Ancora una tragedia annunciata
E’ successo di nuovo, ovviamente. Un’altra madre depressa ha ucciso sua figlia, di 5 anni. La notizia la trovate qui , ma di sicuro l’avrete già sentita: quando una donna si rende responsabile della morte del proprio bambino, i mass media accorrono come mosche al miele, e non gliene si può fare un torto. Un fatto del genere è ancora una notizia, e se lo è vuol dire che succede di rado, per fortuna, almeno in Italia. Quello che temo, anzi, quello di cui sono quasi certa, è che accadrà di nuovo. Ne avevo già parlato, nel giugno scorso, e cinque mesi dopo è successo ancora. Rimando al post di cui sopra per le considerazioni a proposito del fatto, visto che le due vicende sono quasi completamente sovrapponibili, ma mi preme rilevare, ancora oggi, l’assoluta assenza dello Stato per tutto ciò che riguarda l’assistenza nei confronti delle madri e delle famiglie, dal punto di vista emotivo-psicologico. Consentitemi la deformazione professionale, ma fatti del genere si possono e si devono impedire, e non sarebbe impossibile riuscirci, se solo le madri avessero a disposizione servizi territoriali facilmente accessibili a cui rivolgersi quando sono in difficoltà, quando nemmeno il padre dei loro figli crede alla loro sofferenza, quando la loro stessa famiglia allargata non riconosce il problema, e si limita alla classica pacca sulle spalle accompagnata dalla solita frase pseudo-consolatoria: "Vedrai che passerà, sorridi, su"! Mi si obietterà che esistono i servizi cosiddetti "materno-infantili" gestiti dalle Asl, ma quante donne sole e disperate nella loro condizione di depressione sono in grado di riconoscere di essere in difficoltà e correre ai ripari? Dove sta la società, in tutto questo? I compagni di queste donne, le famiglie di queste donne, spesso non vogliono o non sono in grado neppure di vedere il problema e, quando lo vedono, spesso non riescono ad accettarlo, perchè la depressione fa paura, sa di anticamera della pazzia, e anche i servizi psichiatrici territoriali fanno paura, in questo nostro mondo assurdo in cui si pensa ancora che chi ricorre allo psicologo è "matto".
Facciamoci sentire, donne, madri: facciamo sentire la nostra voce, perchè essere lasciate sole con i figli tutto il giorno, tutti i giorni, non è una cosa facile da vivere, e non è per niente "naturale".
Non si nasce madri, lo si diventa, e l’aiuto di cui si ha bisogno non deve essere un favore, ma un diritto.
Sono d’accordo che la depressione è una piaga sociale, ma in questo caso mi domando: va bene, non si nasce madri. Ma quando si decide di mettere al mondo un figlio, sarebbe il caso di valutare le proprie risorse. Capire a chi e come chiedere aiuto in caso di difficoltà, e se necessario fare la voce grossa con i compagni assenti (perché quello è un problema). Però mi domando se le donne, a volte, non debbano farsi un lungo esame di coscienza e capire se sono in grado di badare a un bambino. Un figlio non è un’attività ricreativa: e se si arriva a lanciarlo dalla finestra perché non ubbidisce, forse si sono fatti male i conti prima. Forse si è sottovalutata la propria resistenza, l’ambiente circostante, le risorse pratiche a disposizione.
C’è un’ansia di maternità obbligatoria che mi sa di ultima spiaggia: non riesco a realizzarmi in niente, per cui figlio. E’ una sensazione che ho spesso anche io, quella che un figlio mi darebbe un senso di “progetto compiuto”: e guardacaso, le fisse di maternità mi vengono sempre quando il lavoro va male o mi sento in un vicolo cieco. E’ un buon motivo per avere figli, la frustrazione? Non so. Me lo chiedo ad alta voce.
