Vabbè

No, stavo pensando che questa modella lolcatizzata ha circa lo spessore del foglio su cui è stampata, probabilmente non vede una fetta di toast da dieci anni e ha lo stomaco pieno di cotone idrofilo e cocaina. Così, son pensieri che mi vengono in testa, non so neanche io perché.
(Via Jezebel.)
Mi piacerebbe sapere cosa c’e’ scritto, comunque e’ brutta: poche storie.
Avra’ anche -forse- un viso passabile, ma e’ brutta lei cosi’ come e’ brutto quel che comunica.
Ma il problema e’ sempre il solito: c’e’ chi ci crede, c’e’ chi ci casca, e quindi avanti cosi’.
Ma vogliamo continuare a dar retta a questa gente qui?
Sul serio?
Anna
fa spavento
Da ex anoressica, questo è sempre un argomento che mi tocca moltissimo.
A voi non piace, certo. E’ spaventosa, certo. Eppure… Alle ragazzine, potrei giurarci, piacerà molto: cercheranno di riconoscersi in lei, non certo nelle donne “normali”, quelle con un po’ di morbidezza sui fianchi, quelle che lottano sì con la bilancia, ma in maniera, come dire… Diciamo “naturale”? Volete usare “gestibile”?
Perché è questo che si fa: da certe cose non si guarisce mai, si impara a gestirle, appunto. Si impara a gestire il proprio rapporto con la bilancia, quello con lo specchio, con i vestiti, con gli sguardi (anche e soprattutto delle altre donne, non crediate). Ecco, la chiave è (anche) qui: si impara a guardarsi. A guardarsi in maniera più normale e a controllare (o almeno a provarci) l’istinto di _non_ mangiare. Non so come spiegare, ti viene dalla pancia, dal ventre, no dalle budella. E resti appesa sempre a un’immagine che non è quella che ti restituisce lo speccio. Il guaio è che a restituirtela ci pensano miliardi di altri immagini: copertine, foto, cartelloni, sfilate, taglie di vestiti (vi siete fatte un giretto nei negozi per ragazzette? Provatevi la 44 in uno di quei negozi: corrisponde a una 42 - forse - e la 38 è una delle più vendute).
Ho passato anni della mia vita a nutrirmi (in tutto il giorno) di 4 olive e 150 g di insalata scondita; niente zucchero, niente dolci, niente bevande che non fossero acqua, nemmeno il caffè. Ero scheletrica e ancora non bastava e con me tante altrE. Altre sissignore: gli uomini anoressici sono molto, ma molto rari.
Ci vuole molto di più, temo, che far vedere queste immagini e gridare di disappunto. Ci vogliono donne. Donne che abbiano il coraggio di invischiarsi ad aiutare le altre, a mostrare che la realtà non è quella del loro vortice taglia 38 che manda a puttane tutta la tua vita, a incastrare nelle loro teste una visione di sé differente, a donare loro l’amore che credono di potersi guadagnare solo ed unicamente rimandando al mondo un’immagine scheletrica di un corpo che non appartiene più a loro. Ci vogliono tante altre cose che non mi metto ora a elencare una a una per non tediarvi. Credetemi, non basta lo sdegno.
Ci vogliamo noi, ancora, tutte insieme.
Scusate lo sfogo.
Ciao Claudia, se avessi voglia di elencarle nessuna lo troverebbe tedioso, anzi.
Maria Sung,
non prentedo certo di avere la verità in tasca o la soluzione principe a questa, che è una piaga molto più diffusa di quel che si crede. Ho forse la visione di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi ne respira lo strascico ogni giorno.
Ritengo che molte cose potrebbero essere fatte e nessuno se ne assuma la responsabilità perché, tanto, di un grappolo di donne disperate, a chi gliene… cale? Forse non riesco ad essere molto obiettiva riguardo a questa questione e me ne dispiaccio, ma ho ancora il sangue che ribolle per alcune cose.
Sottolineo che è un problema tutto al femminile, basta guardare le statistiche e anche ragionare un pelino: i modelli degli uomini sono il contrario di un anoressico, anzi, sono tutti muscoli e ciccia piazzata dove sta bene, altro che ossa che camminano! E questo, giusto per dirne due.
Partirei con un po’ di informazione in più, tanto per iniziare con qualcosa che non ha nulla di irrealizzabile: che si sa in giro dell’anoressia, del modo in cui ci si cade, delle esperienze di chi l’ha vissuta? Continuerei con qualche operazione di monitoraggio anche nelle scuole, ma devono farlo le donne soprattutto (sono le ragazzette che vanno “conquistate”, è la loro fiducia che va meritata, la loro psiche che va capita). Aprire gli occhi a qualche famiglia, avere il coraggio di dire! Sai quante madri e quanti padri non vogliono vedere la malattia delle loro figlie? Sai quante madri sono convinte che le figlie non mangiano perché hanno mal di stomaco (mica perché il loro cervello ha iniziato a sragionare) e quanti padri manco se ne accorgono? Sai quante ragazzette mangiano tranquillamente di fronte a mamma e papà e poi vanno in bagno e si mettono un dito in gola per vomitare? E quante si riempiono di lassativi per non assimilare quel che mangiano, mentre i genitori, convinti, fan finta di nulla o si spiegano il tutto con “difficoltà di digestione”?
