Dio, che casalinga!
Facendo ordine in casa mi è capitata sotto mano una immaginetta plastificata a mò di carta di credito, con una preghiera alla Trinità su un verso, e sull’altro una inquietante composizione grafica, composta da un vegliardo con la barba bianca tipo Gandalf, una sua versione giovanile talmente patinata che la corona di spine sembrava stargli bene, e un uccello ad ali spiegate, incongrua colombina in atteggiamento da aquila.
Davanti a violenze subdole di questo tipo, qualcosa di profondo in me si rivolta. Provo sana invidia per l’iconoclastia che caratterizza altre religioni diverse da quella cattolica. Il divieto di farsi di Dio immagine alcuna è saggio e lungimirante, perché ogni raffigurazione ha in sé la tentazione di delimitare e fare propria una Identità talmente “diversa” che non può per definizione avere limite, né padrone. Il potenziale della rappresentazione è immenso e deleterio, perchè suggerisce a chi guarda l’idea subdola che Dio sia quello che stai vedendo. In questo senso ogni immagine è un idolo. L’arte ortodossa rifugge a modo suo a questa trappola, perché le icone obbediscono al dettame teologico che esclude il realismo nelle figure, volutamente sempre bidimensionali e sproporzionate, tanto da sembrare strane al nostro occhio occidentale educato alla gabbia della prospettiva. Invece tutta l’iconografia tradizionale cattolica ripropone la rappresentazione realistica e maschile di Dio, e la sua efficacia nell’immaginario collettivo è tale che quando Giovanni Paolo I disse che Dio è anche madre, ci fu chi storse il naso; Dio Madre sembra una bestemmia culturale, prima ancora che teologica, sommersi come siamo dall’iconografia che ce lo vende maschio, vecchio e con la barba bianca. L’uso esclusivo dell’immagine maschile di Dio viene giustificato in parte dal fatto che Gesù nel Vangelo si riferisce a Lui come padre. Ma questo uso, che è un uso riferito al ruolo e non al genere, è diventato così predominante da cancellare tutti gli altri riferimenti non maschili a Dio. Se chiedessi a qualcuno di citarmi una parabola in cui Dio è presentato in vesti femminili, sono sicura che i più mi risponderebbero che non c’è un simile racconto nel Vangelo. Invece, sorpresa sorpresa, c’è.
Si trova nel trittico che viene definito “le tre parabole della misericordia”. Le due dove predomina l’immagine maschile di Dio sono famosissime. L’altra, che nel Vangelo di Luca sta nel mezzo, non se la ricorda mai nessuno. Tutte e tre rispondono a uno schema interpretativo molto preciso:
- la prima è quella del Figlio Prodigo, e nessuno ha dubbi sul fatto che il padre misericordioso sia una figura che allude a Dio e il figlio prodigo sia icona dell’uomo riaccolto e perdonato.
- la terza è quella del Buon Pastore e della sua pecorella smarrita, e in tutti è radicata l’idea che il buon pastore sia Gesù e la pecorella sia il peccatore troppo ferito per tornare con le sue forze.
Ma nessuno si ricorda che la terza parabola della misericordia è una donna che perde una moneta. Se vi si applica la stessa interpretazione, e non vedo perché non lo si dovrebbe fare, è ovvio pensare che la moneta sia immagine dell’uomo che sciupa il suo valore negando la sua vocazione di “cosa preziosa”. Va da sé che la massaia che mette la casa a soqquadro per ritrovare un soldino non può essere altri che Dio stesso, tanto quanto il buon pastore e il padre paziente.
Ora la domanda che mi viene è: perché questa nemmeno troppo timida immagine femminile di Dio è totalmente scomparsa dalla predicazione ordinaria? Perché questa parabola non se la fila nessuno, quando si preparano percorsi penitenziali? A chi da fastidio l’idea che Dio possa essere raffigurato anche con un ruolo femminile? Mi sembra particolarmente significativa specialmente nel contesto sociale in cui Gesù la disse: non solo accosta Dio a una donna, ma a una donna che ha autonomia economica, in una breve narrazione in cui non c’è alcuna presenza maschile, nemmeno quando si fa festa per aver ritrovato la moneta. Il recupero delle immagini bibliche femminili di Dio è un passo indispensabile per la riappropriazione del ruolo della donna nella Chiesa. Comincio io direttamente dall’immaginetta, che adesso sta teologicamente piegata in due nel mio salotto a pareggiare un tavolino che traballa.
In effetti di quella parabola non ho alcuna memoria.
Peraltro, se pensi, la preminenza maschile nella Chiesa è fatta risalire al fatto che Cristo scelse quali suoi apostoli degli uomini, liberamente interpretando la cosa come “solo” uomini.
Certo che allora ci potremmo interrogare circa la liceità della nomina di un tedesco a Papa. Mica c’erano tedeschi tra i dodici. O Giuda era tedesco?
Grazie di avere scritto una così bella lettura di quella parabola.
E, per inciso: “una sua versione giovanile talmente patinata che la corona di spine sembrava stargli bene” mi farà ridere per molto tempo.
Forse il problema che poni ha a che fare con il fatto che tradizionalmente (e storicamente) il cristianesimo è sempre stato un po’ un “affare per donne”. I racconti evangelici più citati di solito vedono le donne come interlocutori di Gesù: che ha senso in un contesto in cui si immagina sempre “il prete” che interpreta la Parola di Dio per il suo pubblico di “pie donne” (mentre i mariti trascinati a messa sbuffano un po’). Ma anche: è qualcosa di specificamente “per donne”, meglio che il maschio di turno ricordi loro che il Potente è maschio.
