La festa della gonna
Niente più gonne fru-fru. Né camicette di chiffon.
Basta ballerine con il fiocchetto.
Ho cambiato modo di vestirmi da quando vivo a Roma e qualcuno crede che sia perché l’aria di città mi ha reso meno provinciale. Provinciali.
Se mi metto sempre i jeans e le scarpe da ginnastica, le magliette informi con la faccia di Lupin e le felpe da taglialegna norvegese, è semplicemente perché ho paura. Roma è pericolosa. Lo è per tutti, ma per le donne lo è innegabilmente di più.
E poi uno dice: non scrivi niente per la festa della donna.
Non è che ho paura perchè i romani sono più stronzi degli altri, ma perché il tessuto urbano disgregato dall’estraneità permette che possano avvenire pubblicamente cose che altrove, in contesti più stringenti, sarebbero impensabili. Nell’ipotetico caso in cui qualcuno mi molestasse in piazza Eleonora ad Oristano, entro pochi minuti arriverebbe qualcun altro a chiedere se ci sono problemi, prova evidente che la principale forza dell’ordine è la gente compartecipe, non la polizia. A Roma questo non avviene, quindi i problemi che eventualmente sorgessero me li dovrei sbrigare da sola. E ammettiamolo, è molto più facile affrontare un problema con le scarpe da ginnastica che con un tacco da sei centimetri che non vede l’ora di infilarsi tra due sampietrini mentre corro. E poi uno dice: non hai scritto niente per la festa della donna.
Ho statisticamente provato su me stessa che meno assomiglio a una donna, meno problemi sorgono, perché mettere una camicetta femminile a certe ore e in certi posti equivale a “cercarsela”. Se esco a cena a casa di amici e so che dovrò rientrare con l’ultima metro alle 23, nemmeno la parte di me più fashion victim mi convince a non vestirmi come un pescatore del Baltico. Nei miei giri su internet qualche giorno fa leggevo il sito di una Chiesa Evangelica che voglio visitare e ho visto che organizzano anche campi scuola per omosessuali di ambo i sessi. Tra le attività proposte per le lesbiche c’è un laboratorio di drag king, ovvero di travestimento maschile. Mi ha colpito la testimonianza di una di queste donne che ha confessato di aver sperimentato per la prima volta, solo perché travestita da uomo, la totale sicurezza di non correre il minimo pericolo nemmeno al buio in quartieri poco frequentati. Era come essere invisibili, non ero più potenziale preda nemmeno di uno sguardo
. A leggerla mi sono intristita, perché nell’attività di quel laboratorio ci sono i contorni della stessa volontà che muove me a infilarmi cose informi, il meno femminili possibile, anche solo per andare alla stazione ostiense a comprare il latte. E poi uno dice: cosa ne pensi della festa della donna.
Sarà anche vero che sono una donna che lavora e vivo sola e mi mantengo senza un uomo. Però quando vado a far spesa a Testaccio e vedo tra i banchi le domestiche filippine dei ricchi dell’Aventino e di San Saba, penso che ha ragione Francesco Costa, che qualunque presunta emancipazione femminile non è fondata sulla reale redistribuzione dei compiti tra l’uomo e la donna, ma sul fatto che ci sono altre donne che fanno le cose di cui un tempo eravamo noi ad occuparci. Badanti, colf, babysitter: un esercito di creature che spesso ha lasciato la famiglia dall’altra parte del mondo. Gli abbiamo solo passato il testimone. E poi uno dice: facciamo la festa della donna.
Come no, facciamola. Dammi il tempo di infilarmi lo scafandro, dare indicazioni alla colf e poi ti raggiungo.
Il principio del burqa, direi.
Sulla questione “dietro una grande donna c’è sempre una grande colf” hai in parte ragione; in parte, molte di noi cercano di fare del proprio meglio senza dover pagare qualcuno che faccia i lavori di casa al posto nostro. Non è facile. Ma per le precarie croniche è l’unica scelta possibile.
Io nel mio piccolo faccio la mia per portare equilibrio nella Forza: vivendo da solo ed essendo precario cronico (anzi, al momento son proprio disoccupato) faccio tutto da me, dalla cucina alle lavatrici allo stiro; pure qualche bottone riattaccato.
C’è che, peraltro, anche se vivessi in coppia non mi piacerebbe demandare. Mi parrebbe appunto d’avere la servetta e la cosa non mi piacerebbe per lei, ma nemmeno per me.










2008