Sorelle d'Italia

Burqa, bufera politica che parte da Treviso

In questi giorni leggo e ascolto con attenzione il grande polverone politico e mediatico scatenato dall’ordinanza del prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli che ha legittimato il burqa ed il suo utilizzo. Secondo alcuni illegittimamente a causa della norma dell’articolo 5 della legge 152 del 1975, appoggiata dall’ex sindaco leghista Giancarlo Gentilini, che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona e che implica l’arresto delle donne con il burqa. Il prefetto da parte sua replica con una circolare del Dipartimento della Polizia risalente al 2004, che legittima il burqa in quanto "segno esteriore di una tipica fede religiosa". Per cui, secondo Capocelli "se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo".

Dalla parte del prefetto il ministro Rosy Bindi che sostiene che l’uso del burqa debba essere "una libera scelta delle donne musulmane" e sottolinea che "occorre pensarci bene: se esso è segno di oppressione va combattuto, ma se è simbolo di una cultura liberamente scelta allora va tollerato". Al suo pensiero si affianca un altro ministro, Paolo Ferrero, che dichiara: "A mio giudizio il provvedimento del prefetto di Treviso sul burqa è intelligente ed evita contrapposizioni fittizie, perché permette di identificare una persona ma non impedisce l’utilizzo di un costume religioso. Si dovrebbe imparare dal buon senso del prefetto e fare finalmente una legge sulla libertà religiosa che disciplini il modo in cui le diverse fedi possono esprimersi nel nostro Paese".

Contro il provvedimento invece il ministro per i Diritti e le Pari Opportunità Barbara Pollastrini, che commenta: "Sono sconcertata e indignata perché, come ho sempre detto, ritengo la copertura integrale del volto un’offesa alla dignità delle donne. Nel nostro Paese esiste la legge numero 152 del 1975 che, all’articolo 5, vieta di fare uso, in luogo pubblico, di una copertura totale del volto". E ripete:  "Questa normativa va applicata con fermezza e saggezza. E del resto, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Ministro degli Interni Giuliano Amato sono sempre stati chiari in merito". Infatti anche loro confermano un no netto al burqa.

Per un approfondimento della questione vi consiglio inoltre il dibattito televisivo di ieri sera durante la trasmissione "Otto e Mezzo" , con una puntata interamente dedicata all’episodio, in cui si confrontano Daniela Santanché (Deputata Alleanza Nazionale), Mario Borghezio (Eurodeputato Lega Nord), Paola Balducci (Deputata Verdi) e Nacera Benali (Giornalista Al Watan).

Fatte le dovute premesse, necessarie a formarsi un opinione personale, mi stupisce sempre come la classe politica ed i giornali legiferino in nome delle tutela delle donne e prendano decisioni sulle questioni che le riguardano, ignorando semplicemente il fatto che tali decisioni vadano affidate esclusivamente alle interessate e non certo ad un programma televisivo o ad un prefetto. Mi piacerebbe che una volta tanto non si mascherassero i divieti in forma di tutela dei diritti femminili, ma che si combattesse di più per questi ultimi.

Personalmente sono contraria a qualsiasi forma di costrizione o offesa personale e condivido (come penso la maggior parte delle donne) che spesso il burqa lo sia, in funzione di una cultura fortemente maschilista come è quella islamica. Alla luce di quanto detto, costringere per legge una donna musulmana a privarsi del burqa è altrettanto inaccettabile. Semplicemente perchè se una donna ha facoltà di non indossare il velo perchè lo ritiene lesivo della sua dignità, deve avere anche lo stesso diritto di mantenere la sua identità culturale e religiosa. E se questo ha la forma del burqa, non ci sono leggi che tengano.

Ma c’è ancora molto da discutere…Vi attendo nei commenti.

11 ottobre 2007
14:58, giovedì
Stregatta
Filed under : Politica, Religione
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Commenti : 6
 
6 commenti

(#) Quello che disse Marcus

giovedì 11 ottobre 2007 alle 18:49

1

Non lo so.
Di primo acchito sarei d’accordo con te, ma mi chiedo: e l’infibulazione ad esempio? Anche in questo caso una donna dovrebbe aver diritto a mantenere la sua identità culturale e religiosa?

(#) Quello che disse stefansia

giovedì 11 ottobre 2007 alle 21:14

2

due piccole precisazioni, qui non si scende al livello di repubblica ;-)
Nella frase:
Secondo alcuni illegittimamente a causa della norma dell’articolo 5 della legge 152 del 1975 dell’allora sindaco leghista Giancarlo Gentilini, che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o (…) e che implica l’arresto delle donne con il burqa.
1. Sembra che la legge sia stata promulgata dal sindaco
2. Gentilini e’ stato sindaco dal 1994 al 1998 e poi da 1998 al 2003.

