Molte delizie e sempre la solita croce
Ieri sera all’Arena di Verona è andata in scena la prima de "La traviata" per la regia di Graham Vick e le scene di Paul Brown . Io ero presente. Una messa in scena innovativa, caratterizzata da scelte registiche trasgressive, sulle quali il pubblico ha mostrato il proprio disappunto con forti contestazioni. Un allestimento che trasferisce la storia di Violetta Valéry in una ambientazione ultra-moderna tra lustrini, paillettes e strip tease maschili, che non è stato particolarmente apprezzato dal pubblico. (Qualcuno dalle gradinate ha anche urlato: "è una vergogna!"). Una messa in scena trasposta nel tempo e ricca di simbologie (queste ultime a dire il vero, di facile decodificazione): l’enorme bambola nuda, simbolo della mercificazione del corpo femminile; la traviata presentata come una bionda diva Holliwodiana imparruccata, sempre sotto i riflettori, costantemente osservata e spiata da un pubblico di uomini in frac (trattasi dei coristi, che ad un certo punto indossano un esilarante cappuccio da Teletubbies, che immagino serva a rivelarne lo spirito gretto e superficiale). E ancora la scena in stile casinò animata da ballerini vestiti alla Tony Manero, fastoso carrozzone kitsch simboleggiante la decadenza di una società priva di attenzione alla dignità della persona, fondata sull’ipocrisia e sull’esteriorità.
Si tratta di una lettura personale dell’opera. Può piacere o meno. Anche se mi vien da dire che al di là del fastoso carrozzone, del turbinio di strass e di colori accecanti che sottolinea a più riprese (fino quasi al pleonasmo) l’immagine del vizio e della corruzione, poco sarebbe rimasto della dimensione intima e privata della storia familiare che vede protagonisti Violetta, Alfredo e papà Germont, se i bravissimi cantanti non avessero provveduto a smuovere le corde emozionali (e non sono le chiavi critiche) del pubblico, col solo sostegno della propria voce e sensibilità artistica.
Insomma se ne può parlare quanto si vuole, di questo allestimento. Ma tanto si sa, ciò che fa fede sono gli applausi a fine opera. Che ieri sera non sono mancati. Perchè noi tutti, pubblico dell’Arena di Verona, per quanto offesi o scandalizzati dalle trovate visionarie dell’ennesimo regista di grido, siamo sempre disposti a spellarci le mani al termine di ogni aria ben cantata, felici e appagati per il solo fatto di aver udito ancora una volta e dalla viva voce di un interprete emozionato ed emozionante, le celeberrime "libiam", "parigi o cara" o "amami alfredo". In questo senso, noi pubblico dell’Arena siamo un po’ dei sempliciotti. Siamo forse un po’ dei pecoroni. Non ci facciamo troppe domande. E perciò in scena puoi farci vedere quallo che vuoi: costumi e cappelli verde psichedelico, letti verde acido, cipressi verde marcio, cappucci verde Teletubbies, basta però che alla fine ci fai sentire Verdi.
Ma se ci togli anche questo, allora no. Allora noi pecoroni protestiamo. Se capita che a metà della prima parte si alzi un pannello a forma di cuore (simboleggiante l’esteriorità degli affetti in stile holliwodiano), un pannello che copre la visuale dell’intera scena e per di più impedisce di udire la voce dei cantanti, ecco che noi pecoroni iniziamo a rumoreggiare. E questo è successo ieri sera. I fischi e le urla hanno raggiunto livelli tali da impedire quasi l’attacco dell’aria "è strano" di Violetta. Il direttore d’orchestra ha tentato di proseguire, e i belati si sono fatti più forti ed insistenti. Il pannello è stato quindi mestamente calato per la gioia di tutti.
