Perchè la scuola è importante!
Fuori dalla scuola, mamme in attesa dei pargoli:
- …perché la scuola è importante, anzi, è Fondamentale!
- (e lo dicono a te: asilo, elementari, medie, liceo, università, specializzazione quinquennale. Ti manca solo un master, ma non ti va più)
- la storia, la geografia…non ti preoccupa che la maestra di matematica non gli abbia ancora fatto fare le sottrazioni?
- (figurati: non ci dormi la notte…)
- perché io dico che se non studi, non vai da nessuna parte!
- (se invece studi, vai: a scuola, all’università, al corso di specializzazione…poi, con tutti i tuoi titoli in mano, ti fermi in mezzo alla strada e ti rendi conto che puoi solo tornare a casa)
Eccole lì, le Madri, tutte a preoccuparsi di armare i propri figli contro le difficoltà della vita a colpi di algebra, divina commedia e, nel nostro caso, lettere in stampatello perfettamente allineate sulla riga piccola, e le doppie al posto giusto, per favore! Ma fa solo la prima elementare!!
E giù coi sensi di colpa, perché tu non gli controlli il quaderno tutte le sere, non vai a cercare le note delle maestre sul diario, non lo rimproveri perché è disordinato e fa le orecchie ai libri e, addirittura, anche se speri che nessuna Madre lo venga mai a sapere, non ti sei premurata di foderargli i libri all’inizio dell’anno scolastico, con la plastica trasparente, come tua Madre faceva sempre con i tuoi…Per non parlare del panino preso a mensa che è rimasto nello zaino una settimana, ormai pietrificato, e dell’astuccio con le tre zip, a cui mancano da tempo ben tre matite colorate e due pennarelli, dimenticati o persi o rubacchiati, chissà.
Tu, Madre Degenere, non ammetteresti mai che sei pure un po’ orgogliosa della pessima fama che tuo figlio si è ormai fatto a scuola, di quello che chiacchiera troppo, che qualche volta fa finta di non sentire per non dover obbedire, di quello “vivace”, brillante e distratto (che somiglia tanto a “genio e sregolatezza”). Tu ti crogioli nell’immaginare il tuo pargoletto che dribbla tutte le regole che tu seguivi senza discutere, senza nemmeno chiederti se avevano un senso. Ti dà l’idea che lui, bambino fortunato, abbia già una personalità, quella che tu ti sei costruita mattoncino dopo mattoncino, riuscendo a tirarla fuori solo all’università. E pensi che magari è pure un po’ merito tuo, che non gli controlli i quaderni, che non gli togli dallo zaino i panini pietrificati, che non gli hai nemmeno foderato i libri, ma hai guardato con lui al cinema tutti e quattro i film di Harry Potter, anche se il tuo era il bambino più piccolo in tutta la sala, e lo hai sentito cantare insieme a te la Canzone dei dodici mesi di Guccini, e ti sei commossa fin quasi alle lacrime quando il pargolo si è messo a recitare in treno, di punto in bianco, davanti a una signora allibita, tutto il prologo del Signore degli Anelli…
……………………………………………………………………………………
Eh sì, mamme e mondo della scuola è come mamme e cibo: una storia infinita. Il dubbio è se collocarla nella commedia o nella tragedia. Perché spesso c’è un risvolto comico su delle basi molto più gravi. Purtroppo.
In che senso “spesso c’è un risvolto comico su delle basi molto più gravi”, Marilde?
Che bello questo blog! Come mi sono riconosciuta in questa faccenda eheheh anche se non ho prole vale lo stesso?
Nel senso che alcune situazioni ( che io trovo comiche) tipo madri che foderano libri tre mesi in anticipo, partecipano alle riunioni scolastiche portando problemi inesistenti, ( e a volte davvero ridicoli, in questo senso trovo che sia comico) stressando i bambini sul rendimento scolastico perché deve sempre essere il migliore, per non parlare di tutto ciò che concerne l’alimentazione e relative incursioni in mensa per verificare cosa mangiano ecc… possono poi nascondere una realtà più grave di invadenza della madre nella vita del figlio. Qui non c’è niente di comico. L’invasione è grave e basta.
Certo non intendo generalizzare. E’ ovvio che un genitore debba sapere dove manda a scuola suo figlio, che insegnanti ci sono, cosa mangia e via di questo passo. Ma da qui ad entrare in classe al mattino con il figlio e suggerire all’insegnante l’argomento della lezione, ne corre. ( E accade davvero troppo di frequente).
