Sorelle d'Italia

Noi, italiane con il velo

Sono sempre di più le donne italiane che si convertono alla religione musulmana. Ho raccolto le storie di alcune di loro, hanno tutte percorsi e motivazioni abbastanza simili. Ve ne riporto tre.

Lucilla Aya Di Maggio, 30 anni, Roma

”Lavoravo in una pizzeria. E in una pizzeria lavorava anche lui, egiziano, musulmano. Entrambi eravamo camerieri. Fu da subito un grande amore anche se all’inizio ero molto titubante: non sapevo nulla dell’Islam e della cultura araba. Otto mesi siamo stati fidanzati, poi ci siamo sposati. Io ero cristiana, lui musulmano, abbiamo scelto il matrimonio civile in comune. Era il 3 ottobre di quattro anni e mezzo fa.

 

 

Lui è praticante, prega cinque volte al giorno ma lo fa per conto suo. Non mi ha mai detto nulla, sono stata io ad iniziare a chiedergli, volevo capire il suo mondo. Sentivo che la religione faceva parte della sua vita. Ho iniziato a leggere il Corano , mi ha coinvolto come mai prima altre religioni e mi è venuta voglia di fare la Shahada, di convertirmi. Ne sei sicura?, mi ha chiesto lui. Ho risposto di sì ma lui ha insistito: guarda che la Shahada significa fare un patto con Dio. Sono sicura, ho risposto. Ho pronunciato le parole di rito due anni e mezzo fa, in Egitto, dove ci trovavamo per il matrimonio di un cugino.

I miei genitori credevano fosse un gioco. Solo quando ho messo il velo hanno capito che facevo sul serio. A quel punto mi hanno fatto la guerra perché si vergognavano di questa figlia così cambiata, socialmente regredita perché si è messa in testa un fazzoletto come se lo mettevano le nonne. Mia madre è stata molto pesante: non ti posso più vedere con questo fazzoletto in testa, toglilo. Ho cercato di portare pazienza e fare quello che mi insegna la religione: rispettare i genitori e sapere che questo non mutava i nostri rapporti. In realtà le cose sono andate un po’ diversamente: impormi la pazienza mi è servito come forma di autoeducazione,mi ha insegnato a comprendere i miei genitori. Fra le mie amiche, due hanno capito, un’altra invece mi ha rivesciato addosso un Tir pieno di luoghi comuni.

Lavoro come segretaria in un ufficio privato che si occupa di cinema. Il mio vecchio capo non aveva avuto perplessità sulla mia conversione, mi permetteva anche di indossare l’hijab in ufficio. Poi è arrivato un nuovo capo e tutto è cambiato. Anche se lui è più giovane. All’inizio addirittura gli avevano raccontato che portavo il burka. In realtà indosso solo il foulard in testa e una camicia lunga con le maniche sempre lunghe. Mi ha detto che preferiva che i clienti non vedessero me in hijab.

E così, la mattina arrivavo in ufficio e mi toglievo il foulard. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo, e non in senso positivo: non mi sentivo a mio agio senza l’hijab, mi sembrava di essere quasi nuda. Anche perché se decido di mettere il velo lo faccio perché lo sento, e sento di dover frequentare di più.

Il nuovo capo, invece, no: anche se più giovane. Ne abbiamo parlato con mio marito. Se il futuro lo permetterà magari il lavoro lo lascio. Se potessi, mi piacerebbe trovare un lavoro part-time, più congeniale per una mamma. Spero di riuscire a rimettere l’hijab in ufficio, però. Una volta ho anche provato. Ad un certo punto indirettamente mi hanno fatto capire di toglierlo.

In genere qui a Roma ognuno si fa i fatti propri. Solo quando vado in giro mi guardano, soprattutto nella zona dei miei genitori. Una signora mi fissava proprio. La prima volta ho fatto finta di nulla, la seconda anche, la terza ho ricambiato lo sguardo e ora lei guarda da un’altra parte. In estate è più difficile: io vesto con abiti lunghi, maniche lunghe anche in pieno luglio. E – guarda caso – c’è sempre qualcuna che inizia a sbuffare per il caldo.”

- Giorgia Afnan Caldani, 34 anni, Verona. –

”Sono diventata musulmana perché mi sono sposata con mio marito ma probabilmente ci sarei arrivata anche in altro modo. Ho girovagato fra le religioni da quando avevo 15 anni. Sono stata testimone di Geova, poi Hare Krishna, poi induista e lì ho avuto il mio primo approccio con l’Islam. Sono entrata in una moschea sufi e mi sono messa a pregare.

