Poco meno di quasi il dieci per cento
Eravamo in sette.
Se ho contato bene, poco meno di quasi il dieci per cento dei partecipanti al workshop (teoria algoritmica dei giochi: giusto se siete curiose). Ci incontravamo nei bagni tra un seminario e l’altro, ci sorridevamo. Alcune erano studentesse, altre professoresse; una di queste era uno dei più importanti esperti mondiali nel campo. Una di noi era incinta.
Ora potreste immaginarvi un ambiente di camerata maschile in cui le fanciulle sono in disparte, imbarazzate.
Ecco: era l’esatto opposto. Non avevo mai provato così intensa la sensazione di un mondo in cui il genere non conta. Maschi, femmine, etero e omosessuali: era irrilevante, e in matematica l’irrilevante è inelegante, e l’inelegante si evita. Una sensazione di libertà esilarante, se non fosse che le idee che erano in circolo erano ancora più esaltanti: ma riflettendo a posteriori quella sensazione di libertà contribuiva a far circolare davvero quelle idee.
Ne chiacchiero con il marito una sera, lui ha una teoria: "se dividi gli esseri umani in quelli che sanno cosa è una macchina di Turing e gli altri, non puoi anche fare attenzione al sesso".
In effetti, eravamo poco meno di quasi il dieci per cento ad avere due seni: ma, a un rapido sguardo, eravamo in larga maggioranza ad esaltarci per una dimostrazione ingegnosa, a commuoverci, quasi; ad essere più o meno dipendenti dalla caffeina… a sapere cosa è una macchina di Turing, e – perfino – a vestirci nelle varie sfumature di un certo stile (sempre quella sera, io: "amore, arrivata in stazione capivo chi era un partecipante al convegno" lui: "amore, hai il geekdar").
Ora sono a casa, l’esaltazione un po’ sbollita. Mi chiedo se sia necessario passare per una divisione più fine per evitare questa barriera nelle nostre menti tra maschi-in-blu e femmine-in-rosa.
Spero di no, lo troverei poco elegante. Ed essendo un’aspirante matematica, lo vorrei evitare.
(Alan Mathison Turing. Nato a Londra nel 1912, uno dei padri della computer science, decrittatore dei codici nazisti – uno degli artefici della sconfitta di Hitler, quindi; maratoneta quasi olimpionico e giocatore di scacchi. Morto suicida nel 1954, dopo aver perso tutto o quasi per aver rivelato incautamente di essere omosessuale.)
Io so chi è Alan Turing dal 10 di marzo, perché il circolo Arcigay di Rimini è intitolato a lui, e andando insieme alla manifestazione di Roma siamo entrati in argomento. Vale nella divisione?
Non so, penso di sì. Ma soprattutto so che penso sia – a un certo punto – una divisione del cavolo.
PS: Evviva il circolo Arcigay di Rimini, i diritti glbt e la divulgazione scientifica penso siano tra i cardini dell’emancipazione…
(Illuminista, certo.)
orpo, anch’io ho il geekdar, e qualcuno dice il gaydar.
sono grave? scherzi a parte, lo troverei poco elengante anch’io, ma si sa, la vita spesso non e’ molto elegante.
Io c’ho un gaydar eccellente, per essere una donna etero.
Ma il geekdar non ce l’ho e lo voglio anche io.
Ecco.
Dove ci va e dove no il genere? Cioè, da un lato sono daccordo con te che in determinati ambiti è solo naturale andare un po’ oltre la questione di “io ci ho le pocce, tu ci hai i marroni”, d’altro la veerofemministadefero che vive in me mi bussa sulla spalla e mi fa notare che il superamento delle barriere di genere non prescinde ma discende dalla presa di coscenza di genere. Poi le faccio notare che stai parlando di un ambito alquanto circostritto e lei dice “sì, vero, hai ragione pure tu”… E a quel punto a me viene in mente che il problema è proprio che stai parlando di un ambito circoscritto.
Giulia:
Type: Bella domanda. Al detto convegno, la livellazione appariva effettivamente sul “maschile” – per restare sul vestiario/banale, le donne presenti erano tutte in jeans e golfone. Però quando senti i professori raccontare tutti orgogliosi di aver portato il loro pupo dal dentista, sembra anche che la libertà dagli stereotipi del proprio genere vada in due sensi.
A livello più profondo, gli schemi di relazione mi sembrano sempre abbastanza “maschili”: domande dirette, pochi sottintesi, eccetera. Però forse è anche l’Inghilterra; e anche io nei postumi di cinque anni di collegio femminile ho deciso che voglio essere un po’ più maschile da questo punto di vista – continuare a comunicare, ma con meno strati.
Quanto alla presa di coscienza, penso che debba venire sempre in un secondo tempo – o si finisce ad essere convinte di vivere mentre si sta parlando di noi stesse e basta. (Non sono una grande fan del femminismo degli anni ‘70, in questo: amo di più le suffragette…)







2012