La scuola è importante. Infatti il titolo di questo Post non è scritto correttamente.
Perché si scrive con l’accento acuto e non con l’accento grave.
Provvedere, grazie
Ma di che parli, Gomena? Non ho mica capito…
Tatalla,
l’avverbio “Perché” si scrive con l’accento acuto. E nel titolo è scritto in modo sbagliato
Lo so, sono puntigliosa. Ma è un errore che mi blocca la lettura del tuo post. E siccome parli di scuola…
Per carità, Gomena…Se il mio errore di accento ti blocca la lettura del post, non leggerlo! Non vorrei essermi lasciata sfuggire qualcos’altro che potrebbe esserti fatale…
ciao Tatalla! bel post!
Grazie, Roberta!
E va bene…. lo dico! La scuola, in Italia, non solo non serve a niente, ma è addirittura dannosa per il futuro delle generazioni che investono in cultura.
Le statistiche ufficiali (sempre per l’Italia) dicono che:
Coloro che percepiscono gli stipendi più bassi sono i laureati. Di recente c’è stato un aumento degli stipendi (sarà vero, poi?) e i laureati sono risultati all’ultimo posto per incremento percentuale del reddito procapite da lavoro dipendente. Coloro che sono maggiormente assunti con contratti precari e da fame sono laureati (i call center ne sono pieni). E persino coloro che fanno meno carriera sono laureati.
Quindi, che fare? Non lo so. Intanto, però, faccio un piccolo ragionamento logico. Un laureato costa moltissimo a mamma e papà, se sono loro a mantenergli gli studi, mentre un diplomato a 18 anni entra già nel mondo del lavoro. E magari ci entra anche dopo essersi preso 3 o 4 anni in uno alle scuole private, dopo 3 o 4 anni di bocciature a quelle pubbliche (a dimostrazione di come avvenga in Italia la selezione naturale…)
Il risultato è che quando in azienda arriva il suo collega fresco di laurea, lui, il diplomato, ha già comprato una casa per sè e per la sua famiglia (quella che il laureato deve aspettare a farsi). Ha già guadagnato parecchi soldi e fatto carriera, quella che gli consente di occupare il posto di middle manager che sarebbe dovuto spettare al suo collega laureato, per legge naturale, oserei dire. Ha già maturato 10 anni di contributi e non dovrà così andare in pensione a 80 anni.
Si è già creato una rete di contatti tale da non ritrovarsi più col culo per terra, come accade invece ai freschi di laurea alla fine del famoso contratto “a progetto” o “a tempo determinato”.
Il laureato, invece, comincia a lavorare che è già ritenuto un semi-vecchio, e non ha un solo euro messo da parte, anzi, ne ha dovuti sborsare una valanga fino a quel momento solo per prendersi il titolo di “Dottore in…”. Il laureato si cucca 1000 euro al mese e un contratto a tempo determinato di 2 anni, quando va bene. E questa è la realtà dell’Italia di oggi. Per il resto, “Ciccia!”, si dice dalle mie parti.
Se poi il laureato è un genio, come tanti ricercatori italiani sono, allora è fregato dalla testa ai piedi, perché gli tocca lo scantinato, la borsa di studio di 1 anno forse non rinnovabile e 800 euro al mese. Deve agganciarsi il prima possibile a qualche professore universitario americano o di un altro paese estero, trasferirsi lì e, magari, dopo un anno vincere pure il premio come miglior ricercatore dell’anno degli Stati Uniti d’America (cosa successa non una volta ma tante volte…).
Che fare, quindi? Torna la fatidica domanda…
Io penso che sia giusto e sacrosanto dire ai propri figli come stanno le cose in Italia sul fronte dello studio e della formazione in genere. Poi scegliere se adattarsi al sistema o andare comunque contro corrente e quel che sarà… sarà. Oppure, fare dei sacrifici in più, e mandare i propri figli a studiare all’estero, se davvero hanno testa e cuore a sufficienza per farlo. Farli restare lì a godersi nel tempo i loro meriti riconosciuti da tutti. Perché è giusto così.
Hagar, ti adoro. Te l’ho già detto, vero? Non importa…










2008