Il personale, il politico e il parrucchiere.
All’epoca in cui frequentavo giri di donne omosessuali, c’erano due discorsi che mi rendevano idrofoba.
- "Ah ma guarda io non le sopporto le camioniste, quelle che non capisci se sono maschi o femmine, se noi lesbiche abbiamo una brutta fama è anche colpa loro, se si curassero di più ci accetterebbero di più."
- "Ah ma guarda io non le sopporto quelle tutte femminili, che non capisci se sono etero o lelle, e quelle che poi dicono che sono bisessuali, cosa credono che ci accettino perché ci mettiamo il rossetto?"
E io, campionessa di parcheggio minivan con tacco, piantavo su il sorriso ereditato dalla zia Carmen per le situazioni sociali noiose e cercavo altri lidi.
Avrei dovuto trarne una lezione, non mi troverei a corto di parole oggi.
Perché le uniche parole che mi vengono in mente, ora, sono: ragazze, stiamo affondando. Puntiamo all’essenziale.
Sei disposta a rispondere per le rime a quello che ti fischia per strada e a spiegargli (magari è convinto, eh) che no, non ti fa piacere? Sei pronta a rimbeccare l’amica di famiglia che sottintende che non sei veramente donna se non fai figli? A raccontarle del prossimo referendum (ci sarà, prima o poi)? A snocciolare statistiche sulla procreazione assistita al pranzo di Natale? A non ridere alle battute maschiliste di quel signorino anche se è tanto piacevole alla vista? A non dire che quella lì che è stata violentata un po’ se l’è cercata? A batterti anche per quella che con quel velo scuro ti fa un po’ paura?
Bene, sei delle nostre. (Scrivendo dall’Inghilterra, aggiungerei: "Cuppa tea, anyone?")
Alcune di noi, poi, prendono una boccata d’aria dalla lotta-dell’essere-donna andando a farsi fare le méches. Altre leggendo fumetti underground, altre lavorando a maglia, altre facendo modellini di navi da guerra, altre – non lo so, avanti, i commenti ci sono per quello. Forse alcune riescono a lottare ventiquattr’ore al giorno tutti i giorni: nel caso, mi dicano come.
Ecco il dilemma. La lotta, l’impegno, tutto bene: ma la boccata d’aria, che dignità ha in tutto questo? Se dobbiamo far finta che non ci sia, non equivale a dichiararci sotto assedio e spaventate? Se ci distraiamo e passiamo troppo tempo a giocare, distruggiamo le nostre chances di vittoria? E poi: i maschi hanno paura a fare gli scemi parlando di macchinoni, di tanto in tanto? Sì, certo: i maschi sono quelli che hanno il potere, al momento, non hanno da lottare; e noi non siamo maschi, e vorremmo essere meglio. Ma "parità" non è anche "pari libertà di essere stupidi, ogni tanto"?
Ecco, azzardo: forse ci sono luoghi più o meno adatti per cinguettare. Ma io per prima mi dichiaro colpevole di frivolezze in luogo improprio, e temo che l’unica risposta alle nostre – umane! e non solo femminili – frivolezze sia di andare avanti. Boccata d’aria, sorriso.
E sotto con la lotta.
Abbiamo anche un foglio rosa di prestigio (più rosa salmone-arancio, a dirla tutta) da tirare in testa ai nostri oppositori.
(Grazie a Giulia per i link.)
[La zia Carmen che citavo sopra era una donna reale, per inciso. Nata nel 1901, figlia di socialisti. A ventiqualcosa anni si trovò orfana di padre e aiutò la madre a tirare su altri sei tra fratello e sorelle, in una città in cui erano appena arrivati. Un metro e ottantasei di altezza, occhi azzurri: trovò lavoro come mannequin. Una mannequin comunista. Si sposò a quasi sessant'anni, prima voleva essere indipendente. Da quando aveva avuto il diritto di voto, a quarantasei anni, faceva campagna elettorale presso tutte le sue amiche. Comunista, sempre: anche nel ricovero delle suore, portava una dozzina di ultraottantenni a votare PCI. L'unico giovedì dopo il 1955 in cui non si è fatta fare messa in piega, manicure e pedicure, è quello in cui ha deciso di morire, a novantacinque anni. Perché sono sicura che una donna così l'abbia deciso lei, di andarsene.]
L’Italia è maschilista? Nel dubbio, i lettori di Repubblica.it ricorrono allo scherno:
http://forum.repubblica.it/viewtopic.php?t=82?ref=hppro
Come volevasi dimostrare.
capisco quello che vuoi dire.
molto bello questo post.
Sono d’accordo su tutta la linea. C’è un tempo per scoprirsi e un tempo per lamentarsi. Un tempo per nascondersi e uno per desiderare. Dopo di che arriva il momento di non aver paura e battersi a viso aperto (non solo su questo argomento ma su qualsiasi cosa in cui si crede). Ed ecco che quando lo si fa (sperimentato sulla mia pelle infinite volte) ci si sente strani dentro: liberi, gioisi, che la propria vita si sta arricchendo di senso anche attraverso il fare la propria parte nelle lotte del proprio tempo. E, insomma, incredibile ma vero: Ci si sente più vitali (leggi anche: felici).







2010