In quegli anni ho iniziato a frequentare mio marito, un palestinese del ’48, dei Territori. L’ho conosciuto lavorando in pizzeria. Io lo facevo come secondo lavoro, ero cameriera. Ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia. Io ero ancora cattolica. In paese esisteva un unico asilo, quello della parrocchia. E’ stato allora che ho iniziato a pormi il problema dell’educazione religiosa di nostra figlia. E abbiamo iniziato a parlarne con mio marito. Lui ha raccontato di Gesù che per loro è un profeta, ha parlato dei cinque pilastri dell’Islam.

Mentre parlava, per la seconda volta mi sono sentita avvolta da qualcosa di profondamente diverso dal materialismo della religione cristiana, troppo adattabile alle persone. Leggere il Corano è un’esperienza fortissima. A volte ti coccola, altre ti scrolla. Ho fatto un sogno: c’erano tante porte e qualcuno mi diceva: ‘se sulla strada giusta’. Avevo anche iniziato a pregare, facevo meditazione yoga kundalini e invece piano piano sono arrivata all’Islam. Ora mia figlia è iscritta in una scuola di suore e facciamo grandi discussioni. Le faccio partecipare, devono frequentare la comunità in cui vivono. Non ho messo subito l’hijab, non è un elemento fondamentale, non è uno dei cinque pilastri, fa parte della coscienza della persona. Quando ho deciso poi però facevo più fatica a uscire senza che con. E’ visto come un elemento di sottomissione e invece non è vero. Mio marito dopo un mese che lo mettevo mi ha detto: Ah, ma lo metti sempre? Temevo per i miei genitori. In effetti mia mamma non è stata contenta della mia decisione. Mio padre nemmeno. Ma una volta messo l’hijab la prima volta non l’ho tolto più. Sono bionda e con gli occhi azzurri, si vede che non sono araba. Poi però le persone si abituano.

Da un anno sono casalinga: con i primi due ce l’ho fatta, con la terza no e mi sono presa alcuni anni di pausa. Prima ero responsabile della sicurezza e della qualità per una ditta che si occupa di ponti radio. Mio marito è medico, dopo anni di sacrifici lavorando come cameriere, ora lavora la pronto soccorso, al 118. Problemi? Devo sempre rendere conto degli incontri che faccio. Come donna con il velo sono etichettata, allora cerchi di stare più attenta per comportarti nel migliore dei modi, mi sento meno libera di agire agli occhi degli altri ma ho raggiunto un equilibrio che prima non avevo. La preghiera mette serenità, sai che c’è il Clemente, il Misericordioso che ti accoglie. La carità e l’amore nel cristianesimo sono utilizzate senza crederci.

Nell’Islam la carità è fondamentale. Ti dicono di farlo ma la mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra. La religione cristiana sembra politica non religione. Ho sempre amato frati e suore di clausura. Ma il papa e i cardinali distorcono lo spirito della religione cristiana. E poi perché devo andare a confessarmi e perché qualcuno deve avere il potere di assolvermi? Chi è per avere questo potere? Io parlo in modo diretto con Dio. Solo lui può decidere.”

Stefania Shaima Capoccia, Albenga.

”Ho incominciato a frequentare mio marito perché lavorava da mio padre al ristorante. Avevo un’amica che si era convertita da giovane ed ero rimasta in contatto con lei. Poi dopo essermi sposata a poco a poco ho iniziato ad andare in profondità sulla questione. Mi affascinava il Ramadan, questo periodo di digiuno, poi sono andata ancora più in là. E’ stato un processo lungo, ho iniziato a non mangiare il prosciutto e sono arrivata poi a fare il Ramadan e a mettere il velo. I miei familiari si sono risentiti perché lo vedono come una privazione di libertà, in realtà per me è una dimostrazione di libertà. Si può andare in giro nudi sul lungomare di Albenga ma non ci si può mettere il velo in testa. Ogni tanto i miei attaccano ancora la solfa poi però vedono che sono serena, convinta, mio marito mi tratta come una regina, si vede che sto bene e non possono dire nulla.

L’Islam dice che alle donne spetta il dovere di educare i figli molto più che al padre. Quindi il padre non decide tutto. Fra musulmani organizziamo dei corsi pe insegnare l’alfabeto, ci incontriamo per le gite. Un giorno abbiamo deciso di andare a Milanoi alla conferenza dell’Amdi e ho lasciato i figli a mio marito e sono andata. Sono felice di aver fatto questa scelta. Quella che potrebbe sembrare una privazione da un punto di vista fisico la si fa così volentieri che non mi appare tale. Ho una figlia piccola di 19 mesi. In Italia ci sarebbe bisogno di una grande pulizia. A noi donne musulmane non piace uscire e non trovare sicurezza. Mio marito è egiziano, fa lo chef di cucina italiana. Gli amici veri sono rimasti. Gli altri nemmeno mi riconoscono più. Ai miei due più cari amici ho chiesto di non darmi più baci o abbracciarmi quando ci incontriamo.

