Non ancora “persone”: solamente donne
In epoca pre-Internet, la mia tossicodipendenza da informazioni si alimentava prevalentemente grazie a quotidiani, settimanali e mensili: spendevo in edicola quello che oggi mediamente spendo in EN™, e posso garantire che non si tratta di una cifra modesta. Ritagliavo e accumulavo articoli e speciali, vivendo in stanze sempre più cartacee e sempre meno abitabili. A ogni trasloco, la selezione diventava dolorosa e drastica: dovevo eliminare buona parte dei miei adorati scatoloni pieni di cose-di-carta, di cose-scritte. Col passare degli anni, quasi tutto è finito nei cassonetti appositi, e la rete mi ha permesso di tenermi la scimmia sulla schiena, per usare un gergo da junkie. C’è un articolo, però, che non ho mai buttato, e che ogni tanto mi accade di riguardare: sono per lo più fotografie in bianco e nero, e il soggetto a molti non sarà familiare: sono le acidificate.
Acidificate, noterete, è un plurale femminile, e questo fa già la differenza. Le acidificate sono donne che, vittime di una specifica violenza, in diversi luoghi del mondo, si ritrovano sospese fra a vita e la morte (e che vita, e che morte) per scontare una colpa. La colpa di essere donne.
Cosa significa, esattamente, essere donne? Se seguo alla lettera il primo comandamento del Mio Libro Essenziale (quel Libro che non è necessariamente bello o toccante, ma che ti cambia e che ti salva la vita), “donne non lo si nasce: lo si diventa”.
Eppure, donne lo si diventa quanto lo si nasce: il mestruo, ad esempio, o certi tratti somatici – peculiarità dell’essere femminile. “L’altra metà del cielo”, dice qualcuno. Verrebbe voglia di mandare quel romantico qualcuno a farsi fottere. Sto andando fuori tema, ne sono cosciente: sono felice di potermelo permettere, perché è dai tempi de “Il poeta che ti esalta, il maiale che ti stupra”* che non mi lancio più in una vera e propria invettiva pro-donne. Che non racconto più la storia del mio sesso, il secondo, che è – per larga parte – una storia di vittime.
Ritorniamo a quell’articolo conservato con cura per così tanti anni, attraverso così tanti traslochi: cosa aveva di così interessante? Che ebbe, quando lo vidi, il potere di scioccarmi. Badate: non sono né ero all’epoca abbastanza giovane per giocare alla vergine tonta, né sono un tipo facilmente impressionabile. Quello che l’articolo conteneva di scioccante era, e tuttora sarebbe ed è, il messaggio che una buona parte del mondo (dozzine di Stati, per capirci) trasmettevano alle donne di ogni ceto ed etnia: voi siete e resterete esseri inferiori; poco più che bestie domestiche, avrete come comandamento l’obbedienza, la sottomissione, l’accettazione passiva delle regole. E le regole sono le regole del maschio.
Era possibile, è possibile che tutto questo accadesse e tuttora accada? Accade quotidianamente, e non di rado sotto i nostri occhi. Accade quotidianamente: talvolta a noi.** A me, Babsi. A te, Maria, Marina, Giovanna, Claire, Suad, Bedour, Fiona, Irene, Fakhra, Mukhtar, Simone, Jennifer. Ci riguarda? No, qualcosa di più: ci racconta chi di noi resterà in vita e in buona salute, e chi soccomberà.
Chi sono, dunque, le acidificate? In italiano, Google non mi aiuta granché: al 12esimo risultato approdo sulla pagina di Smile Again, un’associazione che si prende cura di loro. Ma io rivoglio quelle immagini in bianco e nero, e voglio notizie, spiegazioni, dati statistici. Sul sito trovo solo qualche cenno:
le acidificate sono donne dell’Asia Centrale (Bangladesh, Pakistan, Nepal, Afganistan e regioni dell’India) vittime dell’acidificazione. In alcune di queste regioni è vergognosa abitudine maschile gettare acidi corrosivi e devastanti sul volto di giovani donne, spesso bambine, che rifiutano di fidanzarsi o sposarsi con il pretendente. […] Devastate nel fisico e nell’anima, queste fanciulle vengono ben presto abbandonate da tutti, a volte anche dalla famiglia, perché nessuno vuole essere contaminato da tale vergogna.