(#) Quello che disse restodelmondo

giovedì 11 ottobre 2007 alle 21:40

3

Credo si debbano anche considerare le conseguenze: proibendo a una donna che “deve” (perché vuole, perché fin da piccola o un marito le han fatto un lavaggio del cervello…) di portare il burqa la si chiude in casa, punto. Un burqa molto peggiore di quello di stoffa. Permettendole di uscire, di sentirsi un po’ più parte della comunità, le si aprono porte – e se non le si aprono a lei le si aprono già di più a sua figlia.

Le mutilazioni genitali, essendo irreversibili e toccando il corpo in senso stretto, sono un’altra faccenda. Ma anche lì: se si vogliono combattere davvero si devono anche trovare alleati interni alle comunità in cui si praticano.

A margine, aneddoti di vita londinese.
1) Le famigliole musulmane al parco: mamma ha un velo nero che copre molto, una figlia un velo nero tutto pizzo acconciato in maniera estremamente sexy, un’altra figlia un velo semplice ma colorato (e i jeans piuttosto attillati, come peraltro sua sorella), la bimba ha un fazzolettino con gli orsacchiotti rosa.
2) Davanti a tutte le stazioni di polizia, i cartelli che invitano a denunciare i mariti maneschi e i tentativi di mutilazione genitale. In inglese, francese, arabo e – altre lingue che non riconosco.
3) Tutte le “household” (famiglie, di fatto e non) con figli ricevono un assegno mensile. Sul conto della madre, il padre quei soldi non li può toccare.
4) Sabato 20 è l’Eid el Fitr, la fine del Ramadan. Festa in Trafalgar Sq. promossa dal comune, con canti islamici tradizionali e duo di hip hop femminile. La settimana dopo, Diwali: festa delle luci indiana.

Ovviamente non è il Paradiso in terra. Ma funziona abbastanza bene, a quanto vedo.

(#) Quello che disse Stregatta

venerdì 12 ottobre 2007 alle 10:02

4

@Marcus: sono due violenze diverse che vanno affrontate nel modo giusto. Il modo giusto, almeno secondo la mia opinione, non è proibire qualcosa, ma istruire alla percezione del perchè sia sbagliata. Questa sarebbe una vera evoluzione, non il vietare qualcosa che poi verrebbe comunque fatto nell’ombra. Una donna che venisse privata del burqa, sarebbe automaticamente libera? Non credo proprio. Il progresso culturale si conquista lavorando sulle mentalità, sulla cultura, sui diritti e non sui doveri e sugli obblighi imposti, perchè di questo si tratta e non di tutele.

@stefansia: corretto, grazie della segnalazione…;-)

@restodelmondo: forse ha ragione il mio compagno a volersi trasferire nella capitale londinese….;-P

(#) Quello che disse vi

sabato 13 ottobre 2007 alle 18:17

5

Una nota a margineche non aggiunge nulla alla discussione ma è la prima cosa che ho pensato: fermo restando che anche il dibattito francese sul “velo islamico” (e che poi ha portato alla legge sulla proibizione dei segni religiosi nelle scuole pubbliche) ha rivelato in tutto il suo spessore il profondo razzismo della società francese, guardate che differenza: lì si vieta in nome della laicità qui per “motivi di ordine pubblico” ….
(nel caso di Prodi&Co andrebbe fatto un altro discorso)

(#) Quello che disse seralf

domenica 14 ottobre 2007 alle 20:57

6

il provvedimento fa riflettere ed è un tentativo di ragionare su una cosa su cui si ragiona poco. Se davvero una donna non è letteralmente costretta ad indossare un burqa ma la costrizione arriva in forma più subdole (come è probabile), più legate ad un intero e sottile stato di cose, è oggettivamente improbabile pensare di risolvere la cosa con una legge. Nè puoi obbligare una intera frazione di una comunità ad adeguarsi, a meno che tu non abbia modo di trovare dentro di essa le tracce di un manifesto malcontento. E mi pare da qui si apra un circolo vizioso, quindi il problema va preso da un’altra parte: ad esempio non conosco la realtà proposta da restodelmondo, nè credo sia definitivamente risolutiva, ma forse (chi lo sa, lo dico con un reale punto di domanda) può aprire a metamorfosi lente ma ben più significative di quelle di una legge.

Sul fatto che le donne debbano legiferare per le donne mi sembra un problema di lana caprina: è come dire che dovrebbe legiferare sui preti un prete, e mi pare ci sia stato ultimamente vasto consenso nel senso opposto :-) provocazioni a parte (cercavo di sdrammatizzare, non me ne vogliate) il punto è che qui sollevi un problema grosso, relativo a quanto funziona la rappresentatività ed il senso di responsabilità (sempre molto citato a sproposito) della nostra politica. Io sarei d’accordo a quello che tu dici, perchè no… ma siamo sicuri che funzionerebbe? io ho paura che darebbe ancora maggiori alibi alla cultura dell’incomprensione, e preferirei mille volte fare in modo che chicchessia che legifera fosse capace di fare sue le necessità delle donne.
Stessa cosa sulla faccenda burqa: non ho idea della soluzione, ma sono convinto che posa passare anche per tentativi del genere, a prescindere che li condivida nella pratica o meno.

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