Tradizionalmente donne
“sei una faccia di merda”
“perché?”
“perché i giovani sono tutti facce di merda e siccome non posso dirlo ai miei studenti lo dico a te”
Esordiva così rientrando a casa, io avevo quattordici anni e saltavo il pranzo.
“pago io, sono tuo padre e oggi ho deciso che non ho voglia di pagare quello che mangi”.
Mia madre lavava i piatti in silenzio, sempre di schiena verso il lavello mentre io a tavola non toccavo cibo e guardavo mio padre mangiare.
A vent’anni sono venuta via di casa, ero grande, lavoravo, una sera sono uscita e sono tornata a casa alle quattro, lui mi aspettava alzato, mi ha tirato un ceffone, il primo e l’ultimo.
“sei a casa mia e ho deciso che non voglio che tu esca la sera”
“ma da quando?”
“non importa da quando, da adesso o da ieri”
Ho fatto le valige e sono andata a stare prima da mia nonna e poi da sola, non l’ho sentito per anni, tanto operavano mia madre di cuore e lui in quattro mesi di ospedale non è mai andato a trovarla perché in quel periodo ce l’aveva anche lei.
Mia sorella non ha retto lo stress, io fuori di casa e mia madre in ospedale, si è ammalata ma lo ha saputo solo anni dopo, solo dopo che mia madre ha perdonato mio padre per quello scempio e lei è stata ricoverata in psichiatria per due mesi.
La mia prima notte di nozze, senza volergli attribuire un significato che non aveva alcuna importanza che avesse, vagavo per la città in cerca di mia sorella fuggita durante la mia cerimonia non si sa dove.
Da allora è lei, lei la vittima di questa famiglia disastrata, lei che si è ammalata, che ha sofferto, che ha bisogno di aiuto, lei che si è sacrificata per il bene di una famiglia che veniva i brividi ad immaginarne i risvolti.
Poi dodici anni fa l’incidente di mio padre, dodici anni che è ricoverato in una clinica dove vive in una condizione poco più evoluta di quella di un vegetale. Dodici anni nei quali mia madre ha potuto occuparsi di lui come avrebbe voluto, dodici anni immaginando miracolose guarigioni che non avverranno mai.
Undici anni fa “mamma sono incinta” in questa situazione? Con tuo padre in queste condizioni?
Ti porti via il fagiolino che porti dentro e quando ti chiedono quanto eri di peso tu alla nascita o se tua madre ti ha allattato al seno, non sai cosa rispondere, lei non te lo ha mai detto e adesso non puoi neanche chiederlo.
“Mamma sono in ospedale, mi vieni a trovare?” non so se posso, vabbè se trovo un’amica che mi accompagna ci faccio una scappata.
“mamma questa è tua nipote, posso passare a trovarti?” si ma ti dispiace passare abbastanza presto? Sai dopo torna tua sorella e non vorrei…..è così sensibile. Si tanto, è vero, mi ha messo le mani addosso che ero incinta di otto mesi, ricordi? Ma perché lei sperava di fare la pace con te, poverina sta così male, devi capirla.
Poi si sposa, mette al mondo due figli nonostante il continuo parere contrario dei medici. Un’eroina o un’incosciente, io propendo per la seconda ma lei, tua madre, ti dice che sono arrivati per sbaglio che è stato un errore e che adesso ha bisogno di aiuto, di tanto aiuto.
Mio padre tanto resta una priorità per mia madre ma per lei, per mia sorella, passa in secondo piano; ora che anche lei ha una sua vita, ora che per essere eroica ha messo al mondo due figli non ha più bisogno di mostrare tanta dedizione per il vegetale.
Non importa va così, vanno così le cose nei silenzi sempre così devastanti delle famiglie per bene, le famiglie nelle quali tutto resta tra le quattro mura domestica che sai alla cameriera non gli ho detto che sei andata a vivere da sola perché altrimenti chissà cosa pensa. Così vanno le cose nelle famiglie dove l’amore non si moltiplica mai ma si divide in parti proporzionali ad una logica di sopravvivenza tra figli. C’è sempre quello forte che se la cava da solo e quella debole che da piccola veniva chiamata “ruffiana” e da grande martire mentre tu sei solo stronza.
Non so perché è successo oggi, non so perché nel corso di una telefonata di routine di fine luglio mentre la tua collega al telefono urla con un cliente, al di là della tua cornetta tua madre decide dopo dodici anni di rinfacciarti che tu non ti occupi di tuo padre. Non lo sai com’è che all’improvviso ti racconta che si vergogna di te nella stessa ipocrita maniera nella quale si vergognava con la cameriera della tua fuga da casa.