Ok, un po’ di retorica e qualche ripetizione, ma quanto meno inizio a mettervi sulla buona strada. Cerco ancora, e scopro che esiste un libro: si intitola “Il volto cancellato” – istintivamente clicco “aggiungi al mio carrello”. Voglio leggerlo. Il database della mia memoria rigurgita, mente navigo, un nome: Bina. Un delle donne ritratte in quelle immagini si chiamava Bina, ed era pakistana. Cerco anche in altre lingue. E finalmente trovo qualcosa che mi può essere di aiuto: Bina Shah, questo articolo. Che racconta:
Every second Pakistani woman is the victim of a direct or indirect form of mental or physical violence, leading to heinous crimes against them including rape, murder, chopping of limbs or being burned alive.
Stupri.
Uccisioni.
Amputazione degli arti.
Morte per combustione.
L’ordine in cui le violenze di cui le donne sono vittime in quella fetta di mondo sono elencate mi pare surreale. Amputazione degli arti casalinga. A causa di che? “Sono stata mutilata, ho perso un braccio e una gamba, me le ha tagliate mio cognato (marito, fratello, padre, figlio) perché sorpresa a chiacchierare con un commerciante di legumi.”
Iniziate a capire? Esistono dozzine di Stati, al mondo, oggi, in cui mutilare una femmina (sì: ho scelto il vocabolo con cura), o ucciderla con l’ausilio di coltelli, sostanze chimiche, percosse o proiettili non solo è consueto: è legale. Si chiama “delitto d’onore”, naturalmente è unilaterale (una femmina non ha onore: ha odore, al massimo, o calore – come si usa dire per le cagne), naturalmente l’omertà segue a ruota la legge, naturalmente non si hanno dati certi sul numero… delle acidificate? No. Non si hanno dati certi, numeri, cifre, sul numero delle donne che – nel mondo – subiscono violenze quotidiane. Sul numero delle vittime. Né si conoscono i nomi dei barbari portatori di coda-cazzo fra le gambe, i patriarchi che hanno commesso e commettono simili crimini. Loro sono la legge e l’ordine. Per dire “razza umana” si dice: uomini, non persone. Dio creò l’uomo a propria somiglianza (bella combriccola: uno convinto di essere onnipotente, l’altro incapace di scegliersi una faccia), e la donna, scarto per scarto, da una costa. Fermi, non è un refuso: il termine che siete abituati a usare, “costola”, in termini strettamente medici è impreciso. Per gli esseri umani si direbbe “costa”. Le costole sono proprie di maiali e vacche. Strano che nessun traduttore biblico abbia mai frugato nell’etimologia. Del resto, quella costa d’Adamo serviva solo a modellare una principessina da compagnia, una principess-ina da mettere alla pecor-ina quando se ne sentiva l’esigenza. Angelo del focolare, tsè.
I numeri, dicevo. I numeri delle donne che annualmente subiscono violenze. I numeri del 2006, per dire. Un riassunto globale: dov’è? Non lo trovo. Non li si conoscono, spesso, perché le donne non parlano. E su questo silenzio delle innocenti ci torno un paragrafo più sotto: volevo solo dire che ho ritrovato alcune immagini delle donne sfigurate dall’acido. Le donne che hanno osato rifiutare un fidanzamento (leggete: una vendita) imposto in età adolescenziale da padri che non permettono che dalla bocca di una femmina (come sopra) esca un’opinione. Neanche una sillaba. La bocca femminile, in metà del mondo, serve solo per ingurgitare in fretta una cena (avete preferenze alimentari? Scordatevele, nel caso) o per far pompini. Lecca bene, tesoro mio, angelo del mio focolare. Se aveste un’anima avreste denti per staccare a morsi il primo membro turgido che vi passa ad altezza naso. Baise moi dovrebbe essere solo un inizio.
Ora, se avete guardato le immagini; se siete donne che sono state stuprate (o forse solo “cortesemente forzate ad accettare un rapporto sessuale”, magari da un fidanzato, un marito); se siete donne che non desideravano prole e se ne trovano perché “bisognava”, perché “è la natura”; se siete donne a cui qualcuno ha distrattamente poggiato una mano sul culo mentre si discuteva di lavoro; se siete donne a cui è accaduto di sentirvi chiamare “bella troia” o “brutta troia”; se siete donne che hanno preso qualche schiaffo maschile “per il vostro bene”; se siete quel genere di donne lì, forse avete bisogno di una pausa.
Finisce questo furibondo prologo.
