Sorelle d’Italia

Se rinasco voglio essere uomo

Il mio lavoro è importante. Il mio lavoro mi piace. Sono anni che definisco me stessa con il mio lavoro. Io "sono" questo, non io "faccio" questo. Non resterò mai a casa a fare la moglie e la madre, oddio, orrore. Ho spedito l’ultimo articolo la sera prima di ricoverarmi per il cesareo e il primo dopo il parto quando la bimba aveva una settimana. Non ho mai pensato a una risposta diversa dal sì quando mi proponevano un lavoro. Ho avuto paura di non lavorare più perché avrei avuto una bimba piccola, e in Italia, si sa, c’è da vergognarsene.

Ho avuto giornate infinite, a casa con la bimba le prime settimane, quando lei piangeva e io non capivo perché e alla fine, lo confesso, mi annoiavo pure a stare fra quattro mura con un cucciolo d’uomo così cucciolo che non guardava, non sentiva, aveva solo disperati, urlati bisogni.

E adesso sto rientrando a lavorare, lei è cresciuta, al mattino si stira, sbadiglia, mi guarda e mi sorride e io penso se sto facendo la scelta giusta, mi lacero a mettere in fila i pro e i contro, cambio idea ogni cinque minuti e sono convinta che qualsiasi decisione prenderò, penserò di aver commesso un errore madornale. Seguiranno sensi di colpa e drammi interiori in cui noi donne, si sa, siamo maestre.

Il mio compagno, da quando è nata sua figlia, ha preso tre mezze giornate di ferie. Poi, stop. Non ha mai avuto il minimo pensiero se fosse giusto o meno. Lui deve lavorare. Sta nell’ordine delle cose. Lui non ha incertezze, non ha dubbi, non ha bivi da scegliere, decisioni da prendere, alternative da considerare. Non si sente una persona peggiore, non ha sensi di colpa, sa di essere nel giusto. Lui è un uomo e vive meglio di me. Chissà se qualcuno prenderà in considerazione la mia domanda per un’eventuale reincarnazione?

Due volte questa vita, non ce la faccio.

7 Aprile 2008
12:00, Lunedì
Blimunda
Filed under : Mamma mia!

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20 commenti

(#) Quello che disse flavia amabile

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 12:19

1

Blimunda, benvenuta fra le donne con figli che lavorano. Vedrai, scoprirai mondi, sentimenti, percorsi inimmaginabili prima…

ps: l’unica cosa che non condivido è il titolo

(#) Quello che disse Blimunda

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 12:33

2

flavia: sto iniziando ora, e la strada si fa già impervia.
ps: il titolo era provocatorio, e nemmeno tanto sincero. Però l’invidia verso chi vive la genitorialità senza cambiare una virgola della sua vita, quella sì, è sincera.

(#) Quello che disse flavia amabile

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 12:47

3

blimunda, no, penso che mettere in discussione la propria vita, i desideri, le passioni, tutto quello in cui hai creduto, e farlo per i propri figli sia fra le cose più belle e forti che si possano fare.

penso che la ricchezza, lo spessore che si acquistano (sulla propria pelle e sul proprio sangue) siano unici

a volte, però, fa un po’ rabbia.
altre volte irrita davvero molto

(#) Quello che disse Martina

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 12:56

4

Non credo si tratti di una cosa genetica. Conosco donne a cui stare con i propri figli è una cosa secondaria rispetto ad altri impegni (non solo lavoro). Così come ci sono uomini che pagherebbero per poter stare di più con i loro figli invece di dover andare al lavora. Mia moglie non lavora e quindi si è presa cura di nostro figlio, ma se avesse lavorato, qualche problema ci sarebbe stato.
Io penso che lavorare, oltre che una necessità, deve essere anche una necessità di soddisfare le proprie aspettative. Quindi va benissimo fare lavoratore e genitore, ma è sbagliato essere più lavoratore che genitore. I figli sicuramente risentano delle carenza affettive da parte dei genitori, più che mai dalle mamme.
Non sentirti in colpa quindi. Tuttalpiù ci penserà tua figlia, nel tempo, a fartici sentire.

