Quoterosasì quoterosano
La questione non è semplice.
Partiamo da una constatazione di fatto: ci sono poche donne in Parlamento. La percentuale è leggermente superiore alla precedente legislatura, ma nettamente inferiore alle medie europee. Un dato non facilmente ascrivibile a una supposta assenza delle donne dalla politica in generale, tanto più che le signore vengono regolarmente candidate ed elette in ruoli amministrativi. Le donne, dunque, ci sono: sembrano solo avere delle difficoltà ad arrivare ai piani alti delle gerarchie governative.
Questo perché succede?
La legge elettorale corrente non aiuta: un sistema che impedisce agli elettori di votare per il proprio candidato preferito, assoggettandoli alle logiche di partito, si predispone naturalmente ad assecondare il maschilismo dichiarato dell’ambiente politico italiano. Dico “dichiarato” perché è fresca la memoria degli sfottò provenienti dagli onorevoli (maschi) all’indirizzo delle colleghe che avevano osato proporre l’introduzione di un sistema di quote. Un sistema progettato non, come si potrebbe pensare, per mandare avanti persone meno capaci in nome della loro anatomia: a quello ci ha già abbondantemente pensato una certa fetta della Cdl, tra le proteste - inascoltate - delle compagne di partito. Si tratterebbe, piuttosto, di fare largo a persone capaci ma penalizzate da un sistema che da un lato manda avanti quasi solo gli uomini, e dall’altro promuove uomini e gnocca.
Non si vuole, qui, discutere dei meriti o demeriti della gnocca in Parlamento: ognuno deve essere giudicato esclusivamente in base alle sue azioni, e se tanto mi dà tanto, l’onorevole Carfagna ha già fallito la prova. La sopravvalutazione della gnocca a destra trova un contraltare altrettanto triste nella svalutazione della gnocca a sinistra. Si tratta di due atteggiamenti speculari e parimenti dannosi, perché eliminano dall’equazione la capacità della singola candidata, che passa in secondo piano rispetto alla sua maggiore o minore vistosità.
Le quote rosa sono antipatiche già dal nome, da quell’implicazione di leziosità che viene associata a qualsiasi cosa sia femmina. Sono antipatiche fino dal concetto di base, vale a dire che le donne abbiano bisogno di essere facilitate nell’accesso alla politica. A chi mette in discussione la necessità di una maggiore componente femminile in Parlamento (non è, dopotutto, sufficiente eleggere candidati capaci, a prescindere dal sesso?) si tende ad opporre il caso della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Una legge che negli intenti e nella pratica va a colpire maggiormente proprio le donne, trattandole come incubatrici imbizzarrite, preda di desideri irragionevoli e capricciosi. L’atteggiamento ideologico di certi politici (maschi) nei confronti di una legge che passa come un caterpillar sul corpo delle loro figlie, delle loro sorelle e delle loro compagne poteva essere contrastato da una maggiore presenza delle dirette interessate nei giorni e luoghi della discussione? Forse sì, forse no. Ognuna pensa “a me non succederà”. Ma da donne pagate per riflettere sui pro e i contro di una legge così punitiva, stenterei a credere che sarebbe arrivata un’accettazione corale.
La legge 40 è un mio cruccio da sempre, ma non è l’unico problema dell’impianto legislativo italiano. Molestie, violenza, persecuzioni, minacce, stupri: non tutti questi crimini vengono colpiti in modo adeguato. I consultori istituiti dalla legge 194 per la tutela della maternità sono privi di fondi, collocati in strutture cadenti (ricordo ancora quello dove andavo io a Trieste, nascosto all’interno di un complesso di case popolari, in fondo a un corridoio sempre allagato). L’educazione sessuale, più che mai cruciale per le ragazze, non è prevista da alcun programma della scuola pubblica. La contraccezione è difficile da ottenere, spesso costosa. Tutte questioni considerate di seconda categoria rispetto ad altre: perché il benessere delle donne non è una priorità.
Se le quote possono servire a dare un impulso al cambiamento, che quote siano. Arriverà un momento in cui la legge non sarà più necessaria, perché sarà stata superata dall’abitudine culturale. Come non è già più strano vedere donne in divisa militare, ci sembrerà normale trovarci davanti a foto di gruppo del Parlamento italiano in cui i tailleur siano in numero pari o superiore ai completi giacca e cravatta.
non lo so: io resto convinto che introdurre le quote rosa possa essere per le donne un darsi una zappa sui piedi, un cercare forme di protezionismo per idee che potrebbero sostenere con forza per conto loro. oi vabbè: è indubbiamente evidente a tutti che gli spazi siano d’altro canto sbilanciati, in televisione come nel parlare di ogni giorno, e quindi neanche posso dirmi contro l’iniziativa, anzi se riuscissi a convincermi del suo non essere una specie di tentativo di “zona pro-tetta”
probabilmente lo sosterrei, giacchè credo onestamente che una società matura per poter sopravvivere abbia bisogno del confronto tra idee e modi di ragionare differenti, oltre che della ovvia rappresentatività del caso.