Concedetevi un caffè a occhi chiusi, e attente che non girino cazzomuniti nei dintorni, che i cazzomuniti spesso diventano aggressivi (e letali) anche a Campobasso o a Torino. Purtroppo non è la distanza geografica dal Pakistan a metterci al riparo**.
(Nel riquadro (sempre ‘Vanity Fair’**), Luca Bergamin intervista Paola Lattes, avvocato e vicepresidente di Telefono Rosa. Le domanda cosa può fare una donna che subisce violenze. Mi colpisce uno stralcio dell’intervista. Questo:
…La denuncia si può successivamente ritirare. Di fatto, succede in un terzo dei casi. Perché troppo spesso gli organi di sicurezza tendono a minimizzare: davanti a una segnalazione di violenze invitano le vittime a riflettere sulle conseguenze che una denuncia può arrecare, aleggiano lo spettro della dissoluzione della famiglia.
Penso al Family Day. A questa buffonata di cui troppi sono andati e vanno fieri.)
Perché sto scrivendo tutto questo (e lo sto scrivendo in modo sconnesso, da brogliaccio)? Perché la settimana scorsa mi è capitato fra le mani un libro. BRUCIATA VIVA. L’autrice si chiama Suad, naturalmente è un nome falso, Suad si deve nascondere. Suad era una giovane cisgiordana. (Si facciano un bell’esamino di coscienza le donne, le molte donne che, in Europa, vanno sventolando “le bellezze dell’Islam”. Si chiedano se questo loro rigurgito esotico o sogno erotico non sia solo il frutto di un sistematico lavaggio del cervello: nessuna donna capace di intendere e volere vorrebbe essere Suad. Nessuna donna libera vorrebbe morire così, a dodici anni. Le bellezze Mille-e-Una Notte, ah.) Faccio fatica a parlarne, e questa non è una recensione. Suad ha vissuto come vivono milioni di donne nel mondo. Analfabeta, perché è inammissibile che una femmina intraprenda studi, anche di base: non serve, racconta Suad nel libro, perché noi donne siamo inferiori alle pecore e alle vacche che la famiglia possiede. Allevata solo per badare alle faccende domestiche (angelo del focolare?) e all’orto, al gregge. Picchiata. Picchiata ogni giorno. Picchiata per aver alzato lo sguardo a tavola. Picchiata per aver tardato un minuto a servire le bevande al padre-padrone, al fratello maschio. Sono così tante, le pagine in cui Suad racconta di essere stata picchiata (e racconta come, e racconta perché) che faccio fatica a ricordarmele tutte. Ho letto il libro trattenendo il fiato. Suad ha visto sua madre partorire molti figli. L’ha vista sopprimere quelli di sesso femminile. Perché nel mondo di Suad, che è un mondo che conta milioni di donne, le bambine sono un problema, una scocciatura. Non portano onore alla famiglia, bisogna venderle, ossia darle in moglie. Si ingravidano le mogli a proprio piacimento, nel mondo di Suad, e si tengono in vita solo un numero di femmine necessario: le serve che servono. Le altre, subito soffocate con una coperta, buttate in un campo, in un pozzo. Nessuno dice nulla: è consuetudine. È, attente a questo termine, un fatto culturale!, è tradizione. Tradizione! Non voglio rovinarvi la lettura, perché spero compriate il libro di Suad e lo leggiate. Voglio solo dirvi perché Suad viene bruciata viva. Perché osa innamorarsi di un vicino di casa e avere un rapporto sessuale con lui: forzata ad avere un rapporto sessuale, ignara, atterrita. E viene ingravidata a sua insaputa: Suad non sa nulla, non sa neppure “cosa esiste oltre il mio villaggio”, non sa che ci sono città, aeroporti, treni, non sa che esistono libri oltre al Corano, non sa che esistono lingue differenti. Suad è il ground zero dell’essere umano. Sarà il cognato a “riparare all’onore della famiglia”, buttando addosso all’adolescente Suad una tanica di benzina. Accendendo un fiammifero, paff! Piccolo bonzo-femmina in un mondo di disinvolti criminali. Li chiamiamo “maschi”, appendiamo le loro fotografie nelle nostre stanze da adolescenti, spesso.
La storia di Suad è a lieto fine, se vivere sfigurate e piene di ricordi mostruosi vi può sembrare un lieto fine. Suad viene salvata da una volontaria di Surgir. Chiedetevi chi salverà le altre Suad, che sono milioni.
Se siete femmine, chiedetevi chi salverà voi.