Ora, io non so chi possa aver pensato che noi pecoroni ci saremmo bevuti anche questa. Non posso credere che nessuno prima di ieri si sia accorto del fatto che quel pannello avrebbe ostruito la visuale a una buona fetta di pubblico (da notare che la stessa scena si era verificata uguale identica nel 2004! una perseveranza che ha del diabolico). Non so chi – e con quale bovina fiducia in un pubblico di pecore – possa aver escluso la possibilità che nascessero contestazioni da parte di chi non vedeva nè sentiva assolutamente nulla. Spero che costui o costoro provvedano per la prossima replica evitando di sollevare l’enorme pannello, perchè non credo che la seconda orda di pecoroni sia più clemente della prima.
O in alternativa, per evitare di azzoppare la scena privandola del prezioso significato simbolico veicolato dall’enorme cuore rosso, che almeno si eviti di mettere in vendita gli infelici biglietti del settore F. Non è possibile vendere dei posti dai quali non si può nè vedere nè udire nulla per almeno quindici minuti di spettacolo. Ma immagino che tale alternativa non sia percorribile, dato il tutto esaurito che si prevede per le prossime repliche. Quello che gli organizzatori hanno fatto ieri sera è stato barattare la serenità dell’esecuzione di cantanti, direttore d’orchestra e orchestrali con i preziosissimi euro ricavati dalla vendita dei biglietti settorie F, biglietti già di serie B data la posizione a lato del palco, che ieri sera erano addirittura di serie Z, con la speranza che i pecoroni dell’Arena stessero buoni (erano solo quindici minuti di opera, se non meno, suvvia!).
Del resto si sa, in questa società che mercifica ogni cosa (come Vick ci ha ampiamente dimostrato con le sue sbrilluccicanti allegorie) accade anche che registi e organizzatori di un’opera non si mettano d’accordo, preferendo i primi tenersi stretti il loro pannello rosso a forma di cuore e i secondi tenersi stretti i ricavi del declassato settore F. A farne le spese, come al solito, è l’arte. A risollevare le sorti dello spettacolo, come al solito, è la professionalità dei singoli artisti presenti sul palcoscenico.
E come al solito, al di là delle polemiche, credo che tutto rimarrà come prima. Gli organizzatori continueranno a vendere biglietti ed a assiepare le mandrie sui gradoni dell’anfitearo, e i registi continueranno a sfogare liberamente la propria creatività senza preoccuparsi troppo della dislocazione del pubblico areniano. Io, da parte mia, sconsiglierò a chiunque l’acquisto di biglietti del settore F, per questa e per tutte le successive opere della stagione, non si sa mai.
Mi basta solo che non arrivi il solito beota a dirmi "Hai pagato solo 10 Euro a biglietto perchè li hai acquistati come Ridotto Scuole, che cosa pretendi?".
Pretendo innanzitutto di sentire e, se possibile, anche di vedere, grazie.
Concordo decisamente sul fatto che un allestimento, per quanto trasgressivo o innovativo non debba alterare la percezione degli spettatori riguardo all’ascolto delle voci o della musica, o riguardo alla possibilità di seguire visivamente le vicende dell’opera, ma spesso mi chiedo se l’allestimento, comunque realizzato, sia poi così importante…Anni fa mi è capitato di assistere ad una Bohème, che non amo, a dire il vero, fatta in una chiesa sconsacrata, con cantanti “in borghese” e leggii davanti. Una splendida esibizione,e una grande emozione. La stessa che mi prende quando ascolto la Callas e Di Stefano in cd, che certo non possiamo più ammirare dal vivo. La musica,il canto, la storia: queste sono le cose che contano. Le altre sono solo spettacolo, secondo me, ma quelle sono arte.
Nell’opera l’allestimento deve fare la sua parte, concorrere a rendere il tutto tondo del teatro, che non è solo musica ed espressività, ma anche scene vissute sul palco. Questo a mio parere, sebbene l’opera possa anche bastare a se stessa nella versione “epurata” dalla messa in scena, grazie alla potenza della musica.
Ma al di là di questo, ciò che critico è questa nostra Arena di Verona e i suoi organizzatori. Mi pare paradossale che l’enorme circo allestito per noi – con la pretesa di fare arte – sia così sfacciatamente menefreghista nei confronti del pubblico.