(#) Quello che disse Anna Buba

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 13:08

5

Non mi so esprimere bene come Flavia, posso solo dire che ti capisco.
E’ come se alle donne fosse sempre chiesto di fare una scelta: per esempio o essere madre o lavorare. Ma una donna una volta che è madre non può scegliere per esempio di non vedere più i suoi figli per fare carriera…E’ profondamente ingiusto.
Per gli uomini avere figli non comporta cambiamenti nel lavoro, se non al limite in peggio: devono lavorare di più per guadagnare di più per mantenere la famiglia.
E così si finisce per sentirsi a metà in tutto.
Io lavoro per un P.A., ho una laurea e un titolo professionale, ma alla fine ho preferito vivere e ora sono in part-time. Come dipendenti pubblici siamo comunque avvantaggiati perchè almeno ce lo concedono: è chiaro che poi sei segata. Pazienza, ma il tempo non trascorso con mia figlia poi chi me lo restituirebbe?

(#) Quello che disse marilde

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 13:10

6

Vorrei altre due vite almeno: una da uomo, e un’altra da donna e madre. Quando sono diventata madre io non esistevano blog e nemmeno libri su cui si potessero leggere frasi come quelle di questo post. Non risolve certo, ma aiuta. Io mi sentivo dannatamente sola, circondata da madri che “L’unica cosa che da senso alla mia vita e …bla…bla…”
L’unica? Mah!
Tuttavia concordo con Flavia: “penso che la ricchezza, lo spessore che si acquistano (sulla propria pelle e sul proprio sangue) siano unici”.
Da lì però a considerare un figlio, l’unico centro della propria vita, ne corre. ( Ne dovrebbe correre). Senza contare che poi è un gran peso per il figlio.

(#) Quello che disse MademoiselleAnne

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 13:45

7

Io ho un’esperienza come figlia che mi ha segnato e segnerà lamia eventuale esperienza come madre: mia madre ha avuto poco tempo per me, tanto per il suo lavoro. Gliel’ho sempre rinfacciato, ho sempre avuto rancore verso di lei. Adesso, alla soglia dei 30, mi rendo conto ho esagerato ma che se fossi stata nella sua situazione avrei fatto diversamente. Credo ci sia bisogno di un equilibrio nel gestire situazioni come queste, credo ci sia bisogno di sapere che esiste un limite oltre il quale non andare: come genitore e come lavoratrice.
E’ per questo che, probabilmente, il mio istinto materno è sotto le scarpe. Ed è per questo, probabilmente anzi sicuramente, che il mio papà per me è la mia mamma e il mio papà insieme.

(#) Quello che disse granellodisabbia

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 14:01

8

Vivere la genitorialetà senza cambiare il proprio modus vivendi?Che senso ha,allora diventare genitori?Essere certamente arricchiti,madri o padri non penso che ci sia tanta differenza se lo si ritiene un arricchimento,cambiare ma in meglio.Vederli cominciare a camminare da soli pur avendoti come punto fisso di riferimento.Guarda,Blimunda,che io sono una libera professionista che ha tenuto ferma la sua attività,come te,solo una settimana e che correva come una spia tra studio e biberon (dopo 15 giorni, di latte,neanche più l’ombra…).Forse avrò sacrificato qualcosa,certamente il tempo libero,ma ritengo di essere veramente più ricca di prima.

(#) Quello che disse viscontessa

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 14:24

9

E qualcuno ti dirà di rimanere con tua figlia il più a lungo possibile perchè i bambini crescono velocemente e alla fine potresti pentirti di non essertela goduta a sufficienza.
E qualcuno ti suggerirà di correre fuori di casa il prima possibile perchè poi ci si abbrutisce e il mondo si scorda di noi.
E qualcuno ti dirà di metterla all’asilo nido che i bambini devono stare con gli altri bambini e qualcun altro ti suggerirà di non metterla perchè i bambini così piccoli hanno bisogno della mamma.
E tutti per tutta la vita di diranno cosa devi e cosa non devi fare fino a quando tua figlia sarà abbastanza grande per rinfacciarti lei stessa cosa hai fatto o non hai fatto per lei:-)

Però ad un simile giudizio sociale sono sottoposti anche gli uomini ai quali è affidata per convenzione la responsabilità di mantenere la famiglia.
Non guardare che tu fai un lavoro che ti piace e al quale non vuoi giustamente rinunciare ma il mondo è pieno di lavori molto meno gratificati ai quali molte donne sono ben contente di rinunciare per stare a casa con i propri figli opportunità che agli uomini non è concessa.
Se rinasci uomo, insomma, ricordati che il lavoro non sarà mai una scelta ma un tuo preciso dovere:-)

(#) Quello che disse valentina maran

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 14:43

10

Io l’unica cosa che invidio agli uomini è lo stipendio.