Chiedetevi, o chiedete loro, quando smetteremo di non-essere. Quando cominceremo a essere persone.
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[* Era il titolo originale del post che ora si chiama “Barbie e Razanne”]
[** Ho sul letto una copia di ‘Vanity Fair‘. Quella del 21 giugno. Pagina 29, “Attualità”: Matrimonio all’italiana, ovvero: botte — così il titolo. TRE milioni le donne italiane che subiscono violenze in famiglia. Solo il 7% di loro sporge denuncia. Il 34% delle donne italiane che subiscono violenze non ne parla. Con nessuno.]
avevo letto il libro di Suad 3 anni fa e l’ha letto anche mio marito due, tre volte. Ne ero contenta perchè mi sembrava giusto che un uomo leggesse di quanto può essere bieco e basso uno della sua razza. Mio marito diceva di amarmi. Poi sono rimasta incinta. La prima volta che mi ha picchiato ero di 8 mesi.
Oltr’alpe, una mia amica “coniuga” tutto al femminile: fa un po’ strano, ma perché no? E non è l’unica. E io faccio attenzione, in modo che ogni volta posso, non parlo dell’ “uomo”, ma di “persone” … poca cosa? Forse, ma le parole non sono poi così trascurabili ….
l’umanità ha ancora una lunga strada davanti a sé …
scritto con in sottofondo “Woman is the nigger of the world” di Lennon …
Ho letto “bruciata viva”.
E` stato uno di quei libri che, passandoci davanti ignara in libreria, mi ha detto “prendimi! prendimo!”.
Poi ne ho letti altri, che parlano di queste donne “inutili”, di infibulazione, e di altre “orrenderie” (scusate, prima del caffé non mi viene in mente qualcosa di più appropriato) cui sono sottoposte.
Non ho mai abbastanza parole, ma proprio stamattina, riflettendo sul fatto che ho letto da qualche parte a proposito di uno studio sulla carenza di vitamina D delle donne costrette a girare completamente coperte, mi sono detta che devono essere proprio infoiati gli uomini di queste culture…
Mi son preso due giorni prima di commentare ed anche adesso qualsiasi commento mi pare inadeguato. Per cui mi sono limitato a segnalare il tuo post. E comunque mi son sentito una merda solo in quanto uomo. Che potrei dire che non ne avrei ragione ma visto quanto accade solo in quanto donne la merda me la prendo tutta.
Sai Domiziano io non ti conosco ma leggo ciò che scrivi qui e su Fratelli d’Italia soprattutto. Il primo commento che feci di te fu: “Questo è un uno che ha cuore, cervello e palle”.
Sono felice di riconfermarlo ogni volta, perché se solo il 20% degli uomini ragionassero come te… io penso che l’Italia non sarebbe ridotta così male com’è.
Un bacione a questi uomini (anche perché gli altri per me non lo sono e quindi non li considero neanche).
Ho dodici anni,
Leggendo quello che c’è scritto in queste pagine mi pento di tutte quelle volte che ho detto a mia madre
che era esageratamente femminista…
Me ne pento perché forse stare in guardia ed essere contro, può aiutare, o mettere in pericolo, certo, però..
Morire a dodici anni… Mi viene così strano pensarlo…
Vedo mia sorella a mia zia, o mio zio… Che anno il doppio, il triplo… Il quadruplo dei miei anni, ma sono giovani…
La mia vita mi è sembrata lunghissima…
E pensare che la mia stessa vita può venir vissuta più volte è incredibile!
E mi chiedo…
Chi mi assicura che quì, in italia, io sia al sicuro?
Chi mi assicura che mio padre non abbia mai picchiato mia madre?
Chi mi assicura che mia sorella, 18 anni, non venga violentata o picchiata dietro casa?
Ci sto male… Ci sto male perchè non si può morire per violenza…
Non si può morire per essere nate donne…
Si può pensare, non abbiamo colpa ad essere così…
Ma quale colpa? Cosa c’è di diverso in noi?
Perché gli uomini devono essere superiori?
O meglio, perchè le donne devono essere inferiori?
Grazie dell’articolo bellissimo…
Mi ha fatto male allo stomaco leggerlo…
Brutto da dire, ma le donne più fortunate del libro di Suad erano quelle che venivano soffocate con la pelle di pecora.
