A scuola di sessualità?
L’educazione sessuale nelle scuole andrebbe fatta a partire dalla scuola media, ma andrebbe anche reinventata. Così, di getto, alcune problematiche che mi vengono in mente.
- I genitori devono accettare il fatto che la figlia di 12 anni (sì, 12: non sono la maggioranza, ma ci siamo capiti) scopi. Femmina, ché col maschio spesso il problema è il contrario: non guarda ancora le ragazze, sarà mica frocio*?
- I ragazzi devono improvvisamente riconoscere che una cosa fatta a scuola ha un valore per la propria vita. Non è che si apprende con un interruttore acceso/spento: se si vive la scuola come una realtà asettica e avulsa dalla vita reale, non si diventa improvvisamente ricettivi un’ora alla settimana. Vedi alla voce scolastico = palloso, inutile, da sfigati.
- La classe non è il luogo adatto per la sincerità: troppe persone delle quali non ti fidi e pronte ad usare le tue debolezze contro di te. Siamo in Italia, il si fa ma non si dice è ancora, purtroppo, la posizione vincente.
- La mera informazione da sola non basta: altrimenti le campagne di screening (tipo quelle sul tumore al collo dell’utero) avrebbero un’adesione del 100%. Non basta mettere sul tavolo un diaframma, un preservativo e una confezione di pillole. Anche perché per quello bastano un paio d’ore.
- I ragazzi si fidano più dei loro coetanei che degli adulti, genitori, professori o educatori che siano. E tra i coetanei si fidano di quello più carismatico, non di quello più informato.
- I ragazzi non sono tutti pronti ad affrontare gli stessi argomenti nello stesso momento: c’è la ragazzina che frequenta abitualmente i consultori e la sua amica che ti guarda sconvolta** quando le dici che è normale per le donne, a un certo punto, andare dal ginecologo per la propria salute indipendentemente dall’attività sessuale.
- Per lui: trovere un modo efficace perché i maschi si rendano che il corpo femminile esiste, ed è complicato dentro e fuori, che conoscerlo è anche affar loro, perché il sesso si fa in due (e i bambini, pure).
- Per lei: attraverso il sesso passa anche l’affermazione di se stesse. Certe ragazze non percepiscono le prevaricazioni come tali, a costo di essere accettate da un ragazzo o (peggio) dal gruppo. Lui non vuole usare il preservativo, e io ne faccio a meno altrimenti mi lascia. Facciamo sesso per la prima volta, al dunque non me la sento ma lo faccio andare avanti, perché gli uomini arrivati a un certo punto non possono mica tornare indietro.
- Per lei/2: sesso come piacere o come potere? Qua mi sono interrotta, perché non sapevo cosa scrivere. Per quanto io possa essere convinta del contrario mi trovo immersa in una realtà che incentiva palesemente il sesso come strumento di potere. Rettifico: per le donne come unico strumento di potere.
Mi fermo qua, perché sto pontificando sul nulla e perché questo è il paese dove il progressista (?) Enrico Mentana ha detto “io mio figlio non lo mando in una scuola dove c’è un distributore di preservativi”. L’Italia è al punto che è, e la cosa più realistica è attivare degli spazi e degli sportelli nelle scuole in collaborazione coi consultori. Alcuni consultori hanno delle giornate e dei luoghi rivolti agli adolescenti, ma spesso i ragazzi non lo sanno nemmeno.
*E si spalanca un altro abisso: parlare di omosessualità a scuola. A Rimini, l’anno scorso, un liceo ha organizzato un’assemblea d’istituto invitando il segretario dell’Arcigay locale. Alcuni genitori sono insorti e hanno preteso (e ottenuto, ci mancherebbe) la presenza di un prete perché altrimenti mancava il contradditorio. Il contradditorio, rendiamoci conto.
** “Che schifo, io non ci andrò mai!”. Credevo di essere la persona giusta a parlarne solo per la mia educazione tipicamente anni ’70 fatta di la persona chiede – alla persona si spiega tutto. Ma io da bambina passavo ogni tanto un pomeriggio al Consultorio, perché mia mamma ci lavorava. Mi ero dimenticata di essere un’eccezione. Nei prossimi episodi bambina di 9 anni chiede cosa vuol dire masturbarsi.
In realtà tutti i tuoi punti sono validi, e vanno tenuti in considerazione. Il problema degli “sportelli” è che non colpiscono tutti i ragazzini contemporaneamente, in massa, ma solo quelli che ci vogliono andare. E per quello ci sono già i consultori.
L’educazione sessuale a scuola non è necessariamente un momento di confronto. Durante le lezioni di biologia si prendono appunti e si viene interrogati, idem durante latino, storia e italiano.
Trattare l’educazione sessuale come una materia di studio (con interrogazioni, verifiche e quant’altro) certo, può contribuire alla dissociazione scuola/vita di cui parli. Ma è anche vero che qualcosa, qua e là, passa. E anche chi finge di non ascoltare o si bulla di non farlo, alla fine può trovare un’utilità in un’educazione che sia prima di tutto meccanica: cosa va dove, cosa si usa come, cosa succede quando.