Cara Blimunda, il giorno in cui (lo spero) riuscirò ad avere un figlio, avrò il tuo stesso problema.

So per certo che non potrò mai continuare così.
Ho una vita dal ritmo troppo frenetico.

Probabilmente ti chiederò consiglio. :-)

(#) Quello che disse valentina

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 17:27

11

Che bella Blimunda!! a me i tuoi post sui pro e contro dell’essere neo-mamma hanno fatto ridere un sacco. Credo (parlando da una che non ha figli, per cui parlo senza cognizione di causa…) che dipenda anche dalle famose “prioritá” della vita. Io il lavoro ad esempio lo vedo come lavoro, punto. Al momento per me é una scelta di vita che mi lascia pochi spazi, perché il lavoro della cooperazione é un po’risucchiante, ma PER ORA mi va bene, é il mio mondo. Francamente, se un domani mi innamorassi e volessi fare un bambino, mi piacerebbe avere di fianco un compagno che mi dicesse:”guarda, prenditela con calma, che se per un paio d’anni vuoi dedicarti a fare la mamma e compagna a tempo pieno al vil denaro ci penso io”. Non so, é sbagliato?? perché poi? da tanti anni faccio la giovane donna single ed indipendente per il mondo, e mi piace. Ma se in un futuro volessi prendermi una pausa, che male c’é? Certo direte voi, una volta che esci dal giro…Ragazze scusate la franchezza, ma che i giri che se li facciano da loro, io preferisco vivere. Il mondo é grande, un’opportunitá si trova sempre credo (ok, qui ammetto che io sono un po’ aesy rispetto a queste cose…). E cmq ritengo che anche il solo sentirci in dovere di dare giustificazioni (come diceva Blimunda nel post linkato) é significativo di quanto anche nel decidere di diventare madri le regole del gioco non sono nostre. Macheppalle!! E poi, lavorare stanca… ;-)

(#) Quello che disse Claudia

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 18:48

12

Benvenuta nel club Blimunda!
Come granellodisabbia anch’io libera professionista, ho lavorato fino all’ultimo secondo e a (ri)partire dal primo secondo (o quasi). Ora che mi ci fai pensare, però, ti supero: se lavoro troppo e torno a casa tardi lasciando la trottola da mammina, mi sento in colpa perché lavoro troppo e la trascuro. Se lavoro troppo poco (e tengo mia figlia, annoiandomi alquanto al terzo racconto delle magiche avventure delle Winx - che diciamolo sono pure diseducative) mi sento in colpa perché, lavorando troppo poco, non contribuisco adeguatamente al mantenimento della famiglia… Sì, lo so, un uomo non si fa ’ste paranoie (eufemismo:-), ma nemmeno si gode la profondità delle nostre percezioni, sensazioni; la nostra maniera intensa, viscerale, violenta, di vivere; la pancia (”solo tua” - in termini di sensazioni, vita, paure, speranze sogni, indicibile) per nove mesi; la “sorellanza”, i rapporti (nel bene e nel male) che solo noi abbiamo tra noi e con i nostri figli (soprattutto figlie? Non lo so…); il nostro coraggio infinito.
Non li invidio.
Ecco, questo oggi.
Sì perché domani, lo so è così, potrei scrivere che vorrei tanto semplificare tutto, anzi, scusate, già mi vedo: la prossima volta che mia figlia si ammala e quindi sta a casa dalla materna e mia mamma non la può tenere etc (il mio compagno? Che? Naaa lui deve lavorare!), ecco, la prossima volta che accadrà tutto questo, lo so, scriverò che voglio rinascere uomo e a quel paese le belle cose di cui sopra…
Capita :-)

(#) Quello che disse Blimunda

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 19:36

13

Alla fine il problema è che anche io ho avuto una madre lavoratrice, alla quale ho pensato bene di rinfacciare di avermi trascurato. Il problema è che lavorare è una necessità non solo economica ma anche mentale, per non trovarsi annoiate al terzo racconto sulle Winx. Il problema è che tutti, esattamente come durante la gravidanza, si sentono in dovere di darti consigli non richiesti. Il problema è che vorresti un compagno che ti dicesse “stai a casa e goditi tua figlia, che ci penso io”. Il problema è che se il compagno lo dice, gli rispondi che tu, a fare la mantenuta a casa impazzisci dopo due giorni. Il problema è che qualunque decisione tu prenda, te ne penti il minuto dopo. Il problema è che siamo nate così e così dobbiamo vivere, limitando i danni. Il problema è che ora chiudo qui se no questo commento sembra una canzone della Mannoia (ma grazie, di cuore, a tutte).

