Sorelle d'Italia

Rom per una notte

 

I fari sono due torce puntate contro. Si avvicinano decisi, accecanti. Solo quando l’auto si ferma mi rendo conto che davanti a me c’è una volante della Polizia. Lentamente il finestrino si abbassa, almeno tre volti mi scrutano. Ero qui alcuni giorni fa, stesso luogo, stessa ora: via Salaria a Roma, dieci di sera. Indossavo una minigonna, si erano fermati in tanti scambiandomi per una prostituta. Soltanto loro, le forze dell’ordine, erano passate oltre, senza degnare di uno sguardo la mia mezza coscia di fuori. Non manifestavo ‘inequivocabilmente l’intenzione di adescare’, come recita l’ordinanza 242 del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada. E avevano tirato dritto.

Un po’ di giorni dopo, questi altri tre agenti sono lì che osservano con interesse la mia gonna a fiori lunga fin quasi ai piedi pressocché monacale, i due maglioni, la borsa di tela, il foulard a tracolla. Nel buio della notte, forse, mi hanno scambiata per una rom. E, per di più, una rom in attesa di clienti.

 

Li guardo, osservo il loro esame. Vorrei anche raccontare delle tre prostitute nascoste a pochi passi da noi, sul cavalcavia. Ventenni, dell’est, capelli lisci e jeans attillati, si sono allontanate in fretta non appena mi hanno vista arrivare. Non è usuale una rom, e nemmeno una donna con gonna fino ai piedi, a quest’ora sulla Salaria e quindi hanno preferito rintanarsi al sicuro nella penombra. Dal marciapide dove sono, le ho seguite con la coda dell’occhio mentre si sedevano su gradini lerci a confabulare, finchè a una di loro nel buio ha brillato il telefonino. Un sms. Tre minuti dopo un’auto ancora luccicante di concessionaria si è fermata ai piedi del cavalcavia ed è scomparsa con due di loro sopra.

La volante è apparsa subito dopo, ma loro, gli agenti, non si sono accorti di nulla: né del protettore che è andato a scaricare la sua merce a pochi metri da qui, nè della terza ragazza rimasta sui gradini del cavalcavia in attesa di riconquistare la posizione. Si occupano di me che ho quel foulard a tracolla, così comodo quando si vuole nascondere della refurtiva.

«Che fai qui?», mi chiedono. Dovrei rispondere che sono qui per capire: perché, a diversi giorni ormai dall’entrata in vigore dell’ordinanza, i conti non tornano. La Salaria pullula di gazzelle, volanti, auto dei carabinieri e della Polizia. Ma anche di prostitute. A volte le fermano, poi le lasciano andare e le vedi avanzare a passo veloce lungo il lato destro della carreggiata e attraversare sfidando auto e camion in corsa. Pochi istanti e le ritrovi sul lato opposto: in attesa di clienti, come se nulla fosse.

«Che fai qui?», ripete l’agente. «Sto qui», rispondo. Mi dedicano un’altra occhiata, poi decidono che non sono pericolosa nè illegale, e partono. Senza nemmeno salutare.

E’ un mercoledì di partite di calcio. Dopo le undici meno un quarto, quando tutti i goal sono stati segnati, i tifosi di ogni genere si riversano in strada. Alcuni un po’ mogi, altri con le bandiere sulle auto. E quando la tua squadra ha vinto, cosa c’è di meglio che travolgere tutto e tutti con la propria euforia? Clacson all’impazzata, caroselli di auto, e insulti a me che sono ferma sul ciglio della strada. «Zingara di m…». E poi una lunga serie di epiteti sullo stesso tono riferiti a me, e a mia madre.

Ma quando la tua squadra ha vinto hai anche voglia di festeggiare in modo diverso. E allora ecco che iniziano a fermarsi. Le solite auto in odore di rottamazione, i sedili consunti. Nel frattempo le forze dell’ordine di ogni genere e tipo sono scomparse e non ne vedrò più nemmeno una per il resto della serata. Da questo momento il campo è libero pe rogni genere di commercio.

Il primo a frenare e accostarsi sul lato della strada si chiama Luigi, italiano, cinquantenne. Ha il sorriso di chi pregusta un bel fine serata. «Che fai?», chiede. «Lavoro. E tu?», rispondo. «Dai, sali», chiede. «Perché?» «Beh, ci divertiamo un po’, facciamo delle cose…», insiste. «Non so se l’hai capito: sono una rom», lo avverto. Sbianca, il sorriso gli muore sul viso in un istante. Probabilmente ora gli si staranno illuminando nella mente tutti gli allarmi legati alla parola rom. Non dice altro: ingrana la marcia e va via di corsa, come se si fosse ricordato all’improvviso di un appuntamento urgente.