No, Giulia, non è un buon motivo, sicuramente. Ma poi, inspiegabilmente, (anzi spiegabilmente, xchè sappiamo bene tutti come si fanno…)i figli arrivano lo stesso e allora, quando i figli arrivano, per fare i conti non c’è più modo, non c’è più tempo, nemmeno se sei una non-depressa. Per una donna in difficoltà rimane solo la disperazione di non farcela, di essere sola e spesso c’è il problema culturale della vergogna di chiedere aiuto. Ecco xchè è fondamentale che esista un supporto sociale facile, accessibile, normalmente presente. Xchè anche chi non si sente in diritto di chiedere aiuto, chi non ne è capace xchè ha paura del giudizio di chi le vive intorno e non sa o non vuole darle aiuto, trovi più facile parlare con qualcuno piuttosto che gettare il proprio bambino dal 5° piano.
Ma io mi domando: in quest’era di contraccezione, maternità tardiva e natalità zero, i figli ancora “arrivano”? Capitano ancora come un incidente inevitabile?
Non è che i figli capitano come un incidente inevitabile, non sempre almeno. Il fatto è che pensi di potercela fare, magari sei giovane, sei piena di speranze. Non puoi sapere cosa significhi davvero avere un figlio, così provi ad immaginare, fai ipotesi nessuna delle quali poi risulta così aderente alla realtà. Non so quante madri si siano monitorate attentamente prima di decidere di avere un figlio, quante abbiano valutato attentamente le proprie risorse emotive e caratteriali, quante abbiano avuto chiaro su chi contare e come. E poi un figlio si può programmare, pensare, sognare con calma, valutare con attenzione ma poi quando lo stringi tra le braccia ti rendi conto che non sai niente, un accidenti di niente.
Ebbene si, Giulia… Fino a che non mi è capitato personalmente l’ho pensata esattamente come te. Eppure ho un paio di lauree qualche specializzazione, i miei buoni annetti e non sono certamente un’educanda. Mia figlia è stata concepita per caso, in un momento di rilassatezza, di sguardo quasi involontario verso il futuro, di desiderio, per una volta, di non controllare tutto. Per una sola volta… Ed io sono fortunata, xchè la vita mi fa considerare questo “spiacevole incidente” l’esperienza più intensa della mia vita, xchè quando mi sono lasciata andare non ero all’angolo estremo della mia vita e la persona con cui “concepivo” aveva tutti gli strumenti per diventare un padre di qualità. Solo allora ho capito che lasciare aperte le porte al “caso” (niente ironie…)è un diritto, forse l’ultimo, che anche chi è disperato non vuole negarsi. E’ una porta sul futuro, qualunque esso sia, quando tutte le altre sono chiuse. Cosa rimane a chi si sente privato di tutto, se non decidere di una nuova vita? E’ terribile anche il solo scriverlo…
La coscienza del rinunciare ha la pancia piena e la mente lucida e serena.
mi reputo una persona equilibrata. ho due figli che “si passano” 5 anni. li abbiamo “cercati” tutti e due. il secondo (povero) soprattutto per non lasciare sola la prima… e ora che c’è ringrazio il cielo, anche se con due è difficile: gelosie, gelosie, gelosie… veniamo al dunque. con la prima di circa 5 anni e il secondo appena nato, il desiderio di non sbagliare nulla, la voglia di farcela da sola, la necessità di non avere “chi ci è già passato” tra i piedi…. mi sono ritrovata a pensare, quando lui piangeva, “se lo soffocassi con un cuscino…” o “se lo annegassi” o… o boh… non ricordo più. erano pensieri che venivano da sè, in modo del tutto naturale, ma grazie al cielo me ne rendevo conto e mi allontanavo dal piccolo per fare luce nella mia mente. ero solo stanca, stanca e sola. l’unico aiuto che volevo era quello di mio marito ma lui ha sempre pensato che io sono “tosta” e ce la posso fare da sola (è vero, ma un aiutino….). beh…. a distanza di 4 anni, quando gli ho fatto presente - parlando del più e del meno - che ero sfinita in quel periodo e che non ce la facevo da sola e che sono stati momenti duri lui mi ha detto “davvero?”. ecco: questo forse può far capire come possono capitare tragedie come quest’ultima.
non so darmi spiegazione e non riesco a giustificare una azione simile !