Nemmeno a Gardaland succedono queste cose.
Ero presente anche io alla prima della Traviata, seduta al settore E. Non posso dire di aver apprezzato questa Traviata dai toni rosa shocking. Non mi sono certo scandalizzata, ci vuol ben altro per scandalizzare oggi, ma infastidita, questo sì. La scelta di Vick poteva anche essere condivisibile, so anche io che il lavoro di Violetta è quello più vecchio del mondo, ma non è riempiendo un palcoscenico di veline che vomitano in un secchio, vecchi sbavosi che si riallacciano la cinta dopo l’amplesso che si arriva a shockare il pubblico come avvenne alla prima storica “Traviata” di Verdi, dove l’allora spettatore si vide spiattellare in scena i propri vizi e per poco non successe un finimondo. Oggi non scandalizza più la mercificazione dei corpi, siamo assuefatti di seni e deretani che compaiono a tutte le ore sui nostri piccoli schermi, perchè dobbiamo sorbirceli anche all’Arena? E poi secondo me c’è un altro problema. Come è possibile attualizzare la Traviata senza scadere nell’incoerenza? Non basta vestirla da “starlette” per rendere l’idea, la verità è che oggi non esiste nessun Germont che potrebbe andare da una qualsiasi Violetta a reclamare l’onore della famiglia, tanto per dirne una. Il contesto sociale è cambiato, attualizzare la Traviata significherebbe dover, gioco-forza, mutarne le dinamiche. Non si può mantenere ragionamenti e prese di posizione tipiche dell’ottocento e buttarle su una dancefloor discotecara. Il minimo che si può provare è il fastidio, l’incongruenza palese lascia perplessi e, in definitiva, annoiati. Altro che scandalizzati! Come se ci si scandalizzasse per due cosce al vento, oggi.
Per quanto riguarda il “cuore”, bene hanno fatto quelli del settore F a protestare, non per niente ai loro cori si è unita tutta l’Arena in uno slancio di solidarietà. Non di meno, lo scenografo che l’ha progettato sicuramente non ha pensato che il materiale “cuscinoso” con cui era fatto l’enorme cuore rosa ha avuto l’effetto di assorbire moltissimo della forza canora dei cantanti, riuscendo in definitiva a far più danni che benefici.
Per conto mio, quindi, una “Traviata” spenta nonostante le luci psichedeliche.
in ogni caso non capisco la necessità dell’essere trasgressivi: se vuoi essere trasgressivo fai altro per cortesia, magari qualcosa di tuo che si rifà a Verdi, non mi fare Verdi. Se si vuole riprendere atmosfere temi e stili per renderli nuovi si fa altro, non vedo perchè si debba violentare un genere che trae i suoi difetti ma anche i suoi pregi dall’essere cristallizzato in se stesso da duecento e passa anni. Perchè piuttosto non si espande lo scibile delle rappresentazioni facendo riascoltare con perizia musicofilo-filologica monteverdi per dire? o altri autori meno conosciuti… sennò mi sembra che si stia alla stregua di quell’ignobile film su romeo e giulietta con leonardo di caprio: tanto nell’arte non si inventa mai nulla, non c’è niente di male nel citare cose precedenti e mi pare più decoroso che lanciarsi in riletture assai pretestuose. hai tutta la mia pienissima comprensione
Ho visto la Traviata per la prima volta alla Scala pochi mesi fa. Non sono andata a vederla in Arena quando l’ha arredata Zeffirelli ne’ altrove in altre occasioni per riservarmi un’esperienza autentica, il piu’ possibile fedele all’intenzione originaria. Ora che l’ho vista, potrei rivederla remixata in tutte le salse e apprezzarne ogni rivisitazione, godendo della versione artificiale quanto dell’originale. Qui a Hollywood, per esempio, credono che la Traviata sia una scena di Pretty Woman. Oh my God. Baci da Los Angeles.







2012