“ma come è possibile che una figlia si dimentichi così di suo padre? Come è possibile che tu non sia riuscita a perdonarlo? Io mi vergogno di te, mi vergogno di raccontarlo in giro, cerco di capire, di comprenderti, mi dico che tuo padre è stato con te uno stronzo, ti ha fatto soffrire, si è comportato male ma come è possibile che tu, neanche in queste condizioni, riesca a perdonarlo?”
Gli uomini son fatti così, vanno capiti, perdonati e compresi.
sono andata via di casa tre anni fa, un giorno che stavo per uccidere mio padre, malato di tumore, irascibile, e con qualche problema con l’alcool. me ne sono andata, senza tuttavia tagliare i ponti. mio fratello è rimasto, e ha continuato a dire sì fino a tre mesi fa, quando nostro padre è morto. io ho sempre detto no, ma lo amavo, nonostante tutte le violenze psicologiche che ci infliggeva e quella sua forma di amore morboso che lo portava a non saper distinguere dove finiva lui e iniziavano i suoi figli. questa cosa mi ha sempre fatto sentire un po’ cordelia, la figlia di re lear. soprattutto perché mio fratello, a tutt’oggi, figura come l’eroe, il figlio che gli è rimasto accanto, anche se io so (mica per nulla, lo so perché l’ha detto che lui), che aspettava, desiderandola, la sua morte. io non ho mai desiderato la sua morte: ho preferito andarmene, mi era sembrata la scelta migliore.
mi spiace.
Mi spiace soprattutto perchè poi quando leggo di storie del genere (mi ricordi la storia di una mia carissima amica) penso sempre a quanto minino la capacità di mettersi ingioco col mondo maschile, magari in aspetti talmente indiretti da esssere invisibili, ma sono cose che un po’ credo incidano comunque: se tu hai creato comunque una tua famiglia ricordati sempre per favore di guardare la faccenda di lì, so di dire una banalità ma a volte vanno dette anche quelle.
“Una banalità”, Seralf? Ma scherzi? Hai detto una cosa sacrosanta! Troppo spesso tutti noi combiniamo inimmaginabili disastri personali senza renderci conto di quanto quei disastri fatti da noi provengano da lontano…E’ l’ennesima beffa del crescere in una famiglia “disfunzionale”: ritrovarsi dopo a crearne una noi stessi, senza rendercene conto e, soprattutto, senza averne nessuna colpa, purtroppo. L’unica salvezza è riflettere sempre su quali sono stati i nostri inizi, quali le persone da cui abbiamo imparato ad amare o a non amare, a capire o a tirar via. Solo così impareremo ad essere come vogliamo essere, e non come, quasi in maniera ineluttabile, abbiamo “assorbito” il nostro modo di essere, magari imitando senza neppure accorgercene. Discorso complicato, lo so, spero di essermi fatta capire…Un saluto affettuoso a Viscontessa.
C’è sempre quello forte che se la cava da solo e quella debole che da piccola veniva chiamata “ruffiana” e da grande martire mentre tu sei solo stronza.
Io sono solo stronza. Io non sono solo stronza. Io sono stronza. Un abbraccio.
Mi chiedo sempre perchè essere figli è così complicato, ma soprattutto lo è ancora di più quando si è donne. Cerco sempre di giustificare un genitore, dico sempre che anche il suo ruolo non deve essere per niente facile, di certo nessuno sa farlo dal nulla. Mi riprometto sempre che i miei figli avranno l’amore e le attenzioni che i miei non hanno saputo darmi. Ma sono ancora una figlia io… e, per come la vedono i miei fratelli, io sono la “ruffiana”, la viziata, quella che ha tutto ciò che loro non hanno potuto avere… ma sono anche quella che ha sopportato da sola tutte le ansie, le paranoie, le contraddizioni e le negazioni di due genitori, che i genitori non sanno fare. I miei fratelli sono tutti andati via da casa molto presto. Io ho 24 anni e sto ancora studiando… ma quando dico che voglio andare via, mia madre mi guarda come se fossi matta. Eppure mi sento in colpa, perchè sarò io a lasciarla sola…
Io sono arrivata alla conclusione che difficilmente due genitori riescono ad essere così equilibrati da moltiplicare il loro amore in parti uguali per ogni figlio. Ogni figlio è diverso del precedente e ha esigenze diverse che spesso non trovano neanche la stessa maniera per essere espresse.
C’è sempre il figlio buono e quello cattivo, c’è sempre un Abele e un Caino i cui ruoli non sono mai così evidenti come sembrano.
E poi ci sono genitori che di fronte al fallimento di un figlio, concludono ogni esame di coscienza con “noi abbiamo fatto del nostro meglio”. E amen.
Dal canto mio ho già stillato un elenco delle cose che mi rinfaccerà mia figlia e alle quali mi preparo a rispondere sapendo, ancora una volta, che mi rinfaccerà tutt’altro.
Forse è solo l’atroce gioco della vita che senza dolore resta incompiuta e con esso difficile.
