Muoio sempre di venerdì
La prima volta sono morta a quattordici anni davanti allo specchio della mia camera.
La solita infanzia infelice dei bambini timidi e riservati che assorbono tutto come spugne senza che il mondo degli adulti se ne accorga. Un’adolescenza tardiva che non regala tempo alla spensieratezza della fanciullezza ma fa male come un pugno nello stomaco. E sogni di rivalsa che cominciano sempre con “un giorno anche io” mentre i giorni passano e tu resti ferma.
Poi arriva quel giorno, arrivano quei giorni nei quali il tuo corpo sonnolento di bambina si ricorda che è ora di diventare grande e nel giro di qualche mese si rimette in pari.
E arriva quel giorno in cui come sempre esci di casa pensando di essere trasparente e invece all’improvviso tutti ti notano. Ma sono io quella? E’ me che vogliono? E un senso di rabbia ancora maggiore ti attorciglia le budella. Tutto qua? E’ tutto qua quello che vi interessa? Sono le tette? Mi avete ignorato per anni solo perché non avevo le tette?
Torni a casa di corsa, ti spogli e ti guardi finalmente allo specchio.
Così sono morta la prima volta, ero stata ad una festa di compleanno e per la prima volta mi avevano chiesto di ballare. La prima volta sono morta per colpa di un ballo.
La seconda volta sono morta a ventisei anni seduta alla scrivania del mio ufficio.
Era una giornata di primavera, avevo un cane e un gatto che mi aspettavano a casa e mi ero tagliata da poco i capelli. E’ successo per caso, non mi aspettavo di morire proprio quel giorno lì e quando è successo ho provato quel senso di smarrimento che immagino accompagni gli ultimi istanti di vita di ogni essere vivente.
Le cause del mio decesso mi furono subito del tutto evidenti: la colpa era di quel taglio di capelli.
Quella mattina mi ero alzata dopo aver bevuto il caffè che il mio compagno mi aveva lasciato sul comodino come ogni mattina. Poi avevo riempito la vasca da bagno e mi ci ero immersa dentro mentre il canto degli uccellini che proveniva dall’esterno mi accompagnava dolcemente verso il mio destino. Mi ero preparata con calma dopo aver scelto nel mio vasto guardaroba un paio di pantaloni taglia 42, una camicia di seta e una giacca dal taglio perfetto. Quindi una ravvivata ai capelli corti e poi una mandata di chiavi al mio bell’appartamento dei quartieri alti. Quasi duecento metri quadrati di appartamento di proprietà oltre ad un terrazzo grande quasi quanto l’appartamento e poi il garage, il posto auto, la cantina e gli investimenti sicuri e redditizi. L’ufficio invece era situato in un palazzo storico della mia città e la scrivania Luigi XV sulla quale erano appoggiate le mie cose, quella mattina era sgombra di carte e rivestita invece da un raggio di sole che filtrava dalla finestra.
Come ogni mattina mi ero fatta portare la colazione e poi avevo avuto una piacevolissima conversazione con una cliente che dopo aver firmato un assegno di 75 milioni di vecchie lire, mi aveva regalato un foulard di Hermes in segno di riconoscenza.
Ed è stato proprio in quel momento, un attimo dopo aver richiuso la cassaforte dove avevo riposto l’assegno da 75 milioni, che ho cominciato a capire che sarei morta: ho passato una mano tra i capelli e mi sono accorta che contrariamente al solito quelli erano perfettamente a posto. Lì per lì, come avviene quando si comincia a percepire il pericolo, avevo fatto finta di niente ma poi rientrata nel mio ufficio avevo cominciato a morire piano, piano. Non desideravo niente, non c’era niente di niente che mi mancasse e avevo solo ventisei anni.
Che la situazione fosse tale lo sapevo ormai da diverso tempo ma come un malato terminale attaccato alla bombola d’ossigeno, io ero rimasta attaccata alla mia capigliatura ribelle per sopravvivere. Avevo un compagno innamorato, una bella casa, un bel lavoro, un ottimo reddito,un guardaroba favoloso, un cane, un gatto, una famiglia, degli amici e persino dei passatempi caritatevoli che mettevano a tacere la mia coscienza. Avevo tutto, tutto quello che pensavo avrei potuto desiderare a parte i capelli che non ne avevano mai voluto sapere di piegarsi alla vita che io avevo pianificato per loro. Poi il giorno prima di morire avevo trovato un parrucchiere che aveva sistemato anche loro e da quel giorno non avevo più niente da fare.
Così sono morta la seconda volta, ero stata dal parrucchiere e per la prima volta avevo i capelli in ordine. La seconda volta sono morta per colpa del parrucchiere.
