Perché ci sentiamo in colpa se facciamo figli?
Ci ho riflettuto solo grazie a un amico.
Mentre mi affannavo a spiegargli che lavorerò fino al giorno del parto e conto di riprendere dopo poco tempo (un mese? Due, al massimo) lui mi ha interrotto.
"Scusa, non capisco perché fare un figlio debba essere una colpa. Ti stai quasi giustificando".
Era vero.
Certo, essere freelance, senza maternità pagata, senza sicurezze di ritrovare al rientro il lavoro che ho lasciato e i contatti che ho faticosamente costruito negli anni, non aiuta ad affrontare una gravidanza serenamente. Ma c’è dell’altro.
E’ vero, mi giustifico.
"Sono incinta, ma non cambia niente. Avrò un figlio, ma continuerò a lavorare, a essere puntuale e affidabile, a rispettare le scadenze e ad avere idee nuove per articoli da qui all’eternità. Sono incinta ma sono sempre io, non mettetemi da parte, non crediate che d’ora in poi penserò ad altro".
Come se fosse una colpa fermarsi un attimo, fare nascere un bambino, assicurargli una presenza nei primi, importantissimi mesi di vita.
Ma in effetti è un colpa. Perché purtroppo non vivo in una società a misura di madre, che tollera pause o défaillances. Ho già notato il sopracciglio alzato, ho già sentito le frasi "Consegnalo prima, per favore, che poi quando nasce chissà quando ti rivedremo". E inconsapevolmente, mi sono adattata a questo modo di pensare. Mi affanno a spiegare che no, non cambierà niente. E nemmeno me ne accorgo, di essere così invischiata nel meccanismo. Finché qualcuno non me lo dice chiaro in faccia.
Forse il fatto che la persona che me lo ha fatto notare sia gay non è una coincidenza.
Lui sa più di me cosa significhi giustificarsi, spiegarsi e sentirsi messo da parte sulla base di una scelta di vita.
Blimunda, io ho dovuto smettere a Luglio, perchè non era “carino” presentarsi alle riunioni con i clienti con la pancia che mi ritrovo. Come se gli ingegneri fossero stati dei bei individui: quello più pulito vendeva forfora all’ingrosso. E comunque, per onor del vero, la storia della maternità non pagata pesa anche sulla sottoscritta, autonoma con partita iva. Mi pare, però, che con una contribuzione minima negli ultimi 12 mesi di calendario, l’INPS paghi qualcosina. Giusto per farci sentire meno in colpa, eh?
Io non faccio molto testo perché sono dipendente (da molte cose, ma qui in particolare parlo di impiego), però se posso darti un consiglio è non pensarci adesso, perché tanto *dopo* le cose che ti sembreranno importanti e urgenti saranno altre e sulla base di quelle prenderai delle decisioni che al momento magari appaiono strampalate.
Sono sempre loro e la loro invidia, vi rendete conto? Niente riunioni con la pancia, chissà fino a quando sparirai, sguardi vari colpevolizzanti a tutto tondo… ma avranno pure avuto una madre che li ha partoriti questi maledetti, o no? L’unica arma che abbiamo, oltre ad essere donne professionali ed attendibili senza massacrare le nostre creature in arrivo, è provare a crescere futuri uomini meno idioti, con più rispetto per le donne e per il loro meraviglioso ruolo in natura… In bocca al lupo!
E se invece ci adattassimo all’idea che nelle nostre vite ci sono momenti, gioiosi e non, in cui le priorità cambiano? E se andasse bene così? Ma davvero l’efficienza e l’affidabilità che sappiamo dimostrare sul lavoro sono tutto?! Davvero non ci è concesso lo spazio per maturare pensieri e obiettivi diversi, che con il lavoro non abbiano nulla a che fare?
Non so se mi sono spiegata a sufficienza… è che se nei primi mesi di vita di un figlio del lavoro non dovesse fregartene più un accidente - cosa che può succedere come no - non penso ci sarebbe niente di male. E trovo bigotta e gretta una società che mette addosso un tale senso di colpa per un motivo come questo.
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la ranger
Blimunda, no, non viviamo in una società a misura di madre, hai ragione. Viviamo in una società che dice di fare più figli e poi arrangiati. La colpa è compagna di viaggio, come uno di quegli ospiti indesiderati che- chissà perché- non riesci a mandar via, bisogna sopportarlo un po’. E non è manco stato invitato. Quando sei al lavoro ti dice che dovevi stare a casa, ma se stai a casa ti dice il contrario. La colpa è il coro di voci di quelli che ti dicono cosa devi fare e come devi farlo, mentre tu, come ogni madre, sei alle prese con ciò che puoi fare. E a volte ciò che puoi fare non è nemmeno ciò che desideri. Faticoso essere madre, ma anche molto molto bello. E poi avrai una figlia femmina! Perciò non ti dovrai occupare di ciò che le madri dei maschi dovrebbero avere come imperativo, esattamente ciò che ha scritto ChiaroLunare: crescere uomini più rispettosi del mondo femminile.
