Mi ricordo qualcuno
Si finisce inconsciamente per somigliare proprio a quelle persone tanto care, tanto ammirate, ma fornite di atteggiamenti che detestiamo. Occorre dirlo? Da loro prenderemo esattamente quegli atteggiamenti. Se si tratta di genitori, di madri soprattutto, non sfuggiremo a questa nemesi neanche emigrando in un altro continente appena raggiunta la maggiore età. Con l’aggravante che ci accorgeremo passo dopo passo della metamorfosi in atto, senza poter fare niente per fermarla. Prendete mia madre: donna bellissima, elegante, piena di charme. Con qualche mania casalinga, roba di poco conto.
I letti, per esempio. Per anni ho creduto che li facesse armata di squadra e goniometro, perché la caduta di lenzuola e coperte era esattamente simmetrica da entrambi i lati, precisa al millimetro, senza una piega fuori posto, le lenzuola tirate come se le avesse dipinte sul letto, mica appoggiate. Non ci si poteva sedere, su quei letti pronti per un catalogo fotografico. Potevi solo andarci a dormire, e avresti dovuto, in un mondo perfetto, aver cura di entrarci proprio come lei: di sguincio, attraverso una fessura praticata tra le coltri, per poi sistemarti immobile come una statua da sarcofago, ricomporre la pristina perfezione e buonanotte.
Poi c’era l’acciaio. Lucido, brillante, levigato e senza il minimo segno di una goccia. Non si apriva il rubinetto, in cucina, pena la rilucidatura di tutto il lavandino, sì anche della vasca rimasta asciutta. Da ragazzina giuravo a me stessa che a casa mia ci sarebbero stati sontuosi letti disfatti e lavandini con le vasche di pietra, di porcellana, di ochite, di diamante, di qualsiasi materiale che non fosse acciaio.
Credete forse che da mia madre abbia preso il fascino destrutturato, quell’aria eternamente effortless di chi sta bene anche con un paio di vecchi jeans e una magliettina stinta?
No.
Però tutte le mattine tiro il letto a colpi di righello, e ho un lavandino d’acciaio così lucido che prima o poi MastroLindo verrà a suicidarsi davanti al mio portone, livido d’invidia.
NB: mi scuso per la presenza di apostrofi al posto degli accenti, ma scrivo da un portatile con tastiera ammerecana, ohyeah. Ognuno ha i pesci d’aprile che si merita!
Non ci sentiremo mai all’altezza delle nostre madri. Ma la tua, dalla descrizione, mi sembra leggermente ossessivo-compulsiva
Giulia, da quel punto di vista, a esser sincera, la batto dieci a zero
Io, per passione (e in teoria anke professione), scrivo. La grafomania appartiene al bagaglio genetico di tutto il ramo femminile materno, come la costellazione di nei sulla scapola sinistra e una lieve fotofobia al mattino. Cinque anni di liceo classico, tre anni di lettere e ore su Checov, Kafka e Calvino non riescono ad eguagliare il talento affabulatorio della mia genitrice o di mia nonna. Tutte e tre prepariamo però la migliore torta salata di Arzignano.
A una madre alla Bree Van De Kamp ho reagito, in modo involontario, diventando il perfetto opposto. La frase di rito di mamma verso di me e`:, per poi concludere che il mio modo e` sbagliato nonostante il risultato identico. baci a tutte, r.
Si e` mangiato una frase! porca! la frase di rito e` : chi te l`ha insegnato? io non faccio cosi`! ciao. Questa tastiera inglese, non capisco una mazza.
Coraggio: puoi sempre partecipare a un incontro delle Costellazioni familiari che ti spiegano come qualunque cosa noi facciamo o diciamo sia clonata da un parente, anche morto, di cui inconsciamente abbiamo preso il posto (!). Solitamente l’agnizione avviene inscenando uno psicodramma con gente che fa finta di essere i tuoi familiari. Credo di non aver mai letto nulla di più angosciante, ma ovviamente sta avendo un successone!
Ecco, questo è davvero terrificante… anche perchè andando indietro, molto molto molto indietro, immagino che i parenti si riducano, o meglio che tocchi andare a ricondursi a parenti comuni ad altre X famiglie, e poimagari va a finire che la zia acida che ho clonato ce l’ho in comune, che ne so, con la Lecciso… terrore.
Io credo di essere uno dei pochi esempi che la mela, a volte, può cadere vicino all’albero, ma poi rotolare ben lontana e prendere le “sembianze” del nuovo mondo esterno nel quale si è catapultata. Io e mia madre siamo davvero gli opposti, non ci somigliano nemmeno nelle unghie dei piedi (che meravigliosa immagine….)!!







2010