Sorelle d'Italia

Lo sfascio. Un urlo da non spiegare (1)

(Questo è una cosa che ho scritto sul mio blog il 26 novembre 2006, e che è molto importante per me riproporre qui come contrappunto al post precedente di sissunchi. Avrà un seguito.)

Due mesi fa ho aperto questo blog e l’ho tenuto segreto. Prima di renderlo veramente pubblico volevo andare avanti, perfezionare le onde, seguire il ritmo, aggiustare il tiro, ritrovarmici, cogliere il centro. No, non va. Qualcosa mi obbliga a prendere una deviazione – forse lunga, come la schiena. A fare un’aggiunta provvidenziale. Non posso andare avanti se non tiro fuori questa verità atroce concepita nella bugia. Mi si impone questa scelta drammatica e liberatoria. Pubblicare in un post un estratto di quello che è il mio romanzo sfasciato nel cassetto, il mio scheletro preso a schiaffi nell’armadio. Tenuto nascosto – come il primo vitigno del blog – più a me stessa che ai miei cari, che tutto sapevano, mentre io mi vedevo raccontare da fuori. Per il solo fatto di non essere morta ammazzata mi sentivo cinicamente invincibile, convinta com’ero che non potesse esistere niente di peggio del già visto e sofferto, dell’essermi fatta vivere. Dopo cinque anni di funambolismi la narratrice urlante e la scrittrice afasica si ricongiungono, e ora mi divento visibile, consistente. Non so perché l’ho deciso in queste notti. O forse sì. Non so, non so quanto di questo sfascio mi sia ancora rimasto dentro, se ne sia uscita veramente, se sia in grado di rappresentarlo. Non c’è svelamento, solo un tentativo attorcigliato.

Avevo già scritto a questo proposito. Ma ho preferito che nessuno leggesse. E adesso, dopo il martellamento di tutto quello che è successo e continua a succedere, alle donne in particolare, non posso più oscurare il mio ex inferno. Non vorrei ripercorrere il passato, ma l’identità di scrittrice – l’unica che mi appartenga – mi impone di farlo. E’ un dovere etico farmi portavoce di me stessa, anche se a leggermi fosse una sola persona che potrebbe, attraverso la mia storia maleodorante e fetida, evitare di cadere vittima di violenze domestiche – fatto accaduto a me a causa dell’alcolismo del mio ex marito e del suo disturbo della personalità -, di continuare a subirle, di condannarsi a spegnersi. E dopo aver cominciato questo dannato cammino a ritroso potrò continuare con gli altri progetti. Ecco perché oggi aggiungo la categoria zero, senza la quale, ne sono certa, le altre non potrebbero svilupparsi.

Non sono testimonianze lineari, queste. I miei dis-corsi fanno parte del multiromanzo di cui parlo in basso. Sono linee spezzate in contrappunto con altre scritture – qualcuno la chiama scrittura di esperienza – frasi trovate per caso nei libri di chi è riuscito con l’arte a uscire dal buio, parole pronunciate da chi ho conosciuto anche per pochi secondi, azioni e sentimenti condivisi con altre/i sopravvissute/i e con il mio attuale sposo, che ha saputo ascoltare, scendere, scartavetrare.

Nel triangolo di paesi in cui vivo prolungo questa esperienza per capire dove si aggira la violenza ricevuta, incamerata e in parte restituita. Come la mia violenza accartocciata si incontra con quella degli altri. Se resta imbottigliata o esplode, e dove esplode. E forse ogni sillaba distillerà una goccia di vino, un insulto, un pugno.

Progetto vero e proprio: la creazione di uno spazio per accogliere le voci alte della sofferenza, in forma di semplici commenti, lettere, fotografie, racconti, poesie e quant’altro, elementi impregnati di sudore sangue fatica gambechetremano affanni ripensamenti calci rassegnazione disistima disperazione paura paura paura – e penso al nu shu – la lingua segreta inventata secoli fa dalle donne cinesi, maltrattate ed emarginate. Ma questa lingua non deve restare sotterranea. Deve scambiarsi le frasi, rielaborarle e sovrapporle, per trovare il coraggio e la resistenza di esprimersi potentemente, in pagine senza etichette, spot, ideologie, pregiudizi.

Questa è – prima da tutto e da adesso – la casa di chi ha subito e subisce ancora violenza, per divenire il luogo e il tempo dove essa si arresta e forma un conato rivoluzionario. L’orrore è qui vicino, nelle case murate, tanto vicino che è inaccettabile sentirlo. Stendiamolo all’aria come un tappeto lercio e sbattiamolo. Facciamolo respirare.

Per scrivere lo sfascio sono passati alcuni anni. Anni di ricerche, ribellioni, rinnegamenti. Anni di ferite putride e sangue condensato in miti passati e futuri.

Lo sfascio non è un’apocalisse rapida, lo sfascio ti consuma a poco a poco, lo sfascio cola a picco ed è già troppo tardi per fermarlo.

E’ come la puntura di una tracina, un uncino alle undici di mattina in mezzo al mare. Non puoi fare niente una volta tornato a riva, niente, se non accogliere il suo veleno, fargli percorrere le vene e i muscoli fino a rendere il piede e la gamba un ammasso di carne deformata. Devi assorbirlo fino in fondo, sentirne tutto il male, e la sua potenza, e la tua impotenza. Non puoi scappare né lottare, solo restare immobile in attesa che faccia il suo corso, ti attraversi e ti oltrepassi, e spesso non riesci neanche a parlare, ed è meglio che non parli, perché se parli le punte acuminate del dolore diventano ancora più difficili da sopportare.

Al tramonto la gamba e il piede si sgonfiano, il dolore diminuisce, e resta una cicatrice che più tardi scompare. Ma la storpiatura di quel giorno la ricorderai a lungo, quando meno te l’aspetti, e a volte – senza ammetterlo – vorresti che ti abitasse ancora, per chissà quale assurdo mistero.”

9 aprile 2007
02:18, lunedì
Francesca di Mattia
Filed under : Identità, Società
Tags: , , , , ,

Related:

Commenti :1
 
1 commento

(#) Quello che disse Giulia

lunedì 9 aprile 2007 alle 12:02

1

Un giorno anche io racconterò. Adesso non sono pronta.

Lascia un commento

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

About:

Dietro ad ogni grande blog c'è una grande donna.