Una donna fra i pro-life
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Un giorno Flavia si rende conto di essere incinta. Vive a Roma, è separata, ha un figlio di sei anni, un lavoro di quelli così di moda di questi tempi: un contratto di collaborazione che non prevede malattie o maternità e per il licenziamento nei casi migliori concede un preavviso di una settimana. Stipendio netto: mille, mille e duecento euro al mese. Potrebbe essere un’istruttrice di nuoto, una dipendente di un gruppo editoriale, un’assistente sociale. Potrebbe essere decine di migliaia di donne e avere tra i trenta e i quarant’anni.
Dopo anni di solitudine con un figlio da crescere, nella sua vita è passato un uomo. Flavia ha pensato che tutto sommato non c’era nulla di male. E invece ora è qui, un tampone positivo in mano e il mondo che le sta crollando addosso.
L’istinto le suggerisce di correre, cancellare tutto in fretta e tornare alla vita di prima. Le analisi, il consultorio, l’appuntamento per l’interruzione di gravidanza. «Venga giovedì 20», dicono. Mancano dieci giorni, Flavia è quasi alla settima settimana di gravidanza ed è un lunedì. Se solo fosse sicura di avere un asilo nido, se solo potesse avere un aiuto durante i primi mesi, se le garantissero il lavoro, quel figlio lo crescerebbe volentieri.
Il mio viaggio fra i centri per la vita di Roma inizia così, con questa storia da raccontare. Chiamo il Consultorio familiare della Pontificia Università Salesiana. Un po’ di imbarazzo, poi spiego che cosa cerco. «Noi mandiamo tutti a via della Pigna».
In via della Pigna c’è il Consultorio «La Famiglia». «Vuole un appuntamento? Mi lasci il nome e il numero di telefono e la richiamiamo», mi chiedono. «Mi scusi, fra quanto tempo?», rispondo. «Non meno di due settimane, forse un mese». Sorrido: «Grazie, ma l’appuntamento per l’interruzione è la prossima settimana, sa, la legge…». A quel punto salta fuori come per incanto un incontro alle 18,40 del mercoledì. «Chieda della dottoressa Pagliuso», dicono.
Obbedisco. Alle 18,40 entro nel cattolicissimo Palazzo del Vicariato in via della Pigna. Salgo al terzo piano, chiedo della dottoressa Pagliuso. Mi fanno entrare in una stanza minuscola, claustrofobica. La dottoressa mi presenta un suo collega, presente non si sa bene a quale titolo visto che non spiaccica parola per tutto l’incontro, si limita a fissarmi, tanto per rendere meno inopportuna ai miei occhi la sua persona. Mi siedo, gli altri due sono di fronte a me: l’atmosfera è accogliente quanto quella di un interrogatorio in Procura.
Parlo del lavoro che dovrò lasciare, della prospettiva di rimanere senza stipendio per almeno un anno, se non di più. La dottoressa ascolta, ogni tanto interloquisce con un «ma lei a Flavia ha pensato?». La guardo, senza capire. «Si è chiesta che cosa potrebbe capitare dentro di lei in caso di aborto?». Provo a spiegarle che in questo momento l’unico pensiero è mio figlio di sei anni e come mantenerlo. E siccome non ne ho la minima idea, sto pensando seriamente di abortire. «Ma lei sa che un aborto è qualcosa che rimane dentro per sempre?»
Mantengo la calma. Lo so, certo, che l’aborto non si cancella, ma in questo momento il mio problema è un altro: fare in modo che le conseguenze di questo mio errore non devastino la vita di mio figlio, quello già nato. La dottoressa annuisce ma non ha altri argomenti. Mi alzo, saluto anche l’altro dottore che continua a fissarmi in un imperscrutabile silenzio, poi me ne vado.
