L’eterno ritorno di Mignolo
Oh, non è che Joan Walsh mi abbia detto niente di nuovo. Sulla questione del bullismo (o trollismo, o sessismo, insomma: chiamiamo le cose con tutti i loro nomi) nei confronti delle donne che si espongono personalmente, in rete o altrove, mi sono già espressa in molte forme, ultima nell’ordine questa. E’ un argomento che ovviamente mi tocca, come tocca qualsiasi donna che abbia mai messo piede al di fuori del recinto degli stereotipi legati alla femminilità.
La maggior parte di noi si è vista recapitare via mail o commenti una delle seguenti frasi, con le varianti del caso:
- Scopa di più, vedrai che ti passa l’acidità
- Questa è una caduta di stile
- Sei troppo femminista
- Sicuramente sei una cicciona che non tromba (reprise del commento 1)
- Sei una cretina
- Suvvia, sciocchina, non occuparti di cose che non capisci (versione paternalistica del commento 5)
- Sei un cesso (nelle sue molteplici declinazioni, dal precisissimo al generalissimo).
Non ci vuole molto, per attirarsi questo genere di commenti. Basta avere un’opinione, e la pazienza (per non dire il coraggio) di articolarla con una certa direttezza. La direttezza, per la bloggeuse, è considerata un peccato mortale. La bloggeuse ideale ironizza, non argomenta. Ironizza su tutto: su se stessa, in primis, e su qualsiasi altro argomento, in secundis. Ironizza, alleggerisce, ingentilisce, decora, non sporca e la fa dentro la sua vaschetta. Tentare un’altra strada equivale ad indossare una minigonna per la strada dopo una certa ora: ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che te la sei andata a cercare.
Che gli attacchi siano legati al genere e non all’abilità dell’autrice è facile da verificare. Su un blog gestito da un uomo, il dissenso o l’antipatia difficilmente sfociano in commenti legati alla sfera sessuale, rarissimamente in critiche all’aspetto fisico. C’è poco da fare: una donna che scrive, legge, parla e pensa infastidisce molto di più del suo equivalente maschio. E va eliminata con ogni mezzo.
Ognuna di noi può raccontare storie più o meno gravi di tormentatori provenienti dalla rete. La gamma è piuttosto vasta: da quello che sniffa un tantino troppo e vede i draghi viola e le bloggeuse blu, a quello che ti segue a tutti gli eventi pubblici in cui sei presente per poi raccontare nel dettaglio quello che hai fatto e come eri vestita, a quello che non avendoti vista se lo inventa, a quello che ti scrive continuamente mail di ingiurie che tu peraltro non leggi (i filtri della posta elettronica li fanno anche per quello), fino a quello che ti minaccia fisicamente, forte del fatto che in Italia non esiste una legge sulle molestie degna di questo nome. Tutti malati di mente, d’accordo, ma alla lunga stancano.
Va da sé che cedere a questo genere di pressione è dare ai bulli (troll, misogini, quello che è) esattamente quello che vogliono: la prova provata che non vali niente, che loro hanno ragione. L’unica risposta possibile è continuare a fare quello che si è sempre fatto, mantenendo un occhio critico sul proprio operato e imparando a distinguere gli insulti dalle critiche.
Per questo l’articolo di Joan Walsh non mi dice niente che non sapessi: e sono pronta a scommettere che anche il resto di voi, qui, ha delle storie interessanti da raccontare in merito.
Mah, io mi riconosco abbastanza nell’identikit della blogger che ironizza (e ovviamente, essendo gattara, la fa anche dentro la sua vaschetta), e questa è una mia scelta, insomma mi piace così. Ma ciò non basta per allontanare commenti misogini. Sui post dedicati alle childfree mi sono arrivate cose tipo “sei una schifosa egoista e meriti di morire sola” (allegria) o mail dello stesso tenore. Ma di cosa ci stupiamo? Trattasi del prolungamento online di ciò che sentiamo nella vita di tutti i giorni, quando se a una donna girano sul lavoro ha le sue cose o “non ne ha preso” per troppo tempo (ah, le virtù taumaturgiche del belino!), se una è “un cesso” dovrebbe fare, ad esempio, solo la giornalista di carta stampata ed evitare di leggere il tg (mai sentito un commento simile sui giornalisti) e cose così. O pensavamo forse che l’animale uomo, approdato all’online, fosse improvvisamente diventato civile?
Barbara, però io da quando ti leggo ti ho vista ironizzare ma anche raccontare senza filtri. Non che una per essere presa sul serio non possa mai fare dell’ironia, ma è anche vero che c’è chi non va oltre quello. E non per mancanza di argomenti, ma per timore di esporsi, ho l’impressione.
Certo, probabilmente non è lo “stile”, se di stile si può parlare, nel raccontare le cose, ma il contenuto. Devo dirti però che la mia impressione è che a molte non interessi raccontare senza filtri. O forse non inteessa perché non “può” interessare: l’autocensura tipica femminile è così radicata da non accorgersi neppure che la stanno mettendo in pratica. Chissà che percentuale c’è di scelta, che percentuale di paura e che percentuale di quella odiosa vocina che dice “le donne devono parlare di rossetti, creme e argomenti frou-frou”.
A parte la 7, ho assistito personalmente a risposte come queste (non solo online, a dire la verità) date da donne ad altre donne. Le discriminazioni nei confronti delle donne e la misoginia non sono (purtroppo?) esclusiva dei maschi. Vero è che già sradicarle, o almeno scalfirle, nei maschi sarebbe fare il grosso del lavoro.
Troppe persone, maschi e femmine, tollerano meglio opinioni, critiche e quant’altro se espresse da un uomo. Cosa fare? Come farlo? Lo chiedo da maschio che si vergogna spesso dei suoi simili, ma che è forse un po’ pavido.
Anyway… forse c’è un ‘On the web’ di troppo nel titolo dell’articolo di Joan Walsh. Fuori dal web non è certo una festa.










2008