APPELLO ALLE MADRI DEI MASCHI: da quando sono nati i miei figli (tutti maschi), ogni giorno, nel crescerli, ho tenuto conto del fatto che avrebbero avuto compagne, colleghe, figlie, ecc… E’ un nostro preciso dovere. Volete farmi compagnia un po’ di più? Volete smetterla per cortesia di trattare i figli maschi come oggetti d’amore assoluto. Che questi si abituano eh!
Il bello è: so perfettamente che non è giusto preoccuparsi (troppo) del lavoro in questa situazione. Ma non riesco a farne a meno. E, per aggiungere qualcosa al post di Marilde: sono stata felicissima di sapere che nella mia pancia c’è una bimba. Ma dall’altro lato ho pensato: povera. In 20 anni questo paese medievale mica cambierà. E lei dovrà fare la stessa fatica che ho fatto io per vivere e lavorare.
Maternità obbligatoria per rischio aborto i primi mesi e per lavoro a rischio (psichiatria) l’ultimo semestre.
Dopo tre mesi di posizione orizzontale a “covare il mio uovo” (……) io e la mia meravigliosa pancia siamo potute tornare alla luce e pure in gran forma! Nuoto tutti i giorni, passeggiate nel verde e passeggiate in città. La mia città, che è minuscola, haimè, troppo minuscola.
Nasce la creatura più bella e buffa del mondo, nonostante maschio e rompicoglioni…
Dopo nove mesi di maternage a tempo pieno, rientro al lavoro chiedendo un part time con l’idea di poter dividere il mio tempo tra la mia professione di cura e le cure materne…
Il capo riesce a farmi un discorso molto caustico del tipo “…ci hai lasciati così, di punto in bianco e, per giunta, ti vedevo passeggiare in ottima salute per le vie della città come se niente fosse (vi risulta che la gravidanza sia una patologia?) Penseremo ad una tua ricollocazione e ti faremo sapere.”
Quattro anni fa, dopo quel discorso, tornai a casa piangendo, con un senso di colpa enorme, che si centuplicava quando guardando il mio cucciolo dormire, mi sfioravano pensieri indicibili “…ecco cosa mi accade, per te…”.
Chi dovrebbe provare vergogna? Chi?
E ancora dove sono le Istituzioni? Se ci fossero più asili, più sostegno per le donne che vogliono fare le madri e realizzarsi al tempo stesso…invece di dover contare solo sulle proprie capacità organizzative o sull’aiuto dei nonni, che lavorino ancora o meno, che siano ancora viventi o che li si debba riesumare.
Ma forse ritorniamo al punto di partenza. Chi detene il potere. Se il mio capo fosse stato una donna?
Già, ma a lui, tre figli e moglie casalinga, che cazzo gli poteva fregare…
spenk: se il tuo capo fosse stato una donna, sarebbe stata la stessa cosa. Perché lei, per diventare capo, probabilmente non ha avuto figli. E disprezza chi fa scelte diverse.
Servirebbero sindacati a tutela delle madri che lavorano, a tutela delle precarie che non possono permettersi di fare figli, a tutela dei lavoratori, in generale, maschi e femmine. Congedi di paternità facilmente accessibili e remunerati, maggiore sostegno da parte dei compagni.
In assenza di questo, ce la caviamo lo stesso, ma quanta bile.
Penso che la cosa più importante sia capire “perché” a volte ci si sente (se ci si sente) a disagio quando si è incinta. Nel tuo caso qual è il motivo tra i tanti che si leggono tra le righe (e fuori le righe)? E’per i mesi senza paga? E’ perché ci si sente impacciate o “brutte” (semmai è possibile sentirsi brutte con il pancione)? E’ perché si vuole dimostrare di essere “brave” e impeccabili (se non migliori addirittura) nel lavoro, nonostante il nuovo imminente cambiamento? Perché si vuole negare che la donna (vivaddio) ha ritmi diversi da quelli di un uomo? Ma allora il disagio nasce dal nostro rapporto con noi stesse o con il nostro rapporto con il mondo (leggi mondo maschile)?