Io credo che nessuno sia pronto a priori a fare un figlio. Ho visto amiche che l’hanno “cercato” per mesi o anni, sentendosi frustrate e inutili, e poi quando si sono trovate con questo esserino urlante fra le braccia che fagocitava tutto il loro tempo non avevano nemmeno la forza di dire “non ce la faccio”. E’ qui il problema; una può farsi tutti gli esami di coscienza che vuole, prima di concepire, ma non sa davvero cosa la aspetta; per cui sono esami di coscienza mendaci, in alcuni casi. Tutto potrebbe risolversi o quantomeno non causare drammi se avessimo il coraggio di chiedere aiuto. Ma spesso non lo facciamo perché ce ne vergognamo, perché “Tutte fanno figli, sarò capace anche io”, perché gli altri ci fanno sentire inadeguate. E la gente che ci circonda, che pur dice di amarci (mariti, madri, suocere, amici), trova molto più comodo non vedere il disagio che monta e si limita a un generico “vedrai che passerà”. Onore a Isa e al suo commento sentito e sincero; la verità va cercata tra le sue parole e il “davvero?” pronunciato dal marito.
Si, onore ad Isa e al coraggio di dire ciò che accade veramente. Che è più comodo continuare a non vedere dando per scontato che l’istinto materno sia il passaporto per far crescere i figli senza vacillare mai. Quando le madri impazziscono si riaccende l’attenzione. Poi, tutto tace, e dentro le case le madri fanno i conti con se stesse. Le cose potranno davvero cambiare quando sarà chiaro a tutti cos’è la maternità reale, non quella delle fiabe.
Isa, ti capisco davvero…è capitato anche a me, quando avevo mio figlio piccolo ed ero sola, e non avevo proprio la possibilità di averlo, l’aiuto, oltre che poco coraggio a chiederlo.
Chiarolunare: “La coscienza del rinunciare ha la pancia piena e la mente lucida e serena”. Queste tue parole meritano molta, molta riflessione. Grazie.
Giulia, hai ragione: i figli bisognerebbe farli sapendo bene a cosa si va incontro. Ma non tutte le donne hanno gli strumenti culturali per rendersene conto, e concepire figli è, almeno per la maggioranza delle persone, decisamente facile, oltre che divertente…i guai cominciano dopo. E anche sapendo bene, in teoria, a cosa si va incontro, una volta che tuo figlio è nato “quando lo stringi tra le braccia ti rendi conto che non sai niente, un accidenti di niente”, come dice Alida…
non sono una di quelle madri che si sono trovate del tutto abbandonate a sé stesse, anche se il padre delle mie figlie c’è sempre stato poco. quando erano piccole, però, avrei fatto volentieri del male a chi - come mia suocera - diceva: “certo che sei fortunata, con delle bambine così brave”. non si accorgevano, né lei né altri, del disorientamento, il sonno perso, il senso di impotenza, i cattivi pensieri. poi sono cresciute - le ho cresciute, oserei dire - e le cose sono diventate più facili, un po’. ho sviluppato un amore assoluto per loro, devastante, senza freni. eppure, quando mi sono separata, più volte si è affacciato un pensiero molesto: se non ci fossero loro, ora potrei disporre liberamente della mia vita. quanti, fra chi non ci è mai passato, possono capire i sentimenti contrastanti che animano un rapporto così, finché morte non ci separi?
Piangevo in ospedale con quel piccolo sconosciuto tra le braccia. E ho continuato a farlo anche a casa, nell’incredulità generale. Il bimbo è sano e bello, il parto è andato bene, che cosa vuoi di più? Ad esempio un’altra vagina dal momento che la mia rattoppata col punto croce mi duole alquanto? Oppure un paio di capezzoli nuovi di zecca? Non so, un regalino anche per me? Una cazzata, un libro che non sia un manuale della brava, dolce premurosa e super-adeguata mamma? Accanto alle doverose e sacrosante nenie per la nanna, magari anche un disco del mio cantautore preferito? Piangevo si, poi ho “imparato” a farlo di nascosto perché un po’ va bene poi…poi ti devi violentare nel ruolo che stona se associato a fragilità, stanchezza, insicurezza. Piangevo perché, in fondo sapevo che la nascita della mia creatura portava con sé un lutto. Quella meravigliosa sensazione di pienezza che avevo raggiunto con la pancia piena, quell’onnipotenza incredibile mentre partorivo (io partorivo, io!!), sfumava così, miseramente, in tre chili e quaranta grammi urlanti tra braccia maldestre e tremanti. No, non affrettarti, per favore, a togliermelo dalle braccia sottolineando che con te si tranquillizza subito. No, non dirmi che quello della nostra vicina (che tra l’altro è spiaccicato alla madre, mentre il mio…forse un po’ il naso, ma no, quello è della nonna paterna…) mangia e dorme.