La terza volta sono morta a trentasette anni nel giardino della casa di campagna.
Ero sdraiata sul dondolo e osservavo la fioritura del mio tamericio. Poco più in là mia figlia giocava con i cani che adesso erano tre di cui uno il cane che avevo sempre sognato. Otto era il suo nome e talmente forte era l’affetto che ci legava, che a distanza di un paio di anni dalla sua morte ho cominciato a detestarlo. Allora non mi rendevo conto che dopo di lui non avrei mai più potuto affezionarmi tanto ad un cane ma oggi che ne sono consapevole finisco spesso per incolparlo di aver compromesso, con la sua breve esistenza, tutti i miei futuri rapporti con qualsiasi cane.
Ma sto divagando.
Sdraiata sul dondolo avevo quindi spostato lo sguardo dal tamericio in fiore alla facciata della mia casa. Eccola lì, finalmente la “mia” casa, la casa in campagna tra animali e tamerici in fiore dove avrei trascorso serenamente la mia esistenza. Poco oltre, con il cuore colmo di gioia, avevo visto il mio secondo marito, il mio principe azzurro arrivato su quello stesso cavallo bianco che adesso mangiava il fieno nel suo padok, e poi mia figlia, la bambina più bella che avessi mai visto e un lavoro nuovo e diverso in società con un amica.
Certo dopo la seconda morte avevo imparato che le cose bisognava guadagnarsele e negli anni che l’avevano seguita, avevo lavorato tanto su questo concetto che le difficoltà economiche che avevano accompagnato questa nuova vita, erano diventate il sale della vita stessa, l’essenza della perfezione che mi mancava nella mia vita precedente. Una figlia da crescere, un lavoro da avviare, una casa da sistemare e un rapporto di coppia da collaudare. Così vivevo la mia terza vita quando ad un certo punto il dondolo si è rotto e io un attimo dopo sono morta.
Era un vecchio dondolo mangiato dalla ruggine, un dondolo che non era più possibile riparare e che doveva essere buttato, un dondolo che come una caldaia o il frigorifero, prima o poi doveva rompersi, e mentre la sua caduta offriva alla mia una visuale diversa della facciata della casa, ecco che all’improvviso vedevo cose nuove. Gli infissi delle finestre erano da rifare e anche le tegole non stavano troppo bene e il gas era quasi finito, e la rata del mutuo troppo vicina e mia figlia troppo piccola.
Così sono morta la terza volta, ero sdraiata su un dondolo e per la prima volta mi godevo la mia nuova casa. La terza volta sono morta per colpa del dondolo.
…?
Vis…
per questo post avrai il mio imperituro amore. E’ meraviglioso.
Michela se non fosse che ormai a tre metri sopra il cielo c’è più gente che in un centro commerciale di sabato, ti direi che andrei proprio lassù a godermi il piacere del tuo apprezzamento.
Facciamo che per ricambiare il tuo amore mi accontenterò di mettere un lucchetto al lampione del mio giardino:-)
ma è uno di quesi giochi letterari che imperversano sui blog? perché oggi ho letto qualcosa di molto simle qui:
http://blog.libero.it/Nancy/3372599.html
Tara, direi che è soltanto una coincidenza, o almeno per me e visto che io l’ho scritto dopo, credo che non ci siano dubbi.
Ciò nonostante la coincidenza è davvero singolare…..che avrà detto il nostro oroscopo al riguardo?
Grazie della segnalazione.
Vis, il tuo è tre spanne sopra a prescindere. E ti dirò… la tentazione di fare il conto delle volte che sono morta è venuta anche a me dopo averti letto, in una sorta di gioco necrofilo un po’ perverso. Ma immagino che siano cose narrabili solo quando si è già elaborato il lutto.
Nel caso tu fossi la donna gatto, e mi sa che lo sei perchè sei sopravvissuta a ber tre morti, ti restano ancora quattro morti in calendario.
Bellissimo post, Vis. Salutami la nostra nuda mascotte!
Non so Michela, a me questa cosa dell’elaborazione del lutto non convince più tanto. Sarà che ogni volta che muori pensi di rinascere con una consapevolezza in più ma poi ti accorgi che per ogni nuova consapevolezza sviluppi almeno dieci nuovissime “malattie” che altro non sono che le conseguenze della tua precedente morte. Insomma, si elaborano veramente i lutti che ci procuriamo o semplicemente li si modificano per convincerci della nostra rinascita? A volte mi sento così arida da non riuscire a credere che il lutto sia effettivamente elaborato.
Roberta la “nostra” mascotte ringrazia e ricambia:-)










2008