Se fossi davvero incinta forse a questo punto mi arrenderei: ci vuol poco a decidere che cosa fare quando dall’altra parte hai solo una manciata di parole. Io insisto. Chiamo il Consultorio dell’Università Cattolica. Ottengo un appuntamento per il giovedì pomeriggio con la dottoressa Bassi. Affronto il traffico romano fino al Policlinico Gemelli, l’ospedale dove vengono ricoverati i papi. Il centro è lì vicino. La dottoressa mi terrà più di un’ora per costruire due scenari. In uno c’è il bambino nato e tutto quello che potrebbe accadere ma detto in modo da ammorbidire le difficoltà. In un altro c’è l’aborto e di nuovo il fantasma dei sensi di colpa e delle sofferenze che dovrei sopportare. Fin qui ci arrivavo anche io. E gli aiuti? «Di questo dovrà parlare con il Movimento per la vita. Le do il numero, chiami a nome mio».
La mattina dopo, chiamo. La persona con cui dovrei parlare arriverà tardi. Stia tranquilla, la richiamerà, mi assicurano. La telefonata arriva alle sei del pomeriggio, lei si chiama Patrizia Lupo. Ha avuto una giornata difficile, due colloqui lunghi, precisa. Precisa anche che dovrebbe finire alle cinque, e ora sta facendo tardi per ascoltare quello che ho da dire. Lo so, so tutto, le dico, è anche venerdì, ci sono le elezioni e Ferrara continua a straparlare, e però anche lei deve sapere una cosa: mi aspetta un intero fine settimana senza nessuno con cui parlare, due giorni di vuoto, con mio figlio da far giocare e quest’altro dentro di me a cui - a momenti alterni chiederò scusa o che abbraccerò. Deve sapere che da cinque giorni cerco di sapere da un centro per la vita se e come mi possono aiutare in concreto.
Patrizia si fa convincere. Continua a chiamarmi Roberta, non so perché, e mi parla del Progetto Gemma, 150 euro al mese (o anche 160, dipende) per 18 mesi consecutivi a partire dalla gestazione. E poi? Patrizia risponde che mi può dare una mano per avere anche dei sussidi da parte dei municipi. Ma dobbiamo parlarne a voce. Mi da’ un appuntamento per il lunedì mattina.
Riattacco. Vado a controllare: i soldi li mettono delle persone che adottano a distanza il mio futuro figlio. Per ragioni di riservatezza, non conoscono la madre e il bambino, ma sono tenuti al corrente della gravidanza, conosceranno il nome del bambino, la sua data di nascita e, se la madre acconsentirà, avranno anche una sua foto. Bellissimo, peccato che non sempre arrivino offerte di adozioni a distanza e il sistema a quel punto si blocca, mancano i soldi. E che si fa allora? Spengo il computer: se tutto fosse vero, mi preparerei a un lungo, lunghissimo fine settimana.
Vignetta ‘Berlusconi, i medici, i preti e i farmacisti’ - Copyright Blog ‘Diritto di cronaca’
Forse anche per la chiesa la ricetta giusta è sposare un milionario. Possibilmente cattolico, si intende.
…se tutto fosse stato vero mentre NON E’ POSSIBILE CHE LO SIA,dopo anni di solitudine,Flavia-Roberta-colei che ha commesso un errore imperdonabile che pagherà comunque,si ritroverà ancora sola…
molto interessante ed utile credo questo post (inchiesta, si potrà definire una piccola inchiesta? boh, fa lo stesso).
Nei termini pensati dalla tua alter ego, la situazione mi pare che apra delle riflessioni di interesse collettivo: cioè immaginando che la tua alter ego avesse trovato supporto (economico e d’altro tipo), magari avrebbe portato a termine questa gravidanza.
A me quello che convince poco di questa eventualità è che immaginando che lo stato o una qualsiasi associazione cattolica investa mezzi, persone e risorse nel convincere la futura madre a nono “lottare contro” questa nuova vita, mi sembra un controsenso assicurare poi al bambino una adozione. Voglio dire: capisco l’obiezione di coscienza sull’aborto e le considerazioni a margine di essa, non mi sembra che però portino a compimento la riflessione sul problema della responsabilità che sembrano voler sollevare.