In merito a questo punto d’accordo per i giochi di partito, ma pure è interessante ragionare sulla sproporzione esistente tra il numero di elettrici donne (credo la maggioranza degli elettori), ed i voti dati alle candidate di qui e di lì, o a sostegno di questo o quel referendum… questo mi dà da riflettere anche sul ruolo riconosciuto dalle elettrici alle candidate (come se fosse già parte dell’elettorato femminile a “fidarsene meno”, e questo lo riterrei grave), o forse sul carisma delle donne attualmente in politica, ma quest’ultima tesi mi convince invece poco (se penso al carisma di Rutelli o Gasparri mi viene un brivido ![]()
La strada da fare è lunga, specie nelle responsabilità individuali: lo so che è facile dirlo dal punto di vista di un uomo, ma preferirei non dover più sentir parlare “al femminile”, come se si facesse riferimento ad un panda in cattività.
Ok, parleremo al maschile. Stabiliamo delle quote azzurre, diciamo che il numero dei candidati maschi in qualsiasi elezione deve essere compreso tra il 40 e il 60%: a me sta bene lo stesso.
Il sistema delle quote può essere sgradevole come concetto, ma se ci pensi bene è l’unico sistema per far passare un cambio culturale. Non si tratta di stabilire delle riserve naturali per le donne, si tratta di forzare il sistema politico a ché si abitui ad accettare la presenza delle donne in politica. Per farti un esempio, tutte le campagne di persuasione per il controllo delle naschite in Cina sono state prive di risultato finché il governo non si è concentrato sulla politica del figlio unico, con l’obbligo per le coppie di non avere più di un solo figlio. Alla stessa maniera, tutte le campagne di questo mondo non sono fin ora servite a far eleggere più donne nel Parlamento, tanto che l’Italia è agli ultimi posti per la rappresentanza parlamentare femminile: l’introduzione di una quota che imponga ai partiti di candidare almeno un 40% di donne nelle proprie liste (io sarei anche favorevole, sia nell’attuale sistema a liste bloccae sia che vengano reintrodotte le preferenze come auspico, all’obbligare i partiti a inserire un nome femminile almeno ogni tre nell’ordine di lista!) farebbe finalmente decollare al presenza efmminile in Parlamento, ma ti dico che anche se le donne fossero il 40% delle candidate, la loro rappresentanza parlamentare sarebbe comunque non superiore al 30%: qui lo dico…
seralf: al momento, anche volendo, non esiste la possibilità di votare per delle “candidate”. Le liste bloccate non consentono la scelta, e se i partiti schierano come capolista solo uomini, è logico che saranno quelli ad entrare in Parlamento.
In altri casi, non voterei una donna solo perché donna. Non avrei votato per la Moratti, ad esempio, dovendo scegliere: e avrei fatto bene, visto che Milano sta al punto di prima, fiaccolate escluse.
Tuttavia, vorrei che mi fosse concesso almeno scegliere. Che la mia parte politica candidasse più donne, che più donne andassero in Parlamento, più donne di sostanza, e non solo le sgallettate che nei ranghi di An e FI vengono promosse unicamente per meriti estetici.
Ciao Giulia. Io sta cosa qui delle quote rosa mi dà un pò noia: possibile che si debba fare come all’asilo? Vabbene, purtroppo come capolista ci mettono sempre uomini e le donne di AN e FI pensano più ai tacchi e alle gonne che alla sostanza ma, in defnitiva, ho l’impressione che siano le signore a rinunciare per sfiancamento: la maschiocrazia a lungo andare rende le cose pesanti.
Robi: hai in parte ragione, ma non possiamo permetterci la stanchezza…
Per me assolutamente quote rosa sì.
E’ chiaro che in teoria ogni eletto in Parlamento rappresenta tutti, e sempre in teoria non ci dovrebbe essere bisogno di quote: se le donne elette sono meno del 50%, è perchè al loro posto vengono eletti degli uomini più bravi e, secondo gli elettori (facciamo l’ipotesi che le preferenze ci siano, visto che con esse l’andazzo non era molto diverso), più capaci delle donne stesse di rappresentare i loro interessi.
Questa la teoria: nelle pratica sappiamo come vanno le cose.
Da una parte una buona fetta dell’elettorato ANCHE femminile si fida meno delle donne in quanto tali (e questo secondo me deriva dalla discriminazione che le donne subiscono in generale negli altri settori della società..se ci fate caso poi, le donne in politica hanno le loro “materie riservate”, in cui vengono più spesso confinate, ad es. pari opportunità, welfare o salute, mentre altre come finanza o sicurezza sono percepite come tipicamente maschili, per non parlare degli organi di vertice di commissioni, giunte e governi).
Dall’altra parte, il tramite tra i cittadini e la politica sono i partiti, strutture di potere in cui il maschilismo autoperpetua il potere degli uomini, anche in presenza di una “base militante” equamente divisa per sessi.