Ora le strade sono piene. Uno dopo l’altro, si fermano in tanti. C’è un giovane polacco: bel fisico, zigomi alti, sorriso aperto. Probabilmente di giorno lavora come muratore, ha ancora addosso i vestiti sporchi di polvere di calcinacci. C’è un trentenne italiano che ha una voglia folle di fermarsi, fa il giro più volte senza decidersi. Ci sono tanti che mi guardano senza capire. Alcune donne non le vedi mai in strada: non incontri le cinesi abituate a prostituirsi in luoghi ben protetti, nè le filippine. E, per l’appunto, non vedi nemmeno le rom, almeno non quelle con una gonna lunga fino ai piedi.

Cambio zona, mi sposto sulla Tiburtina. Forse c’è una rotazione nella distribuzione delle ragazze. Questa settimana si contano sulle dita di una mano quelle che se ne stanno sedute sulle aiuole o sui marciapiedi nel freddo della sera in attesa di lavorare. Una di loro si avvicina. «Chi sei? Sei una nuova? Allora forse avrai più fortuna di noi, se ne vedono una diversa a volte decidono di fermarsi. Da lunedì le hanno portate via tutte le ragazze, non si lavora più. Sei pure rom, povera te! E come fai? Di sicuro non hai nemmeno il permesso di soggiorno. Vabbè buona serata, io sono qui da tre ore e ho fatto solo un cliente».

Quando resto sola le auto iniziano a fermarsi. Arriva un tizio in motorino, la testa nascosta sotto il casco. Esamina il mio abbigliamento, sembra indeciso, poi precisa di volere solo alcune prestazioni e non altre: non si fida. Poi si ferma uno che sembra un professore universitario, auto luccicante sotto i lampioni della strada. Parla in modo forbito: non è chiaro se voglia fare un’indagine socio-culturale sull’improvviso apparire delle rom in strada o se voglia soltanto caricarmi a bordo in modo vagamente intellettuale.

Infine, passa un’auto: a bordo due donne, forse prostitute: «Zingara di m…tornatene a casa!». Cinque minuti dopo ripassano, ripetono gli insulti. Capisco il messaggio, vado.

Arrivo sulla Cristoforo Colombo che è quasi l’una del mattino. Mi sistemo sotto la sede della Regione Lazio. Si ferma un filippino in scooter. Quando sente che sono rom scuote la testa, deluso, e se ne va. Se fossi una prostituta vera sarebbe la mia fortuna. Subito dopo si avvicina uno che sembra uscito dalla scena di un film: auto da 40 mila euro in su, interni in pelle, aria distinta, sembra persino essersi lavato da non molto. Avverto anche lui: sono una rom. Ride: «Embé? Sarai mica fatta diversa dalle altre?»

 

 

 

foto: Agf-Cristiano Laruffa riproduzione vietata)

12 ottobre 2008
23:54, domenica
flavia amabile
Filed under : Cronaca, Identità, Interni, Politica
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Commenti : 5
 
5 commenti

(#) Quello che disse Giulia

lunedì 13 ottobre 2008 alle 10:55

1

Italiani, brava gente.

(#) Quello che disse valentina ceppetelli

lunedì 13 ottobre 2008 alle 15:40

2

azz Flavia che brava!!!! mi piacciono questi servizi stradali.

(#) Quello che disse granellodisabbia

martedì 14 ottobre 2008 alle 13:56

3

;-00.Sei una Rom o una rom-ana?Aagh! Orrore….:-)))

(#) Quello che disse La Donna Cannone

lunedì 20 ottobre 2008 alle 22:07

4

tanto di cappello, anche per questa ‘indagine’ – pelo sullo stomaco, Flavia.
Cosa ti spinge a fare queste indagini, anche pericolose?
Cosa ti aspetti che cambi?
(non sono provocazioni, ma domande serie)

Ciao
DC

(#) Quello che disse flavia amabile

lunedì 20 ottobre 2008 alle 22:11

5

Donna Cannone (ma se preferisci ti chiamo Dc che di questi tempi è quasi un complimento) mi accontento di potermi guardare allo specchio la mattina avendo la coscienza a posto

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