Un pomeriggio tranquillo
Era una di quelle giornate in cui tutto pareva essere ingovernabile.
La sveglia era rimasta muta come un pesce, la pioggia aveva mandato a monte la giornata in piscina, la macchina aveva la batteria scarica, l’elettrauto era in ferie: addio a qualunque altro programma fuori casa. In casa erano ben cariche invece le batterie di tre bambini di cinque, cinque, sette anni. La sottoscritta, madre delle tre creature, verso le due del pomeriggio, conservava intatta la speranza che fino a sera tutto sarebbe filato liscio. Dopotutto ancora poche ore (va beh, merenda, giochi, qualche lite garantita, cena, docce, fiaba) e poi sarebbero andati a nanna. Cuccioli addormentati da guardare in religioso silenzio, sperando che rimanesse tale.
Ma alle due e mezza aveva smesso di piovere. Alle tre erano tutti in cortile perché “se non piove non si può non giocare al pallone e non andare in bicicletta”. Alle tre e mezza erano pieni di fango. Alle quattro tentavano di coinvolgere altri bambini a rotolarsi nel fango. Alle quattro e mezza le madri degli altri bambini volevano linciare me che permettevo un gioco simile. Io mi chiedevo perché mai quando uno di loro era in casa da solo, o erano in due, fosse così semplice (semplice no, diciamo fattibile), quando c’erano tutti e tre (quasi sempre) pareva di essere in venticinque. Poi smisi di chiedermi qualunque cosa perché era ora di togliersi di dosso fango e affini. Pareva anche che si divertissero molto, ma sgusciavano come anguille a qualunque regola. Il mio tono di voce era sempre più alto e la mia pazienza uno sbiadito ricordo.
Alle cinque e mezza avevano litigato su tutti i giochi possibili, li avevo divisi un po’ di volte mentre si stavano azzuffando, cose così insomma, un tranquillo pomeriggio madre e figli, alle sei avevo finalmente capito che avevo perso oltre alla pazienza un minimo di controllo della situazione, che avevo infranto tutte le regole del buon genitore- pace all’anima sua- e, dopo aver considerato che Telefono Nero poteva essere una bella idea per le madri in difficoltà ma non mi risultava essere attivo, urlai: “Oggi siete impossibili, basta! sapete cosa vi dico? Fate quello che volete, tanto non cambia niente”. Poi uscii, sbattendo la porta. Piena di colpa per un gesto mai fatto, ma piena di speranza che servisse a calmarli un po’. Tempo di girare l’angolo e allontanarmi per un centinaio di metri ero già pronta a rientrare, tutto sommato felice di aver osato un gesto così inconsueto (ma in fondo, cosa mai sarebbe potuto accadere in pochi minuti?), sperando che li avrei trovati davanti alla tv, dispiaciuti di aver davvero esagerato e finalmente quieti- per una mezz’ora almeno.
Io risi un po’ meno.
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2008