(#) Quello che disse valentina

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 19:43

14

Blimunda, io chioseri con un “comunque vada sará un successo”!! E lo dico davvero. Non ne ho dubbi ;-) Se no non ti preoccuperesti tanto…

(#) Quello che disse Anna Buba

Lunedì 7 Aprile 2008 alle 20:32

15

Bisogna essere convinte che qualunque cosa facciamo, qualsiasi decisione prendiamo, siamo le migliori mamme per i nostri figli…anche se non siamo perfette, ma d’altronde, chi lo è?
Auguri a Blimunda.
La realtà è che ci preoccupiamo troppo, e te lo dice una che ormai da sei anni a questa parte dorme praticamente con un occhio solo…;-)

(#) Quello che disse dianuccia

Martedì 8 Aprile 2008 alle 10:36

16

è vero, è bello leggere post come questo che sembrano pagine strappate dal proprio diario segreto. ti aiuta. non ti fa sentire un mostro…
come sarebbe stato più facile se le avessi potute leggere (queste parole) quando mi sentivo soffocare, sola e trafitta da mille sensi di colpa per non riuscire a farmi bastare la presenza del mio cucciolo per essere felice.
non sarò mai felice, mi dicevo. non sono in grado di amare, mi dicevo. ed ho sofferto, tanto. quando ho insistito per tornare al lavoro, dopo 5 mesi di casalinghitudine. ho pianto, tanto. quando mi sembrava che mio figlio non mi amasse. non mi guardava. piangeva solo con me….
ora un pò sorrido, ma la sofferenza era vera e un pò la provo anche adesso che ci ripenso. adesso che va tutto meglio. adesso che ci sono comunque dei giorni terribili in cui sembra che qualsiasi scelta sia quella sbagliata. adesso che capita di essere io la piccola e non il mio bambino di un anno e mezzo. faccio i capricci anche io..talvolta. ma mi sento grande per avercela fatta. ma quanto è stata dura.oggi mi consola pensare che i bambini crescono COMUNQUE. che quel pianto disperato di oggi, di adesso, per loro diventa un sorriso dopo tre secondi. che è nel tempo, nei gesti più che nelle parole che loro trovano ancore a cui aggrapparsi. nel vederci vicine in notti insonni. nel vederci giocare con loro e ridere e scherzare. nel trovare la nostra mano quando i gradini sono troppo alti da salire…piano piano loro sentono crescere l’amore e noi impariamo ad amarci grazie a ciò che vediamo nei loro occhi.