Una volta garantito -supponiamo- il supporto alla futura madre che ha soltanto allora -questo posso condividerlo- una scelta realmente libera e certamente anche più consapevole, non sarebbe il caso di cercare di incoraggiarla ad allevare il pargolo? La domanda che mi pongo è: supponendo che l’intero sistema funzioni fin lì (e come era prevedibile e deriva da questa microinchiesta forse non è tutto così liscio come l’olio), ciò che ci interessa è solo che il bambino nasca, a costo di affidarlo a dei perfetti estranei?
mi sembra debole la tesi per cui una ragazza che decide di non crescere il figlio sia disposta a tenerlo in grambo per nove mesi (anche perchè persino io da maschietto conosco discorsi sulle implicazioni psicologiche che questo comporta).
poi se la cosa funzionasse, a prescindere dalle mie opinioni, ci vedrei comunque una libertà in più, ed una possibilità in più anche per le famiglie che vorrebbero adottare, ci mancherebbe. Ma visto che sempre più ci si sta ragionando su da un punto di vista “culturale”, mi restano in testa le domande che ti/vi ho girato…
Flavia, ci vendiamo il format?
seralf, forse quello che ho scritto ti ha tratto in inganno. l’adozione a distanza implica che sia la mamma a crescere il figlio. i genitori adottivi possono vedere il figlio, avere delle foto e informazioni sulla sua crescita solo se la mamma acconsente
viscontessa, vuoi dire che devo girare i centri della vita di tutt’Italia fingendo di dover abortire?
qualcuno mi eliminerebbe molto prima della fine del mio tour… :))))
Perchè limitarsi ai centri per la vita? il nostro paese è pieno di Chiese e istituzioni clericali che aiutano le donne. E poi potrebbe essere un “simpatico” passatempo da condividere:-)
viscontessa, due donne in giro per chiese, parrocchie e conventi a chiedere di non abortire?
ma tu vuoi sbancare tutti i botteghini del mondo!
è la svolta della nostra vita, sono alcuni secoli che trame simili sono un successo assicurato
Io continuo a non capire.
Mi sforzo, ma non ci riesco.
Non riesco a capire perché una persona non deve farsi carico delle proprie responsabilità, mi dispiace ma non ci riesco.
Caspita! Io se sbaglio pago, e spesso pago salato.
Quando invece uso la testa per ragionare anziché per separare le orecchie (come mi dicevano quando ero adolescente), allora son sicuro di farmi carico di tutte le conseguenze del mio agire.
Si parla sempre di aborto e non di interruzione volontaria di gravidanza, perché così si può facilmente sorvolare sulla vita che cresce nel ventre materno. Perché così ci si può cullare nell’illusione che quell’essere umano che nasce e cresce e poi viene alla luce non sia altro che un peduncoletto, un brufoletto sulle pareti dell’utero, che una mano di topexan e via! sparito il brufoletto, pronti come prima!
MA…
Ma se io mangio alimenti che mi producono pelle grassa, sono oggi nell’impossibilità di non sapere che con ogni probabilità mi verranno i brufoli.
E credo che oggi come oggi non ci sia persona in Italia che possa dire in tutta sincerità che non sa che facendo sesso si va sempre incontro alla possibilità di una gravidanza.
E allora, mi dispiace, ma continuo a non capire tutte queste donne che devono abortire per non perdere il lavoro.
Mi dispiace, non le capisco, fatemelo capire voi.
Io non capisco come non si faccia caso alle conseguenze del proprio agire. Non capisco come una donna possa crescere un figlio di 7 anni, trovarsi incinta di un compagno che si volatilizza e quindi dovere abortire.
E non lo capisco perché persone vicinissime a me si sono trovate proprio in quella situazione, MA hanno preso delle…
…PRECAUZIONI…
…se non sei certa che il tuo compagno non voglia un figlio da te, forse
1) è meglio che ti fai prescrivere il prima possibile la pillola, se non riesci a fare a meno di far sesso con lui;
2) è meglio che tu non faccia proprio sesso con lui, e che trovi una persona più responsabile di lui;
3) è meglio che consideri che, se non segui i punti 1 e 2, vuol dire che accetti il rischio di avere un figlio da una persona che non ne vuole, e che consideri se hai le forze per crescerlo come stai crescendo il figlio che hai già.