Secondo me tutto si semplifica dando spazio a se stesse. Inutile cercare di entrare nel vecchio jeans lasciando slacciato l’ultimo bottone: ad un certo punto serve il pantalone premaman. Che sia brutto o che sia bello (gusti), è quello riflette le nostre nuove esigenze di future mamme. E il mondo dopo la nascita di nostro figlio ci apparirà diverso e sarà questa nuova immagine del mondo e soprattutto di noi stesse a decidere priorità, desideri, aspirazioni per il futuro. Non saremo più le stesse e sarà inutile non fingere che non sia così. Riconoscere il proprio ruolo di madri e rispettare i propri tempi (e quelli del bambino che facciamo nascere) non è un passo indietro nella storia dell’emancipazione femminile… Anzi! Mille auguri Blimunda
io mi sento in colpa se perfino ci penso, a fare un figlio. tra me e il mio compagno è quasi un tabu. per colpa mia? per colpa sua? non saprei dirlo.
lallalalli: grazie per il tuo commento, mi è piaciuto molto. E ci sto riflettendo. Non mi fa vedere più belli gli orridi jeans con l’elastico, però aiuta
bilimunda sono contenta che il mio commento ti aiuti ad indossare i jeans con l’elastico e… con il sorriso! dopotutto per una volta il progresso ci viene incontro no? sempre meglio il jeans premaman che gli antichi vestitoni che “nascondevano” la pancia con un effetto mongolfera che era veramente la mortificazione della femminilità…
hooverine… in colpa nei confronti di chi? l’uno dell’altro? di voi stessi? del mondo? del figlio/a che potrebbe nascere? spiegati meglio
Per fortuna, Bli, o per grandioso volere divino, una volta che il figlio lo hai fatto ti riesce facilissimo fregartene alla grande di quello che pensano gli altri! Questo non ti aiuterà a pagare la bollette, ma credimi: tornare a casa e ritrovare il sorriso di tuo figlio…NON HA PREZZO!!
Lallalalli ha tanta, tanta ragione
Non sai quanto ti capisco e quanto mi identifico con te, proprio ora. Come te sono giornalista freelance (oddio freelance per modo di dire, visto che grazie al cielo ho una collaborazione fissa); come te sono incinta, attualmente al sesto mese; come te mi affanno a precisare - senza che neanche mi venga chiesto, in verità - che lavorerò fino all’ultimo secondo prima del parto e riprenderò quanto prima (in fondo che ci vuole a scrivere un pezzo mentre la pupa dorme???). Già ma il punto è: dormirà? E se anche dormirà, me ne fregherà qualcosa, per allora, di mandare il mio pezzo il prima possibile? Chissà…
Achmatova, è molto probabile che se la pupa dormirà… dormirai anche tu!! :-))) Almeno per un po’… e questo lo dovrai a te stessa, per premiare le tue fatiche e le tue coraggiose nottate in bianco… Ma sarai comunque tu a decidere, e possibilmente senza sensi di colpa! E sarai sempre tu a capire, dopo un po’ di tempo (diciamo un anno e mezzo) che il reale “problema” arriva dopo… quando vuole stare insieme a te, condividere, giocare, scoprire il mondo… lì sarà ancora un po’ più complicato gestire il tutto. Ma qui comincia il bello… Davvero! Parola di mamma!
@lallalalli: non lo so. se lo scoprissi, non mi sentirei più in colpa, forse. però sono propensa a credere che mi sento in colpa nei confronti del mio compagno. ah, è una storia lunga, e ne parlo sempre male.
aprirò una pensione per cani.
un bacio a bli.
Parole sante.
Ora però serve che qualcun altra sciva il post: “Perché ci sentiamo in colpa se NON facciamo figli”
ps x Blimunda: Incredibile ma vero.
Una mia amica, incinta a quel tempo, magnificava i suoi jeans premaman dicendo che non capiva perché con certi tessuti così comodi e morbidi non ci facessero anche abbigliamento “normale”.
[...] la rimozione del figlio per non farsi irrimediabilmente tagliare fuori dalla carriera, la negazione della gravidanza per conservare un barlume di vita sociale e rimanere attraente [...]
[...] post figlio si stia diffondendo a macchia d’olio anche tra le cosiddette donne normali. Dopo la rimozione del figlio per non farsi irrimediabilmente tagliare fuori dalla carriera, la negazione della gravidanza per conservare un barlume di vita sociale e rimanere attraente [...]
[...] Il mio lavoro è importante. Il mio lavoro mi piace. Sono anni che definisco me stessa con il mio lavoro. Io "sono" questo, non io "faccio" questo. Non resterò mai a casa a fare la moglie e la madre, oddio, orrore. Ho spedito l’ultimo articolo la sera prima di ricoverarmi per il cesareo e il primo dopo il parto quando la bimba aveva una settimana. Non ho mai pensato a una risposta diversa dal sì quando mi proponevano un lavoro. Ho avuto paura di non lavorare più perché avrei avuto una bimba piccola, e in Italia, si sa, c’è da vergognarsene. [...]
[...] io mi aspetti niente, eh, anzi. Mi affanno a dire che ce la faccio da sola, che non sono malata, che posso fare tutto. Ma questa divergenza di comportamento mi ha colpito. E’ come se per gli immigrati una donna [...]








2009