(Domanda a lato: cosa pensi del sacerdozio femminile?)
Ma anche: perché tutti si ricordano Eva nata dalla costola di Adamo (capitolo 2 della Genesi) e non “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; *li creò maschio e femmina*” (Ge 1:27, la mia edizione è una Nuova Riveduta e mi pare che la traduzione cattolica sia diversa – ma il senso è lo stesso)?
Potete rifarvi con lo shintoismo. La divinità suprema è Amaterasu, la Grande Dea Che Splende Nei Cieli.
“Dio creò l’uomo a sua immagine
a immagine di Dio li creò
maschio e femmina li creò…”
Genesi 1, 27 (La Bibbia di Gerusalemmme… approvatissima dalla CEI).
Michela, bellissimo articolo, ma non mi stupisce, ultimamente ti sto leggendo molto (mi manca “solo” il mondo deve sapere…!!!). Peccato perché i ragazzi delle scuole hanno perso un’ottima insegnante di religione.
ciao
Silvia
Sacerdozio femminile, che domanda terribile mi fai, vorrebbe un post a sè stante.
E’ un po’ come parlare dei Di.Co, di una cosa che non esiste, c’è solo nelle parole. Ma le parole creano realtà, ecco perchè non sono mai inutili su temi come questi.
La Chiesa ogni volta che deve introdurre una novum nella sua struttura si trova davanti a due ostacoli: Cristo non lo ha fatto, nè la Tradizione precedente non ha mai ritenuto di farlo. Ma se non ci sono motivi teologici che rendano la cosa nuova incongruente con il deposito di fede consolidato, e questa cosa sembra conforme allo Spirito, che suscita novità dove e quando servono, la Chiesa può dribblare questa mancanza di precedenti e accettare la cosa nuova. E’ stato il caso, per fare un esempio, del monachesimo sia maschile che femminile.
Nel caso del sacerdozio femminile, oltre a quei due motivi chiaramente storici, si è trovato un motivo teologico, talmente blando e traballante che ci sarebbe da sorridere, se non avesse conseguenze enormi. Questo motivo è l’efficacia del segno. Poichè Cristo era maschio, e chi celebra i sacramenti agisce “nella persona di Cristo”, chi celebra i sacramenti deve essere maschio, altrimenti verrebbe meno l’efficacia del segno.
In altre parole, in una ipotetica donna prete non si capirebbe con altrettanta chiarezza che la signora sta agendo per interposta persona e non per suo carisma personale, come invece è chiaro se il prete è maschio.
Invece non è chiaro affatto. L’unica cosa chiara è che si tratta di una forzatura. Dando per buono per semplicità che di generi ne esistano due e basta, ovviamente l’incarnazione poteva realizzarsi in uno solo; ma non vedo secondo quale logica questo dovrebbe escludere l’altro dal poterne rappresentare simbolicamente l’efficacia. Brutalmente parlando, nessun sacramento richiede l’uso della genitalità. Ci vuole il cuore, ci vuole la testa, ci vogliono le mani e la parola, tutte cose che hanno sia uomini che donne. La fede del ministro per l’efficacia del sacramento non è nemmeno indispensabile, contrariamente a quel che si potrebbe pensare. Se il prete che mi battezza ha un vuoto spirituale vicino all’ateismo, questo non rende il mio battesimo meno valido, perchè non è nel suo nome che lo ricevo, nè in virtù di meriti suoi.
Pertanto non vedo nessuno impedimento teologico vero e credibile per negare il sacerdozio femminile nella sua forma ministeriale ordinata. Tanto più che già nel matrimonio, dove i ministri sono gli sposi e non il prete, la sposa agisce già nella persona di Cristo, nella stessa misura dello sposo.
A meno che dietro questo divieto e la sua sempre più decisa clistallizzazione non ci sia il molto più semplice, molto più comprensibile, molto meno teologico desiderio di negare alle donne l’accesso al potere collegato al ministero, di cui sarebbe ipocrita negare l’esistenza. Alla base della durezza in questo campo non c’è la teologia, ma il pregiudizio.
Molto semplicemente, credo che al di là di tutto permettere alle donne l’accesso al sacerdozio significherebbe permettere loro di ascendere al Soglio Pontificio, a meno di voler introdurre norme di sbarramento precisissime. Che nero su bianco non deporrebbero sicuramente a favore della propaganda ecclesiastica sulle pari opportunità (noi diciamo che nella Chiesa e per la Chiesa non esistono, loro dicono il contrario).
Una papessa. Meglio di no, forse, se il suo compito fosse quello di portare avanti la politica discriminatoria dei Papi.
Sono contentissima di aver letto questo post. Grazie Michela. Nel mio blog personale ho scritto che “Credo in un Dio tutto mio, metà uomo e metà donna, con le zampe al posto dei piedi e le foglie al posto dei capelli”, per dire che per me Dio è dentro ogni “vivente”, umano, animale e vegetale.
Una fervente cattolica mi ha scritto tacciandomi di essere blasfema, bestemmiatrice ed eretica. Per lei meritavo la scomunica e dovevo aspettarmi presto la giusta punizione del cielo. Non era tanto offesa per le zampe e le foglie quanto per la metà di corpo femminile: quella proprio non le andava giù.
Sono felice che la mia personalissima immagine di Dio e della Fede (religione) trovino ogni tanto accoglimento in persone che come te di fede e religione se ne intendono, eccome.







2012