Radici
Ho portato due amici a fare un giro per la Sardegna.
Per mostrarli a loro, io stessa ho visto posti dove non ero mai stata. Ha un po’ ragione Marcello Fois, quando dice che noi sardi siamo turisti di noi stessi. Abbiamo visitato una Montevecchio fantasma, con i suoi monumenti di ferro corroso e l’odore di zolfo nell’aria bagnata. Siamo stati in una Tempio umida e nebbiosa, abbiamo percorso l’incredibile strada tra le querce secolari che la separa da Olbia, 50 kilometri di tronchi denudati dal sughero. Ci siamo infilati in Barbagia, accolti da una Orgosolo ricamata di murales, nel mondo delle maschere deformi dei demoni sonanti, tra ricordi di riti dionisiaci, tracce di romanità squadrata, case di fate con telai d’oro, ombre di pozzi magici, di riti animisti, di dolmen eretti a misteriosi dèi, di nuraghi come capezzoli di un seno senza più latte.
Antichi Shardana, Punici, Romani, Fenici, Arabi, Aragonesi, Pisani…
Quello che siamo è il frutto di mille incontri culturali, di lotte secolari per costruire una identità che comprendesse tutto, senza escludere noi stessi. Non siamo divenuti vera parte di nessuna delle civiltà e delle culture che ci hanno schiaffeggiati o accarezzati, ma esse sono svanite e noi sopravvissuti, qualunque cosa siamo adesso.
Torno a casa incinta di passati che sono miei in molti modi, giusto in tempo per sentire l’ennesima filippica papale sulle radici cristiane d’Europa.
Sorrido, io che sono frutto di mille innesti.
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2012