(#) Quello che disse Claudia

Martedì 8 Aprile 2008 alle 12:26

17

Blimunda scrive:
“Alla fine il problema è che anche io ho avuto una madre lavoratrice, alla quale ho pensato bene di rinfacciare di avermi trascurato. Il problema è che lavorare è una necessità non solo economica ma anche mentale, per non trovarsi annoiate al terzo racconto sulle Winx.”
Vero, tutto vero. Pensavo, tuttavia, proprio ieri dopo averti letto (anch’io figlia di mamma lavoratrice): non sono state proprio queste donne a insegnarci a essere come siamo? Mi spiego meglio: è vero, anche noi siamo state figlie che hanno rinfacciato alle madri i pomeriggi, le sere, a volte le giornate di assenza. Anche noi, povere loro, abbiamo attribuito loro le colpe che oggi gli altri (e soprattutto noi stesse) affibbiamo a noi. Anche noi, abbiamo creduto fosse per loro (e per noi) più “corretto” interpretare in primis il ruolo di madre e poi quello di donne. Sì, sì, mi ci vedo, era così anche per me. Voglio però guardarmi indietro: chi mi diceva, se non mia madre, quando ero piccola (abbiate pazienza se vi sembrano posizioni “eccessive”, erano anche altre tempi), insomma chi mi diceva: “Una donna deve mantenersi da sola, vorrai mica finire come tua nonna, che vergogna, che per comprarsi un paio di calze deve chiedere i soldi al nonno!”. E ancora: “Certo che devo lavorare, devo lavorare non solo per mantenerci, ma anche e soprattutto per rimanere quel che sono: una donna soddisfatta e realizzata, solo così posso darti il meglio di me”. E pure, in tempi recenti: “Resisti, stringi i denti, si fa, si può fare: non rinunciare al tuo lavoro, sii te stessa con i tuoi bisogni e le tue esigenze, insegna a tua figlia che la sua mamma è una donna, non solo una mamma e quando crescerà vedrà in te la donna oltre alla mamma e ti ammirerà come donna e come madre”.
Ce lo hanno insegnato loro, a esser così.
Del resto, scusa, alle volte mi chiedo se davvero voglio trasmettere a mia figlia il messaggio che per essere mamme sia necessario sacrificare se stesse, immolarsi. La risposta è che no, non voglio. Vorrei che pensasse che è una scelta. Certo, una scelta che comporta sacrifici, ma una scelta. Vorrei che imparasse a essere solida e indipendente, non schiacciata da qualche ruolo.
Scusate se mi sono dilungata, ma è una cosa che desideravo condividere: so bene quanto i sensi di colpa buchino la pancia, viverli insieme, forse, li rende meno pesanti.
In bocca al lupo Blimunda e tutte.

(#) Quello che disse Nino

Martedì 8 Aprile 2008 alle 15:15

18

No, non capisco buona parte del tuo post. E leggendolo mi faccio molte domande: intanto se la gravdianza è stata una scelta, e poi perchè parli sempre delle tue scelte e non delle “vostre” scelte, come se il tuo compagno in fondo (volente o nolente) sia marginale al discorso, e non solo perchè ha preso solo tre mezze giornate di ferie.

Nell’ordine delle cose sta che i genitori si dividono i compiti ed i carichi di lavoro e condividono le decisioni. I dubbi sulle scelte (inevitabili, perchè non vi sono certezze in quel campo) devono essere comuni, così come pure le scelte e le assunzioni di responsabilità relative.

Dopo di che, l’equilibrio con cui bisogna andare avanti è senz’altro molto delicato, perchè il quadro complessivo con l’arrivo di un bimbo cambia, anzi si stravolge, e non ha senso fare i paragoni con il prima e con il dopo. Come se uno paragonasse il periodo degli studi delle scuole medie con la vita da adulti.

(#) Quello che disse Blimunda

Martedì 8 Aprile 2008 alle 20:28

19

Nino: le scelte possono essere condivise quanto vuoi, ma alla fine sono mie perché miei sono i sensi di colpa. Ecco il perché de titolo. Un padre non avrà mai sensi di colpa perché va a lavorare, perché in qualche modo non ha scelta. Con la possibilità di scegliere (anche lì, poi, relativa: i soldi servono etc) nascono i sensi di colpa. Il mio post non voleva essere l’ennesima rivendicazione tra sessi, ma solo una semplice constatazione: per gli uomini diventare genitori è più facile. Punto. Infine, permettimi una precisazione: “Nell’ordine delle cose sta che i genitori si dividono i compiti ed i carichi di lavoro”. Nell’ordine delle cose? Quali cose? DI quale realtà parli? Io non vedo molte situazioni paritarie come quella che descrivi.

(#) Quello che disse granellodisabbia

Mercoledì 9 Aprile 2008 alle 22:18

20

Io credo,Blimunda,che i millenni di storia parlino chiaro.L’uomo procacciava il cibo e la donna restava ad accudire la famiglia,legando e facendosi legare visceralmente ai figli.Siamo noi di quest’ultima generazione che abbiamo cominciato a provar gusto in qualcosa di diverso dalla pura e semplice cura della famiglia.Cresciti questa bambina con la convinzione che solo essendo la donna che hai deciso di essere,semprechè tu non abbia cambiato idea,darai a lei quei valori in cui hai creduto e credi.C’è sempre uno scotto da pagare per ogni scelta ed anche se lei in parte lo pagherà penso che tu abbia il diritto,comunque,di essere te stessa.Il fatto,poi,che qualche senso di colpa ci sia penso che tutto sommato sia un bene.Avrai sempre presente anche il suo di bene nelle scelte che farai e che riguarderanno la tua persona.Da mamma,ti abbraccio.

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