Lasciamelo cullare per favore, ma resta qui. Magari in silenzio. Magari prepari tu la cena, magari dai una carezza in più a me e quando crollo sfinita te lo spupazzi. Guardami, ci sono ancora, sono qui.
Terra: nessuno, probabilmente, può capire quei sentimenti contrastanti, se non li ha provati. Infatti sono spesso gli uomini, senza figli o latitanti con i loro e le compagne, ad affrettarsi a condannare donne che, in qualche modo, fanno male ai loro figli. Tu sai di essere stata, e di essere, una bravissima madre, e sai che senza di te le tue figlie non sarebbero le ragazze in gambe che probabilmente sono. Purtroppo deve bastarti così…Tanto è veloce la condanna quando sbagliamo, tanto impensabile l’elogio quando facciamo le cose per bene. Se un figlio ha problemi la colpa è nostra, se sta bene ed è in gamba, è la “natura”, e tu sei fortunata.
Spenk: quasi quasi facevi piangere anche me…Hai ragione, l’aiuto emotivo che i nostri compagni e le persone che ci vogliono bene possono darci è enorme, peccato che spesso, una volta nato il fagottino urlante, le madri diventano irrilevanti, se non per diventare oggetto di critiche. Non lo allatti? Orrore! Sei triste? Ma scherzi! Se stanca? Ma se devi solo occuparti di lui! Ce ne sarebbero di cose da dire ai padri, alle nonne, alle amiche senza figli…Magari in un altro post!
Ho affrontato la maternità, cercata e disperatamente voluta, con fatica (lavoravo solo io ma mio marito era ugualmente assente, preso dagli studi)ma senza mai pensieri così devastanti. Erano tempi in cui le porte erano aperte e anche in città si viveva con la possibilità di passare del tempo insieme ad altri che avevano gli stessi problemi, e i figli si crescevano in gruppo. Insegnavo, e dopo 7 ore di scuola, stremata, ricordo che mi fermavo 10 minuti sotto casa prima di salire, per riprendermi un po’di silenzio e non essere subito invasa dalle richieste e dal chiasso dei miei figli.
Ho avuto chiaro il problema di cui tutte parlate quando è nata la mia prima nipote. Mio figlio e mia nuora avevano 21 anni, erano entusiasti di questa bambina… ma mi sono chiesta che consapevolezza e che strumenti avessero per affrontare tutte le difficoltà, le paure, le fatiche, le rinunce. Ho cercato e cerco di esserci, anche se sono lontani. Mia nuora, soprattutto con il secondo, ha avuto momenti di vero smarrimentop. Da allora, da questa presa di coscienza, mi sono dedicata ai “corsi per genitori”. Niente di tecnico: uno spazio di ascolto, un’opportunità alle mamme (ma anche ai babbi)di incontrarsi e raccontarsi, quello che un tempo succedeva in modo naturale nei paesi, nelle cascine, ai giardinetti delle città.
E poi… ma perché nelle scuole non si danno gli strumenti per affrontare la vita affettiva ed emotiva? perché nessuno parla mai di educazione sentimentale? E ci stupiamo di tanto sofferenza e di tanto dolore?
Che idea splendida, Corrocoilupi, esattamente quello che vorrei proporre nella scuola materna di mia figlia. Uno spazio d’ascolto e di dialogo per le mamme e i papà, la possibilità di mettere in comune la paura, lo smarrimento ma anche la gioia che dà il coraggio e la forza di continuare. Posso chiederti suggerimenti? Ancora grazie,comunque, per l’idea.