Ripeto, parlo solo per esperienza diretta.
caro massimo,
e se prendi la pillola e un antibiotico preso per una banale influenza te ne neutralizza gli effetti?
in che categoria inserisci questa variabile non troppo eventuale?
Se prendi la pillola e un antibiotico preso per una banale influenza te ne neutralizza gli effetti, lo sai…
PRIMA!
La categoria è la medesima, se io compio un reato e poi dico “eh, ma non lo sapevo mica” non è che non l’ho compiuto, la Legge non ammette ignoranza.
E allora perché la responsabilità individuale dovrebbe?
A me pare che certe opinioni puntino molto a dire “tanti diritti, nessun dovere”, quando uno dei primi doveri è pensare a se stessi.
E questo vuol dire prendere le precauzioni necessarie.
Altrimenti, scusa, è come inalberarsi per un operaio morto cadendo dalla gru, che non ha allacciato il gancio di sicurezza perché stava scomodo!
E’ lo stesso discorso (e ho esperienza anche in quel campo), chi non ha testa abbia gambe ma preferirei che tutto il parlare di prevenzione serva a PREVENIRE più che curare.
Se ci facciamo soverchiare dalle pulsioni, la razionalità, l’intelletto a che ci serve? E’ bello abbandonarsi all’impulso emotivo, ma non tutto ciò che è bello giova.
Mi pare quasi strano dover parlare di morale, ma alla fine questo è: se la mia morale è faccio quel che voglio, quando voglio, come voglio e senza pagarne le conseguenze, anzi magari facendo pagare qualcun altro</, beh, mi pare una morale molto infantile, adolescenziale al limite. Non è colpa mia…
E comunque cadiamo nei meandri delle situazioni superparticolari, come allergie, malattie varie, interferenze ormonali (pare incredibile, ma ne so anche di questo)…
So che posso scatenare un putiferio, ma esiste anche l’astinenza, se uno non è sicuro di voler mettere al mondo figli.
massimo,
è cpsì, cadiamo nei meandri delle situazioni superparticolari
ogni donna quando sceglie di abortire ha una sua storia superparticolare perchè è la sua storia, soltanto la sua, che le fa ritenere più giusto per sé, e quindi anche per gli altri, non andare avanti nella gravidanza
ARGH!
Scusa l’esordio brutale, ma stiamo parlando della stessa cosa?
Fino ad oggi, per creare le condizioni di una interruzione volontaria di gravidanza era necessaria obbligatoriamente la collaborazione di gameti maschili e femminili, quindi di un uomo e una donna che mediante azione copulatoria fondessero i propri patrimoni genetici per formare un nuovo essere, che avesse metà cromosomi del padre e metà della madre.
Quindi fin qui la cosa non è mai stata solo della donna, semmai ammetto le colpe della parte maschile dell’umanità che non si prende la sua parte di carico per crescere la progenie.
Adesso le cose sono diverse. C’è la partenogenesi. Bene, se una donna vorrà abortire da partenogenesi, allora sarà solo problema suo, sarà lei a volere un figlio, sarà lei a eliminarlo.
Ma se una donna è sola a dover decidere… perché è sola?
Questo dico, so benissimo che le situazioni sono ognuna caso a sé.
Dico solo che continuo a non capire perché le donne si trovino nella condizione di decidere da sole, DOPO.
E’ come se la tanto decantata e vantata (e forse anche effettiva) superiorità delle donne sugli uomini venisse a mancare: improvvisamente una donna intelligente diventa stupida e si fa mettere incinta?
Per quanto uomo, mi offendo se mi volete far credere una cosa del genere.