Che cosa trovano queste stesse ragazzette quando escono di casa? Modelle scheletriche guardate da tutte/i: vitino da vespa e tette prosperose (miracolo!); negozi per adoloscenti che al massimo arrivano a una 44 che, come taglio, pare una 42 e il giro gamba del pantalone è pure inferiore; pubblicità di integratori per non assorbire quel che si mangia (quasi mangiare fosse un peccato mortale); ma soprattutto: scuole dove sono trasparenti. Nessuno si accorge di loro, nessuno bada che in mensa non mangiano, che nello zaino hanno un pacchettino di cereali integrali o peggio il nulla, nessuno che le ascolta.
Ecco, questo, per partire, forse, bisognerebbe migliorare.
E ancora (mi dilungo, lo so). Sai quanto sono rari i centri in Italia che si occupano di questa malattia? Le strutture _pubbliche_ di assistenza sono pochissime e zeppe, con liste di attesa terrificanti. Ricordo che mia madre, per me, dovette ricorrere a un centro di Milano (io sono veneta) che al tempo era uno dei pochi in Italia e che era pure costosissimo (per lo meno per lei). Se vai al di fuori delle strutture pubbliche, solo un supporto psicologico, ti costa una follia. Certo, ci sono consultori che offrono anche questo servizio (qui in Veneto, soprattutto cattolici e i pochi laici sono super affollati) gratuitamente o a fronte di una spesa modesta, ma… Non basta.
La verità è che c’è ancora molta vergogna, molta incomprensione, molto rifiuto e che purtroppo c’è anche da parte di molte donne. Combattere questo, sarebbe già fare qualcosa.
Spero di avere risposto in parte alla tua domanda.
Un abbraccio a voi tutte.
Mi associo in tutto e per tutto a Claudia con l’aggiunta che, a mio avviso, la moda è solo una piccola parte del problema. Anzi, direi la minore.
Claudia, mi permetto di aggiungere un’altra informazione al tuo elenco.
L’anoressia non è solo l’adolescente che mangia grissini. A volte l’adolescente cresce, tra grissini lassativi e vomito, senza curarsi, ma trova un doloroso equilibrio, riescie a introdurre abbastanza calorie in pancia per non morire di fame. A volte si innamora, si sposa. E fa persino figli, che credeva di non poter avere per l’ovvia amenorrea, ma la natura fa strani scherzi. E i figli crescono, e a loro bisogna tenere tutto nascosto - la mamma mangia poco perchè ha la gastrite, ha i denti che cadono ma non ti dicono che è perchè li ha corrosi dal vomito. La mamma ti fa fare strane diete, illogiche, oppure ti lascia abbuffare. Non sai, ma capisci in fretta che non è il caso di fare domande.
E se l’adolescente era tale negli anni ‘70, ora i suoi figli, le sue figlie sono adolescenti, ventenni. Facciamo una scommessa? Quale percentuale di figlie di anoressiche non curate sono anoressiche a loro volta? Io punterei sul 90%.
E per guarire devono passare attraverso due malattie.
E i ragazzi crescono con un ideale femminile malsano, che cercheranno di imporre alle loro compagne.
Ma si può venirne fuori, anche questo va raccontato. Certo che potersi pagare una buona terapia aiuta, e tanto.
Tocchi un tasto dolente Kiki. Fa male.
Non riesco a scriverne, come non sono riuscita a scrivere tante cose anche nei miei post precedenti: la parola scritta ti si piazza nella pancia e scava, rimescola.
E’ vero tutto quel che scrivi, ma soprattutto è vero che se ne esce o… si impara, si sa dove si è deboli, dove devi intervenire per forza con la testa, dove devi farti aiutare. E lo fai. Io lo faccio per mia figlia.
Tra tutte le cose che dovrà vivere, spero con tutta me stessa non ci sia questa.
Ti abbraccio.
Claudia, ricambio il tuo abbraccio col cuore. Spero di non avere scritto parole troppo dure, non volevo colpevolizzare qualcuno, solo parlare di qualcosa che a me ha fatto male, tanto, in passato.
Sono sicura che tu, e il padre di tua figlia se c’è, avete parole e gesti e forza sufficienti per farla crescere serena. Sono sicura che riuscirete a aiutarla a diventare una donna coraggiosa e forte.
Io avevo in mente donne che negano la propria malattia fino allo sfinimento. Non è il tuo caso. Tua figlia ha la fortuna di avere una madre che chiama il dolore col suo nome, e questo è una risorsa infinita di forza.










2008