Secondo me a certe persone non dovrebbe essere consentito di figliare.
domiziano, quali persone?
Mio padre era un uomo severo.
Ma trasudava amore per sua moglie e i suoi figli da tutti i pori.
Quando leggo queste cose, capisco che sono stata molto fortunata.
I miei riescono ad essere iniqui anche adesso che io e mia sorella siamo entrate nella trentina.
Ma ho deciso di lasciarmi tutto dietro, prendere il buono e buttare il brutto. Ho passato troppi anni a ruminare i loro errori e sulle ferite che mi hanno lasciato: devo cominciare a digerirli, e andare avanti, e cercare di non replicarli. Diventare finalmente una persona diversa da loro, diventare solo la persona che sono.
Thumper, non credo che i miei genitori non mi abbiano amata ma “amare” è un verbo bellissimo che ci dimentichiamo fin troppo spesso quanto sia umano e soggettivo e destinato, come tutte le azioni e i sentimenti umani, ad essere modellato sulla personalità di chi lo prova.
Un modo di amare sbagliato, un amore malato e viziato da una personalità tormentata quello di mio padre, e un amore pigro quella di mia madre, un amore che trova più facile esprimersi con mia sorella che le somiglia piuttosto che con me.
Giulia, anche io per tanti anni sono riuscita dimenticare, per tanti anni ho pensato di aver digerito e metabolizzato tante cose e pensavo di esserci riuscita.
Poi nella vita capita di inciampare e allora cazzo, torna tutto a galla, tutto in superficie, tutto di nuovo da rifare e questa volta arriva anche la consapevolezza che non è mai finita, che non finirà mai
Hai ragione, Vis.
Sono stata troppo bignamica.
E di conseguenza ti ho mancato di rispetto.
Scusami.
Non era esattamente quello che volevo dire.
Thumper, non preoccuparti affatto, il mio post, per quanto vissuto sulla mia pelle, voleva essere uno spunto di riflessione per chiunque.
Si parla delle cose, si affrontano sencondo le proprie esperienze e si osservano secondo la propria prospettiva che giusta o sbagliata che sia, serve a riflettere.
Magari ho torto io, magari non ho capito niente dei miei, magari cercavo solo di estranearmi dai fatti per valutarli oggettivamente.
Vis, so cosa vuoi dire. Ogni volta che attraverso un periodo di crisi o cambiamento, tutto torna fuori: ed è vero, non finisce mai. Le ferite si riaprono e fanno male. L’amore che ci è stato negato lascia in noi un buco che non si richiude mai: capire questo, e capire che bisogna conviverci e non lasciarsi schiacciare, è il primo passo verso una vita più serena.
Nei periodi “buoni” mi prendo cura di lavorare sulla necessità di non farsi schiacciare:-)
la possibilità di generare fonti di odio represso è uno dei buoni motivi che mi spingono a non riprodurmi.
Vis, grazie. Questo post mi ha smosso dentro tutto un mondo di ricordi che con il tempo sono diventati filtro per il resto. Ha ragione Seralf: il danno in termini di imprinting per me è stato e resta incalcolabile.
Io sono la più grande, ho un fratello di 5 anni più piccino e una madre malata di tumore. Io abito lontano, ma nonostante questo non sono riuscita a staccarmi dal cordone ombelicale che mi tiene legata alla mia famiglia.
Ho sogni e ambizioni che mi porterebbero lontano da qui e un fidanzato che a tutt’oggi non ha alcuna voglia di seguirmi in Valle d’Aosta, ma so che il mio posto è lì, accanto a quella madre che ha abdicato alla sua vita per darci tutto quello di cui abbiamo avuto bisogno.
Mi dico che è normale e che è quello il mio posto, ma non è semplice e nemmeno così automatico, perché continuamente ho paura di fare la scelta sbagliata tornando a casa per stare accanto a lei.
A volte penso che sia egoista a far così leva sul mio amore, ma poi penso che sia il minimo che possa fare per ripagarla almeno in parte di quello che sono.
Sono andata via alla ricerca della mia realizzazione, ma dopo solo pochi anni mi trovo a dover tornare sui miei passi, chiudere le finestre sul bel panorama che avevo davanti e pensare che la vita può essere anche altro.
:*
Sara, è il ciclo naturale della vita, non rinunciare ai tuoi sogni e al tuo futuro, tua madre, per quanto sia crudele dirlo, ha già vissuto la sua vita mentre tu devi ancora vivere la tua.
Stalle vicino, essici ma non rinunciare a te stesso, un giorno potresti non perdonarglielo, potresti far ricadere su di lei i tuoi eventuali fallimenti che invece devono essere solo tuoi.
Michela prego, anche se non sono sicura, con questo post, di aver fatto un favore a qualcuno, prima di tutto a me stesso che vedo nero su bianco sensazioni che fino a ieri potevo dimenticare.







2012