Massimo proviamo ad osservare la situazione da un altro punto vista. Proviamo per esempio, invece di parlare sempre e solo di donne e di definirle assassine e di parlare delle loro responsabilità, a difendere il diritto alla vita cercando di responsabilizzare, di far sentire dei vigliacchi, degli imputati in concorso di omicidio gli uomini, quegli stessi uomini che intervengono solo ed esclusivamente per richiamare le donne al loro senso di responsabilità senza mai prendersi le proprie. Vogliamo portare avanti una politica di tutela della vita e vogliamo farlo sostenendo che il feto ha priorità sui desideri della donna? Bene, perfetto, ci sto ma allora ad ognuno il suo, alle donne il compito di far da contenitori e agli uomini quello, e senza sconti, di occuparsi del figlio. Per ogni bambino concepito c’è una madre ma c’è un padre le cui responsabilità devono essere accertate subito e senza sconti. Staniamo questo padri, rendiamo possibile l’esame del DNA del feto in maniera rapida, gratuita e facile per chiunque, obblighiamolo non solo a mantenere il figlio, ma ad occuparsi di lui in egual misura della madre che abbiamo costretto a diventare tale, applichiamo sanzioni penali per quei padri che si rifiutano di fare il loro dovere e consideriamoli responsabili moralmente almeno quanto le donne, per la mancata contraccezione. E poi tuteliamo la maternità, ma facciamolo veramente, il mondo del lavoro è in mano agli uomini, sono degli uomini i posti di comando e sono loro quindi i primi responsabili della ulteriore discriminazione che le donne incinta devono subire sul lavoro. E allora avanti con leggi e pene severissime per chi discrimina le donne incinta a maggior ragione se single e con situazioni economiche e familiari difficili. Ti sembrano queste idee campate in aria? Eppure non richiedono neanche grossi e insostenibili sforzi economici delle istituzioni costrette con progetti come quello illustrato da Flavia a pagare per le “cazzate” degli uomini. Perchè voi, cazzo, dove siete oltre che sul podio a pontificare su ciò che noi dobbiamo o non dobbiamo fare? Se mangio un barattolo di Nutella mi viene un brufolo, ma un bambino non si concepisce con un barattolo di Nutella ma grazie al contributo e sostanziale di un altro essere umano contro cui nessuno fino adesso ha alzato un dito accusatore. Ma facciamola finita per favore di parlare della maternità come se fosse una cosa che non vi riguarda e dell’aborto come se invece fosse preciso dovere intervenire. O dentro o fuori.
Ammetti la colpa del maschio di non essersi preso le sue responsabilità nell’allevare la progenie?Scusa,e nel generarla?O forse tu pensi che sia solo responsabilità della donna?Se così,scusa la brutalità,statevene completamente fuori che è meglio…
@ Viscontessa:
Hai esattamente tradotto il mio pensiero. Quand’è che si comincia?
Sono favorevolissimo all’esame del DNA sul neonato, ovviamente il mio discorso considerava la pillola perché è una cosa che la donna decide individualmente di assumere - chiaro che l’uomo può (e deve) usare il preservativo se non ha volontà di procreare.
Più che leggi severe per chi discrimina le donne incinte, io vorrei leggi che favoriscano il formarsi di famiglie, in cui i figli possano crescere con la presenza di entrambe le figure fondamentali di riferimento, paterna e materna.
Anzi! Io (in quanto in attesa di mia figlia, da mia moglie) rivendico l’importanza e la necessarietà del mio ruolo di padre! Ma al tempo stesso rivendico l’importanza per mia figlia di avere entrambi i genitori.
@ granellodisabbia:
voglio spiegare meglio l’idea, ero un po’ di fretta perché chiamato a preparare la cena per mia moglie, mi rendo conto di aver sintetizzato la frase in malo modo.
Intendevo scrivere:
[...]ammetto le colpe di quella parte della parte maschile dell’umanità che non si prende la sua parte di carico per crescere la progenie.
Ad ogni modo, con questo intendo dire che non giustifico, anzi condanno i padri che si disinteressano dei figli. Ho un padre che, pur oberato dalla professione medica, quando necessario ha trovato il tempo per noi figli. Certo, è da lui che ho imparato, e ovviamente qualche difettuccio ce l’ha - e io cerco di non prenderlo, se possibile.
Ma averlo comunque presente, vedere che non era a casa - perché lavorava per noi - e riflettere su questo a posteriori, mi ha fatto capire che tipo di padre voglio essere.