Da piccola ero catechista e soprano di una corale di una chiesa in provincia di Savona. Ero di Loano e ora vivo ad Albenga. La cosa che mi dava più fastidio nella religione cattolica è che cambia nel tempo. Prima si diceva che i bambini appena nati andavano nel limbo, ora si dice che vadano in Paradiso. Se le Scritture sono un libro rivelato non possono essere cambiate. Se c’è una fuga delle anime non è la Chiesa che deve adattarsi agli altri. Ero commessa ma non andava bene il mio modo di vestire. Ora sto facendo dei corsi di programmazione. Mi piacerebbe poter lavorare da casa. I soldi che guadagno? In quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei figli.”

Vignetta ‘L’Islam e il femminismo’ – Copyright Blog ‘Diritto di cronaca’

14 giugno 2008
01:49, sabato
flavia amabile
Filed under : Cronaca, Interni, Personale, Politica, Salute, Senza categoria
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Commenti : 14
 
14 commenti

(#) Quello che disse Marco Bastianello

sabato 14 giugno 2008 alle 17:42

1

A me sembra che sia il bisogno di una religiosità più sentita, di più, di una fede più intransigente, nel senso buono, comunque, più sicura, meno gesuitica (non se l’abbiano a male, i gesuiti, si dice così). D’altra parte Benedetto XVI recepisce benissimo questa spinta, ma è proprio per questo che non mi piace. Per me invece è giusto che una religione evolva nel tempo e lasci spazio alla ricerca personale da credente a credente. Sarà che io ragiono così perchè sotto sotto sono un laico doc,vivo in questo mondo, non ho idea se un prossimo ci sia e sono convinto che, nel caso ci sia, l’uomo è riuscito a vedere pochissimo di come è e sarebbe stupito nel vedere che, di qualunque religione sia, non era come se l’aspettava. Non so come sia l’Islam, ma vedo che per una di queste donne il problema è proprio il privilegio dell’interpretazione del Cattolicesimo, il principio per cui l’unico e indispensabile intermediario fra il fedele e Dio è la Chiesa. Non è solo che l’ Islam è ben convinto di sè, è che una parte della Chiesa si interroga su cosa la Chiesa debba essere, una parte invece già lo sa, ma quello che dice potrebbe non essere ben accolto

(#) Quello che disse granellodisabbia

domenica 15 giugno 2008 alle 15:33

2

Tu che dici,F.A.,è arrivata l’ora di far capire a mia figlia che il percorso di vita di ciascuno di noi può anche prevedere la ricerca di un’entità suprema e che potrebbe anche capitare di non trovarla al di fuori di sè?

(#) Quello che disse mundo

domenica 15 giugno 2008 alle 18:10

3

Tutti i bambini hanno sogni,
a volte incubi.
Per i bambini palestinesi solo incubi,
ma non stanno affatto dormendo,
vedi:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1716

(#) Quello che disse viscontessa

lunedì 16 giugno 2008 alle 00:09

4

La ceretta, il parrucchiere, il peso forma, le rughe, la cellulite, la tina per i capelli, il pedicure, lo smalto, gli integratori, la palestra, la chirurgia estetica, la pulizia del viso, i baffetti (perchè “etti” è molto più femminile), i tacchi alti, la vita sottile, il seno sodo, le labbra turgide, l’abito attillato, i fanghi, la maschera, i denti bianchi, le gambe lisce, l’addome piatto, le orecchie a punta.
Anzi no, quelle sono ancora libere di essere come sono purchè non siano a sventola, pelose, troppo grosse o bucate male che un paio di orecchini lui te li regala sempre.
Non c’è libertà né nel coprire ogni centimetro del proprio corpo ma neanche nel mostralo.
E’ sempre tutto in funzione del maschio, in funzione di un ruolo dal quale non riusciamo ad affrancarci: compiacerlo a qualsiasi costo e la sofferenza è l’unico modo che conosciamo per farlo.

(#) Quello che disse nick_m

lunedì 16 giugno 2008 alle 14:38

5

“Mi piacerebbe poter lavorare da casa. I soldi che guadagno? In quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei figli.”

E QUESTO E’ PER LA PARITA’ FRA I SESSI ??

(#) Quello che disse nickthequick

martedì 17 giugno 2008 alle 10:34

6

nick_m: no, è la loro religione che lo impone. Non credo che le donne musulmane si battano per la parità :-)

(#) Quello che disse Lily Briscoe

martedì 17 giugno 2008 alle 10:42

7

Le donne musulmane si battono per la parità.

(#) Quello che disse nickthequick

martedì 17 giugno 2008 alle 15:09

8

E come, di grazia? (ma hai letto il post?)

