silenzio perchè il mio cervello entra in lutto. Ne commento una tra tutte: Come si fa a parlare di Arancia Meccanica senza averne capito assolutamente niente?
Il film metteva uno contro l’altro due concetti esasperati, il femminismo eletto a "stile", "lobby", disobbedienza assimilata in una società di ricche bianche borghesi e la misoginia usata come arma di ribellione in un contesto normalizzatore. Una critica feroce che però non è stata efficace quanto quella del black feminism, per esempio. La misoginia come elemento che scardina il sistema è tanto piacevole per quelli che seguono il dogma del non-politically correct a tutti i costi ma di sicuro non è piacevole per me e tante altre.
Gli uomini trovano sempre tante scuse per stuprare le donne. Scardinare il sistema, la lotta di classe (lo stupro alla ricca signora fatto dal branco protagonista del film, solo un regista uomo poteva immaginare una cosa del genere). Proprio tanto ma tanto divertente. Per il resto il film è una gran figata, lo rivedrei mille volte.
Anche a me piace lo splatter, ma non quello che rasenta la volgarità. Non mi piace il sessismo e la misoginia, neppure quando si fa "colta"!
Non mi piace il fatto che il diritto di critica debba soccombere dietro tanti "non si dice". Noi non siamo spettatrici passive della cultura. La costruiamo, partecipiamo, la osserviamo, la viviamo, la respiriamo e ne subiamo le conseguenze. Abbiamo il diritto ad esprimere una critica. E la critica a sua volta può certamente essere criticata. Meglio senza insulti stereotipati.
Perciò ecco una prima bozza [1.0?] di un manifesto che ho pensato proprio per rivendicare il diritto di critica di genere:
Manifesto per il diritto alla critica di genere e per una responsabilizzazione del mondo della cultura
1.] Noi non siamo spettatrici passive della cultura; abbiamo il diritto di esprimere una critica di genere; il mondo della cultura dovrà accoglierla senza confondere la critica di genere con la santa inquisizione.
2.] Noi non amiamo la censura, non siamo dame di carità, siamo scrittrici, giornaliste, creative, fotografe, registe, attrici, pittrici, artiste, autrici, lettrici, fruitrici, il cui parere è sempre stato trattato e connotato come di parte, non obiettivo, pregiudizievole. Gli uomini che fanno cultura non hanno l’esclusiva della "obiettività".
3.] Noi siamo consapevoli di quanto sia fondamentale il ruolo di chi fa cultura nel nostro paese e ci assumiamo la responsabilità di osservare attivamente quanto viene prodotto per presidiare un contesto altrimenti svuotato di contenuto e significato e orientato solo dalla domanda del mercato.
4.] Noi produrremo cultura con la consapevolezza che essa potrà veramente cambiare punti di vista e migliorare le regole del nostro vivere civile.
5.] Noi non dichiariamo la resa ad un mondo (quello culturale) dominato dall’interesse dei marchi di produzione e distribuzione. Noi non ci accontentiamo di essere semplici operaie di una industria (quella della cultura) che è diretta da un unico principio fondante: quello economico.
6.] Noi siamo consapevoli del fatto che la cultura ha sacrificato quasi tutte le sue potenzialità al potere politico. La cultura viene usata per veicolare messaggi utili al progetto politico che attualmente vediamo in atto. Anzi, la cultura è stata diretta, sostituita quasi totalmente con il programma politico dei poteri forti che dominano la nostra nazione.
7.] La cultura ha abdicato al suo ruolo fondamentale e noi non abdicheremo alla responsabilità di insistere affinchè si costruisca una alternativa culturale all’abominio, allo stupro, alla violenza contro le donne, contro le persone più deboli.
8.] Il nostro punto di vista è differente. La nostra visione lucida e radicale. Il nostro posizionamento è "di genere". La nostra critica è "complessa". Non può essere liquidata con superficialità.
9.] Chiediamo ai creativi/e, produttori/trici, distributori/trici del mondo della cultura di essere maggiormente sensibili alle tematiche di genere.
10.] Chiediamo un impegno, non una presa d’atto, ma una riflessione responsabile che induca alla difesa di valori che riteniamo dovrebbero essere patrimonio collettivo e non solo delle donne.