Non penso che la responsabilità sia solo della donna, ma nemmeno che la donna sia solo vittima. E non tiratemi adesso fuori casi ultraparticolari, perché allora van considerati caso per caso e non se ne vien fuori.
Penso che l’interruzione volontaria di gravidanza sia un fatto grave, una piaga per la società e un dolore per le donne che sono costrette a ricorrervi. Ma se nessuno muove un dito NONper abolire la 194 ma perché sia applicata appieno, beh, allora o prendiamo il classico atteggiamento statalistico vittimistico e assistenzialistico in cui aspettiamo che tutto cada dall’alto dallo Stato Onnipresente, o ci si rimbocca le maniche, si manda a casa chi non ha voglia di lavorare e ci si mette sotto a costruire un qualcosa di meglio.
E basta col lamentarsi, gridare, litigare, e poi niente che cambia.
[...] seguito di questo articolo, ho postato il commento che segue, che ha avuto anche immediata risposta da parte della giornalista [...]
Porta pazienza Massimo ma vorrei farti notare che,come penso tu ben sai,il mondo del lavoro ha dei ritmi che mal si conciliano con la maternità in sè e se una donna vuole fare bene il proprio lavoro e nel contempo è madre faticherà certamente più di un uomo.In ultimo proviamo a metterci dalla parte dell’antipaticissimo datore di lavoro al momento dell’assunzione di una giovane donna.Sinceramente tu che faresti?
massimo,
continui a non capire perché anche tu ti poni all’interno di una storia ultraparticolare e non te ne rendi conto perché è la tua storia.
hai avuto un padre presente, ci fai sapere di essere un marito premuroso e di voler essere un padre fantastico
complimenti, nulla da dire, fortunata tua moglie e tuo figlio. purtroppo però la realtà per la maggior parte delle donne è diversa, molto diversa e questo fa sì che molte donne si trovino da sole nello scegliere se portare avanti o no una gravidanza.
nessuno muove un dito per abolire la 194, dici. beato te che forse ci credi. io no. so perfettamente che cosa intendono alcuni politici quando ripetono come un mantra questa frase, che la 194 è esattamente quello che vogliono cancellare. e so anche che per abolirla basta pochissimo, lo si può fare con uno di quei lavori puliti che non lasciano traccia come è il caso di quest’obiezione di coscienza dilagante che senza bisogno di maggioranze parlamentari o noioso e lunghi dibattiti in aula, risolvono il problema con altrettanta efficacia.
infine, i vittimismi e le lamentele. per quel che mi riguarda non mi sono mai lamentata o ho fatto la vittima e penso che molte donne si sarebbero risparmiate una campagna elettorale di questo tipo se ad un certo punto qualcuno non avesse deciso di accusarle di omicidio con tutti i megafoni di cui ha a disposizione.
nessuno ha attaccato nessuno ma di fronte ad un attacco di questa portata, per favore almeno il diritto di difenderci concedetecelo.
No Massimo non ci siamo, dichiarasi in favore di una politica della famiglia mentre si affronta il tema delle responsabilità maschili nella scelta di una donna di interrompere una gravidanza, non fa che accrescere ulteriormente la sensazione che gli uomini non abbiano neanche capito di cosa stiamo parlando. Una politica in favore della famiglia è una cosa, obbligare gli uomini a prendersi le responsabilità di un figlio quando questo non ha niente a che vedere con la famiglia e il desiderio di metterla su, è tutta un’altra cosa. I figli, ahimè pare assurdo doverlo rammentare proprio agli uomini,non sempre sono frutto dell’amore anzi nei casi di gravidanze indesiderate sono spesso il frutto della solitudine, dell’istinto, della necessità, l’opportunità, la leggerezza, il divertimento, la convenienza e persino della violenza. Per questo le donne interrompono una gravidanza, perchè ciò che portano in grembo non è un bambino ma il frutto amaro di una debolezza di cui soltanto loro dovranno sopportare il peso per tutta la vita. Questo romanticismo, questa idealizzazione della maternità, della gravidanza, dell’amore e della famiglia, proprio non vi si addice, bando alle ipocrisie per piacere, abbiate il coraggio di tuffarvi nell’orrore, nella miseria umana, nella tragedia, nel dolore di cosa significhi avere un figlio se non lo vuoi, poi riparliamo del dono della vita umana, del calore di una famiglia e della gioia di diventare genitori. Ma fino a quando non sarete costretti a vivere sulla vostra pelle e senza via di scampo cosa significhi diventare genitore per forza, per favore lasciamo da parte gli inutili sentimentalismi. La favoletta della sacra famiglia con il bue, l’asinello e San Giuseppe che crede all’arcangelo Gabriele, è una favoletta che nessun uomo si sognerebbe mai di rappresentare nella propria vita, difficile, su questi presupposti, imporre alle donne di essere tutte Madonne.