SONO una donna, e sottolineo SONO, di 37 anni, felicemente sposata da 14 e io e mio marito abbiamo 3 figli. Ho letto il comprensibile sfogo di questa donna/signora (non so chi sia e non lo dico con sarcasmo, ma con cosciente ignoranza) e non posso che unirmi alla sua indignazione e al suo orrore per le cose che nel mondo vengono perpetrate sulle FEMMINE da parte degli “uomini”. Ciò che è ancor più indecente e indignante è il silenzio, l’omertà o peggio ancora il finto interessamento che circonda questa piaga nelle alte sfere dei potenti, di coloro che decidono la guerra e la pace, ma non decidono mai che è ora di finirla con le violenze su bambine/i, adolescenti, donne mature e persino anziane. La violenza non va bene per nessuno, né per gli uomini né per le donne, ma siccome siamo fisicamente più deboli e la storia della nostra cultura educativa è piena di dignità calpestate e diritti negati a cui la “femmina” deve abituarsi per essere una brava “femmina”, mi concentro sul sesso “debole”. L’umanità è sempre più vergognosa e io sono sempre più schifata dalla gente che abita la faccia della terra! Gli uomini/aguzzini non hanno interesse a capire, quelli pacifici non sempre hanno la profondità d’animo per sentire cosa si prova ad essere donna in certe parti del mondo. Per cui loro non fanno nulla. E noi? Non siamo meglio di loro, anzi direi semmai peggio: se subiamo violenze qui nell’Occidente ci preoccupiamo delle nostre grane, perché sono più che sufficienti, ma se stiamo bene siamo troppo impegnate nelle nostre piccole situazioni quotidiane, nel lamentarci del fatto che nostro marito non si accorge del nostro nuovo taglio di capelli o dimentica il nostro anniversario…e alla fine dopo 5 minuti di superficiale indignazione andiamo avanti con le nostre lagne senza fare niente per chi non ha la fortuna di avere ancora dei capelli (perchè glieli hanno bruciati insieme a tutto il resto!). Quindi pochi sono gli eroi e poche le eroine che combattono attivamente queste bestialità. Bisogna essere onesti e farsi carico DELLE PROPRIE responsabilità prima di andare a scomodare o addirittura schernire, offendere e ricoprire di sarcasmo l’Onnipotente in persona, che vorrei ricordare all’autrice dell’articolo, NON E’ RESPONSABILE DELLE SCELTE DELLE PERSONE. Visto che l’autrice fa riferimento anche alla Bibbia, dovrebbe considerare (prima di accaldarsi sulla differenza fra “costa” e “costola”) questo fatto basilare: Dio nel suo infinito amore ha dato ad ognuno di noi la LIBERTA’ di SCEGLIERE che genere di persone vogliamo essere. Per amore della sua infinita GIUSTIZIA non si rimangia la parola quando qualcosa lo fa soffrire (come il dover vedere ogni giorno l’uso che tanta gente fa di quella libertà), piuttosto MANTIENE LA PAROLA DATA FIN DALL’INIZIO (di rimettere tutto a posto, di eliminare violenza, morte, malattie e quant’altro di negativo l’umanità si è voluta tirare addosso, per amore di quelli che hanno vissuto in pace, con amore e giustizia). I suoi tempi non sono i nostri, ma sono stabiliti, non tardano e non cambiano. Comunque uno può avere o non avere fede in queste promesse, ma resta il fatto che Dio non creò Adamo e Eva già imperfetti, con la sete di potere, di sangue e quant’altro. Eva doveva sì essere sottomessa ad Adamo, ma Adamo doveva rimanere sottomesso alle norme di Dio: il marito doveva RISPETTARE E ONORARE LA MOGLIE, guardare a lei come al vaso più debole (e le donne sono più deboli fisicamente, non solo in quanto a forza, ma anche riguardo ai problemi di salute per via delle mestruazioni e del parto). Secondo le norme di Dio Adamo avrebbe dovuto tenere in alta considerazione i bisogni della moglie e dei futuri figli, addirittura sacrificandosi per primo pur di non fargli mancare niente sotto l’aspetto fisico, pratico, mentale ed emotivo! Adoro mio marito e ben volentieri mi sottometto a lui, perché mi mette sempre al primo posto in tutte le decisioni che prende! Ragionate anche voi se questo Dio che ha dato questo genere di norme può essere capace di qualche cattiveria o capace di indifferenza verso le sofferenze delle donne di oggi…(Grazie a tutti quelli che hanno sopportato di leggere questa lettera fino in fondo!)







2012