Non ho mai voluto figli, e faccio fatica a capire le donne che vogliono un figlio a tutti i costi, per dare un senso alla propria vita. Sono lesbica, e vedo questa cosa anche tra le mie compagne. Niente contro le mamme gay, ma perché vuoi un figlio a tutti i costi? Per dimostrare cosa?
Purtroppo non sono comunque d’accordo che i figli nascono per scelta razionale, anche perchè credo che così ne nascerebbero molti meno (cosa che di per sé in un mondo sovrappopolato sarebbe un gran bene). I figli si fanno per ignoranza, per conformismo, per desiderio di affetto e di appartenenza, perché tutti fanno così, perché in fondo è piacevole farli (la prima parte…), perché ti dicono di fare così.
Non mi sento di giudicare queste donne, io se avessi tra i piedi uno di questi piccoli mostri urlanti farei di peggio, lo so. Ma io razionalmente ho deciso di non averne intorno. Non tutte ce la fanno…
Elena…. mi dispiace che tu la pensi così…. mi dispiace per te.
Elena, inutile dirti che quei “piccoli mostri urlanti” riescono anche a darti una gioia inesprimibile che nessun altro potrebbe mai darti,oltre a una sequela di problemi e difficoltà, certo…
“I figli si fanno per ignoranza, per conformismo, per desiderio di affetto e di appartenenza, perché tutti fanno così, perché in fondo è piacevole farli (la prima parte…), perché ti dicono di fare così.”. A volte si fanno per tutte queste ragioni, sono d’accordo, ma la maggior parte delle volte i figli si fanno perchè da un pezzetto della tua anima che non sapevi nemmeno di avere quel figlio ti sta chiamando, e non puoi fare a meno di rispondere. Penso che Dio (o chi per lui) c’entri qualcosa, per fortuna…sennò gli esseri umani sulla terra sarebbero già spariti da un pezzo!
Come mai sei così arrabbiata?
pur dal mio punto di vista da mamma (quasi sempre) felice e soddisfatta, non faccio fatica a capire la posizione di elena. volere un figlio non è necessariamente istintivo, anzi. e credo che la depressione post-parto abbia a che fare con questo. ti dicono “è meraviglioso, è naturale, quando lo avrai tra le braccia ti si colmerà il cuore di gioia e gratitudine”, ma non è così. questo è quello che ci piace pensare. la maternità, secondo me, è un’esperienza positiva solo se è sorretta da una volontà determinata e da una tempra solida, perché altrimenti è meglio lasciar perdere, per il bene proprio e del bambino. e lasciar perdere consapevolmente è più saggio e salutare che sentirsi sconfitte quando è troppo tardi.
Terra: se per “sconfitte” intendi le madri che fanno del male ai loro figli sono d’accordo con te. Se invece parli di tutte le madri, che prima o poi sconfitte ci si sentono sempre, almeno per un po’, non sono d’accordo con te. Conosco figli meravigliosi cresciuti da madri che si sentivano sconfitte, ma che li hanno amati tanto lo stesso. Pochi, d’accordo, ma esistono.
la prima che hai detto, ma non ci sono solo quelle che fanno del male ai figli. ci sono anche quelle che li abbandonano a sé stessi, che non riescono ad amarli, che li sopportano come fastidi. meglio non averne allora, non credi? e meglio anche pensarci prima, se si può.
Scusami chiarolunare, non avevo visto il tuo commento e quindi la tua richiesta. Sono a tua disposizione per tutti i suggerimenti che vuoi, per chiacchierare e confrontarsi. Credo che sia importante davvero che ci muoviamo, che cominciamo a ricostruire reti di dialogo e di solidarietà, senza aspettare che siano sempre le istituzioni a rispondere male e in modo insufficiente ai nostri bisogni. Coraggio, mi metto al servizio di chi ha voglia di riprendere in amno la propria vita e quelal della sua famiglia.










2008