Prima di parlare di applicazione appieno della 194, che ancora qualcuno deve spiegarmi cosa significa e dubito fortemente che possa farlo un uomo che non ha mai dovuto affrontare personalmente l’iter per potervi ricorrere, applichiamo appieno la ripartizioni delle responsabilità tra uomini e donne.
sisi mi ero perso un pezzo, ecco perchè non tornava: diciamo che (”leggo a distanza”. Sarà la mezza stagione ma capisco fischi per fiaschi, pardon
E’ meraviglioso sentire un uomo tuonare sulla contraccezione, facendo finta di non essere in Italia, dove ci sono farmacie che magari non li vendono, e una Chiesa che ancora li contrasta (e anche mr. Abort Macht Frei, ci tengo a ribadirlo, casomai qualcuno pensasse a lui come ad una persona in buona fede).
Sono proprio gli uomini i primi a fare resistenza sull’uso dei preservativi, oppure sono le donne? No, parliamone. Considerate che non tutte le donne possono prendere la pillola (già, la pillola è un farmaco, lo sapevate?), anche se più di una volta l’ho sentito teorizzare, con frasi del tipo “potrei stare solo con ragazze che prendono la pillola”.
Chissà come mai la ricerca per i contraccettivi maschili va così a rilento, forse perché non è conveniente, dato che per gli uomini (non tutti, mi sembra di capire che tu sia un tipo responsabile) la contraccezione è sempre e comunque un affare che riguarda le donne, come la gravidanza, l’aborto o il parto etc.
Non bastano i soldi per eliminare l’aborto.
Io ho un buon lavoro sicuro, un marito che mi ama e mi aiuta, dei figli bellissimi. Uso regolarmente dei contraccettivi. Qualche tempo fa ho avuto un forte ritardo mestruale: avrei potuto essere incinta, perche’ niente e’ sicuro al cento per cento. Ci ho pensato per alcuni giorni, e poi ho deciso: se fossi stata incinta, avrei abortito.
Perche’ ho a malapena il tempo di occuparmi dei figli che ho, senza diventare un totale disastro al lavoro. Perche’ l’ultima gravidanza e’ stata seguita da tre anni senza dormire (causa pargolo piangente), con conseguente depressione e dieci chili persi in un fisico che era sottile anche prima. Perche’ ho ben piu’ di quarant’anni, e un’ottima probabilita’ di trovarmi con un bimbo malato, che richiede molto piu’ tempo ed energia di uno sano.
Da un punto di vista economico potrei lasciare il lavoro e vivere di quel che guadagna mio marito. Ma non voglio. Ho faticato tanto per trovare un lavoro che mi piace, ho delle responsabilita’, ed e’ difficile sostituirmi. Ho preso degli impegni a cui non intendo rinunciare, e so per esperienza quanto e’ difficile conciliarli con le esigenze di un neonato, specie se ad esse si sommano quelle degli altri figli.
Ho gia’ fatto tre giri su quella giostra, e ora che le pappe e i pannolini appartengono al passato, il tempo e le risorse che riesco a ritagliare dal lavoro (che non e’ poco, perche’ ho tagliato shopping, parrucchiere e parecchie altre cose) voglio dedicarli ai miei figli.
