Sorelle d’Italia

Donne e pensioni: rappresentanza zero

Si dibatte animatamente in questi giorni circa il problema delle pensioni. Una questione spinosa non solo al livello nazionale, ma anche europeo. Interventi si rendono necessari per sanare una situazione che per l’invecchiamento generalizzato della popolazione dei paesi sviluppati, si prospetta come un onere insostenibile per le generazioni future.

Al di là delle proposte che in questi giorni verranno discusse nelle opportune sedi legislative e di dibattito politico e sindacale, vorrei soffermarmi su una questione che come al solito ci appassiona molto tra queste pagine: la questione femminile.

Il premier ha proposto di innalzare l’età pensionabile della popolazione femminile (attualmente 60 anni contro i 65 degli uomini) al pari degli uomini. Un provvedimento ammesso  e messo in pratica da molti paesi dell’unione europea, ma che non è imposto come un obbligo da parte della direttiva europea, che per definizione non può legiferare a proposito dei provvedimenti previdenziali dei singoli paesi, ma si limita al compito di tutela e coordinamento.

Guida europea sulle pari opportunità:

"La normativa comunitaria non intende armonizzare i regimi nazionali di previdenza sociale
quanto piuttosto coordinarli. Il principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne
proibisce però una discriminazione motivata sul sesso nell’ambito della previdenza sociale."

…..

"Resta il fatto però che contestualmente ai regimi obbligatori sono ammesse diversità di
trattamento in diversi ambiti. Ad esempio, gli Stati membri possono mantenere diverse età di
pensionamento o diverse condizioni per aver titolo a una pensione di superstite. In certi Stati
membri le donne possono andare in pensione prima degli uomini e in certi casi sono previste
pensioni per le vedove ma non per i vedovi."

Personalmente, al contrario di molti che vedono in questo un provvedimento misogino e punitivo per le donne, non sono contraria in un’ottica di parificazione dei sessi, considerando anche che le donne in prospettiva vivono in media più dei signori maschi.

C’è da dire però che parificando l’età di pensionamento non si può parlare di una stessa parificazione all’interno del mondo del lavoro. Le donne italiane si trovano ad essere, più spesso dei colleghi maschi, vittime di lavoro precario e discriminazione, senza parlare  della disparità di stipendio e anzianità contributiva che spesso per una donna è inferiore a  20 anni. Quindi, in linea di principio, non è sbagliato rapportarsi ai paesi europei in cui uomini e donne vanno entrambi in pensione a 65 anni. Però bisogna tenere in considerazione tutto il meccanismo del sistema contributivo degli altri paesi, dove le donne sono aiutate e sono ben felici di rimanere al lavoro qualche anno in più, poichè più gratificate nella loro professione, adeguatamente retribuite e tutelate.

Questa in Italia non è una realtà attuale, ma deve essere un presupposto necessario all’innalzamento dell’età pensionabile femminile. In quest’ottica infatti il provvedimento può essere realmente svantaggioso per le donne.

E’ inoltre da sottolineare come questa attenzione poco mirata ai problemi femminili, anche nel campo previdenziale, sia un probabile sintomo di una esigua rappresentanza in rosa all’interno della classe governativa.

Da Aprileonline

Il legame poi che intercorre fra l’assenza di rappresentanza politica femminile e la mancanza di una legislazione garantista in materia di lavoro, capace di rispondere alla tutela dei diritti dei lavoratori, è del tutto evidente. Forse un maggiore presenza delle donne nelle istituzioni favorirebbe anche la promulgazione di leggi e norme che rendano il lavoro più garantito, più stabile, qualitativamente migliore.

La proposta per una donna di andare più tardi in pensione è, per ora, su base volontaria. A questo proposito, altra questione piuttosto discussa, è quella del bonus alle mamme:

Da aprileonline:

"le donne che volontariamente lavorassero un anno in più trasferirebbero questo surplus, dimezzato a 6 mesi, in contributi per i propri figli. Ci dispiace una proposta, che speriamo sia solo giornalistica, che da un lato assegna alle donne (e perché non agli uomini) il compito di vestale sacrificale materna; dall’altra è ispirata ad una logica che affossa l’ispirazione del sistema previdenziale pubblico italiano che è un sistema a ripartizione: vuol dire che con i contributi di chi lavora si pagano le pensioni di chi è in pensione. Questa la solidarietà del sistema; non di madre in figlio. E i figli degli altri?"

Ovvero se io mi prendo un anno sabbatico per fare la mamma, poi lo restituisco a fine carriera come un anno in meno di pensione. E perchè gli uomini no? Chi l’ha detto che sono sempre le donne a doversi sacrificare solo perchè madri? Non scontiamo già abbastanza il nostro ruolo societario e culturale in italia? Ci voleva l’ennesima conferma a sottolineare quanto il nostro paese sia culturalmente retrogrado?

Sarebbe questa la soluzione del governo per la scelta delle madri lavoratrici di non fare figli e per risolvere il problema della bassa natalità? Spero davvero di no, perchè in questo caso siamo davvero messi male.