Contemporaneamente è possibile passare all’attivazione di sportelli a cui rivolgersi individualmente, dove però non dovrebbero esserci adulti oltre i ventincinque anni. Chi va allo sportello deve sentire di parlare con un fratello o una sorella maggiore, qualcuno a cui dare del tu, che non lo giudichi e gli dia informazioni corrette senza essere impositivo, comprendendo i suoi desideri e i suoi dubbi perché se li ricorda ancora.
Aggiungerei anche un po’ di educazione sessuale agli insegnanti…
Quando facevo il liceo (anni ‘90, non ‘30) la scuola si è sentita in dovere di organizzare degli incontri di educazione sessuale. Era il liceo figo di sinistra, quindi bisognava proprio farlo.
Beh, non ho idea su dove sia stato recuperato quello spaventapasseri che doveva fare l’esperto. So solo che ha dichiarato, davanti a 100 quindicenni, che fare l’amore con il profilattico era come mangiare un panino con la carta intorno. Per fortuna qualche quindicenne è instorto e ha fatto lui un appello al buon senso e al rispetto della propria salute.
Siamo tutte grandi e conosciamo bene quali siano i risvolti, anche più dolorosi, pericolosi, noiosi e fastidiosi della sessualità, ma se adesso, consapevoli di tutti gli aspetti che la riguardano, possiamo parlarne serenamente, sappiamo anche bene, o dovremmo ricordarlo, di quanto questa consapevolezza la si sia raggiunta anche grazie al lato più misterioso e istintivo del sesso.
Difficile pensare che degli adolescenti possano comprendere il nostro linguaggio, per maturare una sessualità serena e consapevole, bisogna sperimentare, provare, aver paura o lasciarsi andare, bisogna insomma assecondare il proprio istinto anche perchè il sesso è e resta sempre e soltanto una questione d’istinto.
Il che non significa che sia contro all’educazione sessuale come materia scolastica, ma io ho il sospetto che il problema stia a monte e che l’educazione dovrebbe riguarda più genericamente quella dell’essere umano e non soltanto della sua sessualità senza niente togliere al necessario apporto di informazioni sul sesso di cui i giovani hanno bisogno.
Giovani uomini allevati nel rispetto della donna e giovani donne che non affidino alla propria sessualità emergente, tutte le loro speranze per il futuro. Generazioni di maschi che non siano costretti a crescere tra le tette e i culi della pubblicità, della televisione e dei giornali e giovani donne per le quali quelle tette e quei culi rappresentino l’unica chance per il futuro. E infine un istinto, quello sessuale, che quando compare con il vigore, l’urgenza e l’inesperienza dell’età adolescenziale, trovi il suo sfogo con le modalità previste da un’educazione al rispetto dell’altro come persona.
E’ inutile sperare che i giovani possano presentarsi ad un sportello di un consultorio per chiedere informazioni sul sesso, non lo faranno mai perchè ciò significherebbe affrontare la vita con la maturità di un adulto, ma si può fare in modo da fargli comprendere che il sesso si fa in due, l’un per l’altro e non l’uno contro l’altro.
Viscontessa ha ragione, c’è bisogno di un tipo di educazione totalmente diverso, come dice lei “Giovani uomini allevati nel rispetto della donna e giovani donne che non affidino alla propria sessualità emergente, tutte le loro speranze per il futuro.*” e di conseguenza dovrebbe essere la famiglia a fare questo tipo di educazione.
Peccato che non tutte le famiglie siano così “illuminate”: sono una su quante le madri che parlano apertamente di sesso con le figlie? i padri che fanno altrettanto quanti sono? Io sono stata molto fortunata: mia madre ha sempre chiamato le cose con il loro nome (quindi niente pisellini e farfalline); a 11 anni mi ha spiegato cos’erano le malattie veneree e l’importanza del preservativo; mi ha detto cos’è la masturbazione, cosa sia il sesso e come evitare che un ragazzo, magari più grande, ti obbligasse a farlo (ricordo la sua frase “se dopo il NO lui continua, c’è un solo modo per fermarlo: prendilo per i testicoli!”… vi giuro che funziona!). Mentre io ero superinformata sul sesso, mentre io avevo visto un uomo e una donna nudi, sapevo cosa fare e cosa non fare, sapevo che sono solo io la padrona del mio corpo, il mio ex fidanzato (a 18 anni) non sapeva nulla, se non quello che dicevano i suoi amici; sua madre e suo padre non gli avevano mai parlato della sessualità, nemmeno quando avevano scoperto che si masturbava; tutto era passato sotto silenzio e sono stata io la prima a dirgli “sono io a decidere se fare o meno l’amore con te, non tu!” o “i seni non sono delle manopole del gas o bottoni del citofono, ma cose molto molto delicate”.
Alla fine quindi bisognerebbe educare anche i genitori, spiegargli che parlare del sesso ai propri figli non è un peccatto, ma anzi, un modo per prepararli al futuro.
*mi scuso se non faccio la citazione nei corretti tag, ma ammetto di non esserne capace.







2010