Quelli che ci sono, che mi crescono accanto, e che hanno tanto bisogno della mamma. Che si litigano perche’ vogliano starmi seduti vicino a tavola, e di sedie accanto alla mia ce ne sono due e loro sono tre. Che tornano dall’asilo e mi guardano e dicono “mamma, fammi le coccole, ho bisogno di amore”. Che tornano da scuola e non mi guardano, e devo stare seduta in camera loro per venti minuti prima che venga fuori cosa e’ andato storto, ed un abbraccio e una spiegazione riportino la serenita’. Che sono felici quando sono a casa malati, e per una volta hanno la mamma tutta per se’.
Loro sono bambini, una palletta di cellule no. Se dovesse succedere, la mia decisione e’ presa, e senza nessun senso di colpa. E non credo di essere la sola a pensarla cosi’.
grazie per aver scritto questo messaggio .
non ne potevo più di giudizi gratuiti ed elucubrazioni teoriche , grazie.
ciao lontana, io mi sono trovata nella tua identica situazione e l’ho fatto.
Le ragioni sono identiche ai tuoi pensieri…credo che si possano chiamare ragioni, ma questa è una scelta che non dipende dalla ragione. Dipende dallo stomaco, dipende dalle viscere.
Ho avuto 3 gravidanze, ogni donna che fa un figlio sa che cos’è provare questa esperienza. Basta darsi un’occhiata per intravedere nell’altra l’universo che la sta attraversando : un universo potente coinvolgente che ti porta a contatto con dimensioni inaspettate e sconosciute che altre non sono che la forza della natura, della vita che si accetta in sè e la si lascia fare.
Potrei usare mille parole per spiegare la portata di questo evento, ma sarebbero inutili, come lo sono state tutte quelle che ho letto alla prima gravidanza…lo stupore che si prova non ha misura.
L’esperienza che ti cambia non si può trasmettere.
Ho fatto 3 bambini nei momenti , ragionevolmente parlando, più sbagliati della mia vita: senza lavoro senza casa etc…eppure la forza con cui ho affrontato tutto veniva dalle viscere e niente mi spaventava. Questa volta è stato tutto il contrario: la stessa potenza mi travolgeva. Mi teneva prigioniera, mi riempiva di panico. Tutta la forza di questo evento metteva alla luce solo i miei limiti. Ho detto NO. Ho detto no , forse come il felino che uccide i suoi piccoli quando sa che non potrà sfamarli, perchè è malato, debole e sa che non potrà curarli.
Potrei spiegare questo No con mille ragioni razionali ma non lo faccio perchè queste ragioni vengono dall’istinto. Un embrione è un punto interrogativo: cosa diventerà, cosa diventerai, cosa diventeremo? Non ho avuto la forza di scoprirlo.
Accettare l’essere umano e la bellezza che sa portare in se , significa anche accettare il suo contrario. Ho creato con amore e ho distrutto con altrettanto amore.
Nessun essere umano che non abbia partorito può esprimere un giudizio sull’interruzione volontaria di gravidanza. Tanto meno un uomo.
Sì, grazie lontana.
Grazie per le parole e per il coraggio.
Anch’io sono una che l’ha fatto (e dopo un’altra gravidanza: ho una bimba). Non ce l’avrei fatta, non ce la facevo: ancora sacrifici, ancora un cambio di lavoro dopo che questo l’ho tanto sudato, ancora a fare tutto (da sola: noi siamo sempre sole a far tutto e nonostante tutto), ancora a dimenticarmi di me. Ci ho messo un po’ a non vergognarmi più di ammettere che non ce la facevo.
E grazie Francesca: ci sono ragioni della pancia, delle budella, che non possono e non siamo tenute a spiegare. Nessuno - dici bene - nessuno può permettersi di giudicare.
Non ci pieghiamo, non facciamolo: “Nessuno salirà sulla tua schiena, se prima non ti sei piegato” (M. L. King).
lontana, francesca, claudia, grazie per il vostro racconto. leggere quello che scrivete mi fa capire che è giusto andare in giro, scrivere, non fermarmi mai








2009