[...] Per approfondire consulta la fonte: Manifesto per il diritto alla critica di genere e per una … [...]
ciao. Che periodo buio: se continueremo di questo passo, avremo bisogno di uno pseudonimo maschile per essere lette in maniera obiettiva. Ripeto: che tempi bui.
Tutto questo perchè voi partite dal presupposto non dimostrato che si tratti di una strumentalizzazione e non di una provocazione a scopo di denuncia. In ogni caso l’intenzione in una comunicazione è sempre sfuggente, ovvero non è realmente compresa nel messaggio, non è comunicata insieme al testo o alla figura ed è ricostruita per congetture.
PS Fare la critica a quello che è femministicamente corretto o no non mi sembra una strada molto proficua, nè per principio nè per calcolo: l’ idea, almeno quella che passa di primo acchito, è quella di un circolo di brontolone che appena esce qualcosa si chiedono: “E’ abbastanza maschilista, ragazze? Che dite? Ci lamentiamo?” Quello che non si capisce è che la libertà si misura nella libertà di pubblicare qualcosa di discutibile e personalmente sarei per ammettere tra queste cose anche dei prodotti piuttosto offensivi (la nostra legge, invece, con tutti i reati di vilipendio, non lo consente e ciò è in parte un male). La libertà di dire o mostrare cose innocue e conformi è sempre esistita, anche in dittatura.
Volete fare a meno di subire quello che per voi è un attacco ai vostri principi? Sacrosanto. Proponete una contro-iniziativa (non un boicottaggio!)
Qualcuno di meno incazzoso e aggressivo di me gli risponda, vi prego.
A me sembra che questa “critica di genere” (ovvero basata sul fatto che chi la fa è una donna e/o si pone a priori dal punto esclusivo delle donne) faccia presto a diventare un’altro (l’ennesimo) aspetto del politically correct. Non scriviamo questo perchè potrebbe irritare la comunità ebraica, non disegnamo quest’altro perchè potrebbe offendere qualche partito politico, non pubblichiamo quell’altro video perchè contiene barzellette grossolane sui cinesi, mandiamo quel cartone animato a mezzanotte perchè altrimenti potrebbero vederlo i bambini (quando va bene, se va male tagliano scene e lo mandano ugualmente ad un orario da infanzia), idem per telefilm e sceneggiati perchè potrebbero offendere ambientalisti, animalisti, ecc.
Non dico mica che non si possa ribattere, ma ribattere è una cosa e implica molto impegno, limitarsi a predendere che chi espone qualcosa di sgradevole da uno dei centomila possibili punti di vista (tutti legittimi peraltro) taccia non va bene
“1.] Noi non siamo spettatrici passive della cultura; abbiamo il diritto di esprimere una critica di genere; il mondo della cultura dovrà accoglierla senza confondere la critica di genere con la santa inquisizione”
Già dall’inizio questa idea di essere intese come un gruppo di pressione consorio dev’essere venuta anche a chi ha scritto questi dieci punti. Ora qualcuno mi dirà che è stato scritto per prevenire le repliche dei maschi che di sicuro non avrebbero capito. Questione di punti di vista. Già dire “il mondo della cultura dovrà…” mi suona malissimo.
Il punto 5 è invece totalmente condivisibile, così come il 3 e il 4.
Il 2 dimentica che l’ esclusiva sull’obiettività ce l’hanno tutti e nessuno. E il sesso del parlante non c’entra
Il 6 e il 7 sono piuttosto complottisti, anche se, a vedere gli ultimi fatti di cronaca, c’è da ammettere che la realtà può persino superare certi timori.
PS La “delizia” del calendario Pirelli è talmente comune in Internet da non fare più notizia ed è la dimostrazione di come, nei pensieri di chi pubblica siti, spesso il (C) prevalga sul diritto di cronaca. E’ una deriva che ormai si svolge da tempo e mi sono persino stancato di rattristarmente ogni volta che, in fondo e in piccolo, c’è un contratto inutilmente lungo e restrittivo che io “firmo” semplicemente accedendo al sito…in teoria forse anche prima di poterlo leggere!
silent non ne vale la pena. quello che è scritto nel post è chiarissimo per chiunque…
Io sono con voi!







2010