Quando è bene non accontentarsi
Il romanzo Lasciami sola della scrittrice francese Marcelle Sauvageot, tornato alla luce settant’anni dopo la pubblicazione, è una di quelle letture che mi accompagnano nel tempo, cicliche, necessarie. Situazioni e sentimenti che ci toccano ogni giorno, da vicino e da lontano. Mi piacerebbe inaugurare con questo post un percorso sui libri scritti da donne che hanno segnato la nostra vita, orientato alcune scelte, o che semplicemente ci hanno fatto buona compagnia per un breve tratto di strada.
Lasciami sola non è solo il titolo di un libro, ma una frase in cui è racchiuso un urlo forte e rassegnato, dignitoso e ribelle: quello pronunciato da una donna prossima alla morte, chiusa in un sanatorio, dopo aver ricevuto una lettera dall’uomo che ama, e che ha deciso di sposare un’altra.
Un grido universale che risuona in tutti gli angoli della terra, e che proviene da un tempo lontano, da più di settant’anni.
Una "perla" persa e poi ritrovata, pubblicata in Francia nel 1933, ristampata più volte ma poi caduta nell’oblio e assente anche per lunghi periodi dal mercato editoriale - nonostante la buona accoglienza da parte della critica dell’epoca - e tradotta da Alessia Ugolotti per Guanda nel 2004.
L’autrice è Marcelle Sauvageot, un nome che dice poco a noi italiani, un nome che da qualche anno è stato riscoperto in Francia, dove il suo libro gode di una nuova e inaspettata popolarità: ogni settimana, a Parigi, alcuni brani vengono letti in pubblico, nei café o nei piccoli teatri.
Una donna nata a Charleville nel 1900 e morta di tubercolosi a Davos nel 1934. Di lei si sa che amava la musica, la danza e i piaceri della vita, che era attirata dai surrealisti nonostante non avesse mai aderito ufficialmente al movimento; che passò gli ultimi anni della sua vita a Parigi, lavorando come insegnante, e che in seguito, dopo essersi ammalata, fu costretta a vivere per molto tempo in sanatorio.
Lasciami sola è il suo unico libro, scritto nel 1930 e conservato a lungo in un cassetto. Non lo si può definire un romanzo, ma piuttosto - come viene spiegato nell’introduzione dall’editore francese - un commentaire (titolo originale dell’opera, peraltro), il grido di un’anima ferita in cerca di guarigione e di una solitudine esigente
.
E’ con queste parole, di grande intensità, che la donna reagisce alla notizia:
"Mi sposo… La nostra amicizia continuerà…" Non so cosa sia successo. Sono rimasta immobile e la camera ha cominciato a girarmi intorno. Sul fianco, dove ho male, forse un po’ più in basso, ho sentito come se mi tagliassero la carne con un coltello affilatissimo… Quando non si conosce un dolore, si ha più forza per fronteggiarlo, perché si ignora la sua portata: si vede solo la lotta e si spera che più avanti arrivi un momento migliore. Ma quando lo si conosce, viene voglia di alzare le mani per chiedere grazia ed esclamare, esausti e increduli: "Ancora?" Già si prevedono tutte le fasi della sofferenza che si dovranno attraversare e si sa che dopo ci sarà solo il vuoto.
Alla lettera dell’uomo che le offre solo la sua amicizia, la Sauvageot non risponde, “commenta”. Riflette e s’interroga sui rapporti tra uomo e donna, l’egoismo, l’accettazione dell’altro, il giudizio, la morte. Ed è lei che chiede di essere lasciata sola. Risponde a sé stessa, rimette in discussione gli interstizi più intimi e oscuri di sé, compie un viaggio nel deserto, facendo emergere un dolore e un amore assoluti e autentici, con un linguaggio lucido, asciutto e struggente, senza alcuna concessione al vittimismo.
Esprime le sue perplessità sulla predestinazione dell’amore:
Credo che la leggenda, come tutte, non sia altro che una consolazione poetica. L’uomo per cui è fatta una donna non è forse quello per cui accetta di esserlo?
E ancora, sulle ragioni da lui addotte per chiudere la relazione, afferma:
Sei come uno che, credendosi a corto d’argomenti (dal momento che quanto ha detto è chiaro, definitivo, indiscutibile), si rivolge al proprio interlocutore, lo fissa, fa appello ai suoi grandi sentimenti e accetta di apparire privo di logica purché non ci si opponga a quello che dice. Salvo poi ribaltare le cose e dirsi logico.
Lasciami sola non ebbe successo di pubblico, quando uscì per la prima volta in Francia, ma attirò l’attenzione di grandi intellettuali e artisti, tra cui Paul Valéry (Un’opera d’armonia e di contrappunto, in cui ogni tema ha la sua risposta
), Paul Claudel (Saremmo tentati di definirlo uno dei capolavori della scrittura femminile, se non fosse sconveniente introdurre una categoria letteraria in questa confessione, che dà prova di una lucidissima e straziata dignità
) e Clara Malraux, che lo definì il primo libro femminista
.
E in effetti l’autrice-protagonista, in cui amore e morte coincidono, anche nel periodo della sua relazione non ha mai rinunciato all’indipendenza intellettuale, al sentirsi coinvolta totalmente con il suo uomo ma in libertà di spirito, senza cedere alla tentazione di asservirlo per tenerlo legato a sé, con la conseguenza di essere giudicata egoista e dura. E ora, che la fine è vicina, non accetta la sua amicizia: è meglio ricominciare a vivere in solitudine, nella sofferenza fisica e psichica. Resistere e non accontentarsi di briciole inconsistenti.
Tutto si riassume nell’ultima pagina, in cui i malati festeggiano nel sanatorio e danzano fino a tarda notte. Una tregua nella lotta, senza la paura “di sentire scoppiare i polmoni”, con addosso una gioia ebbra e sacra che va al di là della fragilità del corpo, verso un’altra vita, un nuovo centro.
Ballare quando credevi che non l’avresti fatto mai più è una vittoria
, scrive Marcelle: come riuscire a sentire la presenza di un amore anche quando non c’è più, un amore che si distoglie dallo sguardo dell’amato e si trasforma in un amoroso canto alla vita, benché aspra e inesplicabile.
“Ballare quando credevi che non l’avresti fatto mai più è una vittoria”. Ora più che mai è questo che cerco. Grazie Francesca per la segnalazione. Di cuore.










2008