Insomma, la solita differenza tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale. Per garantire la seconda, e cioè che di fatto ci siano davvero pari opportunità per tutt*, è giusto introdurre “asimmetrie” (per usare un termine mutuato non a caso dal governo dell’economia a livello UE, dove sì sono maniaci della libera concorrenza, ma gli aiuti a chi parte svantaggiato di fatto sono a volte previsti). Il che non vuol dire arrivare a imporre il 50 e 50, e non impedisce che queste misure siano soltanto temporanee (ma l’Italia ne avrebbe bisogno per diversi decenni, per svecchiarsi).
(Oltre a usare probabimente un neologismo l’ho scritto pure sbagliato, semmai “autoperpetRa”…)
Sposo in pieno la proposta di Alice: cominciamo a parlare provocatoriamente di quote azzurre, giochiamo con le parole e inventiamoci temini e definizioni nuove in grado di fare presa sull’opinione pubblica. Abbiamo giustificato una guerra chiamandola azione di pace, cominciamo a ragionare di uomini in termini di “tette-lesi” o “non-mestruanti”.
A farle per bene non servirebbe farle a lungo: basta una sola tornata elettorale 50%-50%. Ok, torniamo sulla terra. Cominciamo con un terzo, basta che cominciamo. E comunque qui si auspica che siano reintrodotte le preferenze.
non penso sia da sottovalutare l’effettivo interesse da parte delle donne nei confronti della politica.Comunque penso che Le quote rosa siano un buono strumento iniziale per costringere da una parte gli uomini a farsi da parte e dall’altra le donne ad avvicinarsi alla politica.Purtroppo Il nostro paese è vittima ancora di mille retaggi e il fatto che ci si domandi quante donne ci siano in politica, piuttosto che quante persone in gamba, testimonia la nostra arretratezza.
Personalmente non sono contro le quote rosa per principio: la partecipazione delle donne alla vita politica credo sia fondamentale, così come quella maschile. Però provo un certo fastidio quando ne sento parlare come uno strumento di evoluzione femminile. Vi spiego: trovo principalmente stupido tutelare in questo modo un diritto che già esiste. Rimane il fatto evidente che lo stesso non è adeguatamente esercitato o viene in qualche modo scoraggiato, visto che, obiettivamente, la partecipazione politica femminile è in netta minoranza.
E’ ottimo interrogarsi sui motivi. Il maschilismo purtroppo c’è in molti ambienti lavorativi e professionali, non vedo perchè quello istituzionale dovrebbe esserne esente. Le quote rosa, a mio parere, non fanno che dare conferma a questo convincimento culturale, visto che sono poste come una “concessione” della popolazione maschile alla partecipazione femminile. Il risultato è che quella che viene pubblicizzata come una tutela, si trasforma in un inutile contentino, che non fa che ribadire la presunta debolezza dello schieramento rosa.
Le donne che subiscono violenze vanno tutelate, le donne lavoratrici che vogliono mettere al mondo dei figli vanno incoraggiate. Alle donne che vogliono cambiare il paese basta solo aprire la porta e entrare in parlamento. Questo non vuol dire che non ci sia da combattere contro innumerevoli ostacoli legislativi e culturali, ma non ditemi che non lo sapete. Anni di femminismo e di emancipazione ci avranno pur insegnato qualcosa!
Entrare in parlamento, ok. Ma quella delle quote rosa è una porta di servizio, non è detto che ci porti dove vogliamo arrivare.
Eppure io continuo ad essere convinta che uno dei motivi per cui ci sono poche donne in politica (oltre a quelli già ampiamente descritti da chi mi ha preceduto) è che alle donne la politica non piace.
Per fare politica bisogna avere un pelo tanto sullo stomaco. Che non è necessariamente un complimento per chi ce l’ha.
Non credo che sia questo, lo prova la quantità di donne candidate (ed elette) alle amministrative. Non penso si possa generalizzare su cosa piace o non piace alle donne: è più una questione di aperture.
Thumper: il fatto che la politica parlamentare faccia schifo, non vuole dire che la politica faccia schifo. La politica intesa come amministrazione non è tutta la politica, anzi è la parte minoritaria della politica. La politica, quella vera, è idea e ideale e ideologia, che sono cose alte e belle e preziose.
@Giulia: mi rendo conto che mi sono espressa veramente male. E ciò dipende dal fatto che *a me*, in questi giorni, la “politica”, fa particolarmente schifo.
E quando sono arrabbiata ragiono male (o, meglio, sragiono). Probabilmente hai ragione tu. O forse abbiamo ragione entrambe.
@Alice: Centro! La politica (non virgolettata di proposito) è quello che dici tu.
E a quella credo le donne ci starebbero.
Scusate, ragazze, brutte giornate.
Un amministratore, bravo, intelligente, concreto, onesto, …, preso a calci dai suoi per ragioni di interesse.
Da questa politica io prendo le distanze.










2008