Per saperne di più:

-tesina di uno studente universitario sull’Europa e le pensioni (pdf)
- Articolo di Repubblica "Piano Pensioni, bonus per le mamme"  (pdf)

20 Maggio 2007
18:51, Domenica
Stregatta
Filed under : Politica
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9 commenti

(#) Quello che disse viscontessa

Domenica 20 Maggio 2007 alle 22:55

1

Io non credo che in buona fede i nostri politici non si rendano conto dell’insulto per le donne rappresentato da queste ridicole proposte di legge.
Sul lavoro le donne sono discriminate prima di tutto perché hanno la possibilità di rimanere a casa in maternità per un anno, proporne addirittura due significa discriminarle ulteriormente.
Non esistono asili nido, il servizio offerto dalla scuola pubblica è mediocre e insufficiente, non esistono strutture pubbliche organizzate nelle quali mandare serenamente i propri figli dopo la scuola, lo sport per i bambini è un lusso da pagare con il tempo necessario ad accompagnarli e andare a riprenderli, le strade, la piazza o i giardini, non sono più luoghi dove i bambini possano andare da soli. I nonni, e più precisamente le nonne, sono l’unica risorsa sulla quale molte madri, e aggiungo le più fortunate, possono contare, quelle stesse nonne alle quali adesso chiediamo ulteriori cinque anni di lavoro per risolvere un problema pensionistico che andrà aggravandosi sempre più.

Lavoro quotidianamente con molte donne, alcune di noi hanno scelto il contratto a progetto per essere libere di occuparsi dei propri figli quando ti comunicano che domani i bambini escono di scuola a mezzogiorno per una riunione sindacale (e siamo fortunate perché effettivamente siamo libere di gestirci il nostro tempo), altre, neo mamme, vorrebbero tornare a lavoro il prima possibile perché la soluzione dell’aspettativa a stipendio ridotto le mette in difficoltà economiche ma non sanno dove lasciare i propri piccoli.. Altre ancora, anche loro le più fortunate, sono riuscite a mandare i loro bambini ad un asilo nido al quale devolvono quasi l’intero stipendio percepito (ma almeno si mantengono il lavoro) molte vivono piene di sensi di colpe, alcune desistono, le più si fermano ad un figlio e invece di godersi l’infanzia dei loro bambini, non vedono l’ora che i loro figli crescano abbastanza da non aver più bisogno di loro.

(#) Quello che disse Giulia

Domenica 20 Maggio 2007 alle 23:45

2

A parte tutto quello che dice Vis (sacrosanto), aggiungo che io, come precaria, dovrò comunque lavorare fino a dopo morta.
Nel senso che se smetto muoio di fame, e se non smetto muoio comunque per cause naturali.
Non avrò mai una pensione. Non so se mi spiego.

(#) Quello che disse viscontessa

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 00:23

3

Non essere così ottimista Giulia, di questo passo per incentivare le nascite e aiutare concretamente la famiglia, costringeranno le donne senza figlia, a devolvere metà del ricavato del loro lavoro, in favore delle pensioni degli uomini che hanno famiglia.

(#) Quello che disse Giulia

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 09:30

4

“Essenziale funzione familiare”, articolo 37 della Costituzione. Appunto.

(#) Quello che disse SOKRIM

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 10:21

5

ciao sono un maschietto e credo che e’ assurdo che al giorno d’oggi la donna lavori fuori casa piu’ di 4 ore al giorno.
Per legge il loro contratto dovrebbe essere di 4 ore poi e’ chiaro che delle eccezioni possano essere inserite.
fino ai 3 anni copiuti del loro ormai unico figlio,dovrebbero avere la possibilita di flessibilizzare il loro orario di lavoro magari lavorare un giorno 4 ore e 2 giorni 8 ore e stare poi a casa in modo da permettere di seguire meglio la famiglia e una eventuale malattia del bimbo senza rimetterci con lo stipendio.
E chiaro che una donna e’ anche libera di anteporre la carriera alla famiglia

(#) Quello che disse Stregatta

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 10:40

6

E’ chiaro che io sarei contenta di lavorare 4 ore al giorno, invece che 8. E’ chiaro che però il bilancio familiare a fine mese ne risentirebbe parecchio.

E’ altrettanto evidente che i figli si fanno in due e come tale vanno gestiti. O meglio…Pensavo fosse chiaro, ma vedo che non lo è.

La questione fate le mamme, le donne di casa, gli angeli del focolare, poi se ci riuscite potete pure fare carriera, lungi da noi uomini impedirvelo, ci pensa direttamente il vostro fisico che nun gliela fa. Mi irrita alquanto. Anzi, mi fa proprio incazzare…

(#) Quello che disse viscontessa

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 11:38

7

Ciao Sokrim, io che invece sono femmuccia credo che sia assurdo che al giorno d’oggi ci siano ancora uomini che pensano che sia assurdo che le donne lavorino fuori casa per più di quattro ore.

(#) Quello che disse MademoiselleAnne

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 11:57

8

Sokrim pensa un po’ che secondo me in Italia si vive cosi’ proprio perche’ c’e’ chi pensa che “le donne dovrebbero avere la possibilità di flessibilizzare il loro orario di lavoro magari lavorare un giorno 4 ore e 2 giorni 8 ore e stare poi a casa in modo da permettere di seguire meglio la famiglia e una eventuale malattia del bimbo senza rimetterci con lo stipendio”. Pensa un po’ te…

(#) Quello che disse Giulia

Lunedì 21 Maggio 2007 alle 19:20

9

Sokrim, “anteporre la carriera alla famiglia”?
Guarda un po’, è quello che fanno gli uomini da secoli, senza porsi minimamente il problema.
Per le donne si pone solo il problema di come conciliare le due cose, visto che non c’è speranza che gli augusti consorti si sostituiscano a loro nei lavori domestici e nella cura dei figli, allo scopo di facilitarne il progresso professionale.

Benvenute nel 1957, signore.

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