(#) Quello che disse Lily Briscoe

mercoledì 18 giugno 2008 alle 20:32

9

Ho letto il post (interessantissimo). Tu hai letto l’ultimo libro di Giuliana Sgrena?
Sgombriamo subito il campo: penso che le lotte delle donne siano le stesse, in tutto il mondo. Su questo tema ho abbandonato il relativismo da tempo. Cose come “le musulmane se la cercano” non fanno che aumentare l’idea che faccia ugualmente bene risolvere i nostri problemi e catalogare i loro come scelte strambe del libero pensiero, insomma democratiche ((!) ma dove? in Paesi nemmeno democratici? O con governi che rivedono continuamente il diritto di famiglia in maniera misogina?).
Scusami ma nel tuo commento sulle donne musulmane ho letto un certo senso di superiorità. In Iran la prima donna al governo l’hanno avuta molti anni prima di noi.
Naturalmente questa mia posizione non esclude l’ampia differenza in termini di gravità di tutte le situazioni da affrontare, e richiede che il confronto vada sull’oggi/ieri non sull’oggi/oggi.

Come si battono.
Esistono delle associazioni anche lì.
Esistono le donne che arrivano qui e si battono per quelle che sono rimaste lì (che, se stanno tanto bene, non avrebbero bisogno di loro).
Poi ci sono le donne che sotto il velo indossano vestiti sgargianti e sotto i guanti portano lo smalto. Donne che stanno continuando a viversi uno spazio privato e mentale di libertà in posti che le vorrebbero cancellare.
Queste donne del post, massimo rispetto per le scelte private, ma restano profondamente italiane. Scegliendo di indossare il velo o di non indossarlo, fanno quello che facevano prima le musulmane libere di tutto il mondo.
Se scelgono di cambiare religione non possono essere messe sullo stesso piano di quelle a cui la religione è imposta dallo Stato.
Se hanno mariti che sono indifferenti ai cambi di direzione della loro ricerca spirituale non significa che quelle non abbiano mariti che le picchiano perchè non hanno gradito il riso a cena.
E anche il fatto che non si ribellino, di per sè siamo certi di sapere che vuol dire? Rende la scelta accettabile? come rendere accettabile Hitler perchè era stato eletto democraticamente.
Invece bisogna fare i conti col fatto che il rapporto tra il regime e il consenso è un rapporto complesso, non esiste un regime senza consenso ma non esiste neppure un regime che non crei consenso. Questo consenso delle musulmane all’assoggettamento, quando c’è e supera la sfera privata, non va trattato meglio del consenso delle cattoliche al fatto che l’aborto venga vietato, va combattuto.
Facile dire: ma loro sono d’accordo. Sai quanta gente si compra la parabola in questi posti, e quante ne scopre e ne toglie il regime? Forse sono costretti a insubordinazioni troppo piccole perchè tu le veda, perchè queste piccole cose per loro sono ugualmente vietate.
Inoltre sul fatto che le musulmane “ci stanno” va calcolata un’interpretazione arbitraria del silenzio: non è silenzio assenso. E’ silenzio e basta.
Nel senso che le loro voci non ci arrivano.

Non abbiamo accesso nemmeno alle voci di quelle che stanno in Italia, perchè spesso i mariti le tengono segregate in casa e non riescono neppure a imparare l’italiano!
In quale lingua vuoi che denuncino le violenze?

“Quando poi Khomeini annunciò
l’obbligo del velo le donne tornarono in piazza in
massa, al grido di «La libertà non è occidentale né orientale,
è globale»”. (Azar Nafisi)

(#) Quello che disse mod

venerdì 20 giugno 2008 alle 16:32

10

Forse sono un’atea intransigente, ma solo a me sembra che una che è stata testimone di Geova, poi Hare Krishna, poi induista e poi musulmana è una completamente instabile?

(#) Quello che disse stefansia

venerdì 20 giugno 2008 alle 19:44

11

@ mod A me non sembra una instabile. Da brava atea dovresti sapere che non c’è differenza fra credere in Geova, Stonehenge, Maometto, Krishna, o l’oroscopo. Anche tutto nella stessa vita.
O forse io sono ancora più intransigente di te perché la penso così.
;-)

(#) Quello che disse Emmyfinegold

sabato 21 giugno 2008 alle 21:03

12

Allucinanti questi racconti, da brividi!

(#) Quello che disse Tre dementi « Emmyfinegold

lunedì 23 giugno 2008 alle 19:40

13

[...] Uncategorized Tags: chador, femminismo, islam, south park, suffragette, tolleranza Ho letto le testimonianze di tre donne italiane che hanno deciso di diventare mussulmane e quindi di indossare il fazzoletto [...]

(#) Quello che disse angelwiththe

giovedì 26 giugno 2008 alle 17:53

14

“Nell’Islam la carità è fondamentale. Ti dicono di farlo ma la mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra. La religione cristiana sembra politica non religione.”

“Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,3-4)

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