Sorelle d'Italia

Viva, viva, viva l’Inghilterra

La mia amica Irene lavorava in una multinazionale. Rimase incinta (era sposata da un po’) e andò in maternità, come era garantito dal suo contratto. Al suo rientro, scoprì che era stata retrocessa nelle sue mansioni. Era una laureata in Traduzione alla severissima Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste, e all’interno dell’azienda svolgeva un ruolo qualificato, ma questo era prima di farsi venire la pazza idea di mettere al mondo un figlio. Da quel punto in poi, per i suoi datori di lavoro lei era buona al massimo per fare la segretaria.

Storie così, in Italia, sono all’ordine del giorno. Già due Papi ci hanno messo il carico da undici, specificando che il compito fondamentale di una donna è quello di essere sposa e madre, e che questi ruoli vanno tutelati: un assist meraviglioso per i legislatori che, lungi dall’interpretare l’indicazione come un invito a facilitare la vita alle madri che lavorano, si sono aggrappati all’idea che, alla fin fine, alle donne non interessi progredire nella loro carriera, guadagnare bene, ricoprire incarichi di responsabilità. Perché mamma è meglio, e dovendo scegliere, sceglieranno sempre i pupi senza mezzo rimpianto. O una cosa o l’altra, signore belle, cosa vi aspettavate?

Fortunatamente per le donne inglesi, a capo della Chiesa Anglicana c’è un’altra donna. Non so se sia per quello, o solo perché si tratta di un paese più civile (me lo potrebbe dire lei: che spero arrivi presto), ma la loro Corte Suprema ha decretato che tutto il tempo che una donna trascorre in maternità deve essere contato come servizio effettivo, e che al suo ritorno la lavoratrice non deve essere in alcun modo penalizzata. Insomma, se sei stata in maternità anche un anno, e nel frattempo hai maturato i diritti a un aumento o a una promozione, è come se tu fossi sempre stata lì.

Per funzionare al meglio, la decisione dovrebbe essere applicabile anche ai padri che decidono di accollarsi una parte del permesso di maternità. In Italia, per quando ho potuto appurare, questo è possibile nelle prime settimane di vita del bambino, ed è obbligatorio solo se la madre è morta, inferma o ha abbandonato la prole (i.e. solo una cattiva mamma o una mamma morta possono non prendersi cura del loro bimbo personalmente).  In Inghilterra, la legge garantisce agli uomini fino a due settimane continuate di paternità pagata (paternity leave) , oppure un periodo di aspettativa non pagata (parental leave). Anche qui, la parità dei sessi è lontana. Se da un lato è vero che i primi mesi di vita di un bambino sono legati strettamente al corpo della madre, specialmente se questa allatta al seno, è anche vero che dopo lo svezzamento (che avviene di norma intorno al quinto-sesto mese) un padre dotato di pollici opponibili può perfettamente prendersi cura del pargolo da solo: lo farebbe più volentieri, forse, se non temesse di essere retrocesso. In assenza di un incentivo, è difficile che un uomo faccia una scelta che potrebbe danneggiare non solo la sua carriera, ma anche il benessere economico della famiglia, soprattutto se (come è probabile) è lui a guadagnare di più.

L’Italia, dopo la Svezia, è il paese con i congedi di maternità più lunghi d’Europa. Non strettamente necessari, verrebbe da dire: siamo un paese di precarie, e le kamikaze che decidono di procreare in assenza di garanzie sociali lavorano fino all’ottavo mese, partoriscono, allattano e poi tornano a lavorare con la velocità del fulmine, sempre ammesso e non concesso che abbiano a disposizione un nido o una nonna a cui affidare la progenie. In assenza di tutto ciò, rimangono a casa: a volte, col tempo, riescono ad immettersi nuovamente sul mercato del lavoro. Altre volte, perso il vantaggio competitivo, si rassegnano a lavori non qualificati o alla casalinghitudine. Non sono in pochi a brontolare per l’eccessiva lunghezza dei congedi parentali in Italia, accusando le donne di farne un uso strumentale per rimanere a casa "a non far niente, pagate" (come se un figlio fosse "non far niente"). Accorciare i congedi, o renderli parzialmente obbligatori anche per gli uomini, garantendo condizioni di rientro parimenti vantaggiose per entrambi i sessi, potrebbe essere un modo molto efficace per aumentare la condivisione delle responsabilità.

Insomma, urrà per l’Inghilterra che facilita la vita alle sue donne. Ché qui, in tutto questo cianciare di "politiche per la famiglia", gli aiuti alle madri lavoratrici restano un tabù.

14 marzo 2007
10:30, mercoledì
Giulia Blasi
Filed under : Esteri, Proposte
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Commenti : 11
 
11 commenti

(#) Quello che disse Domiziano Galia

mercoledì 14 marzo 2007 alle 18:06

1

Sull’Inghilterra non si discute. Però, Inghilterra o Italia, io sconsiglierei vivamente di mettere al mondo un figlio finché si è lavoratori precari: bambino o non bambino potresti restare a casa il giorno dopo. E con una bocca in più, forse non è mica il caso.
Che poi ci sia il concreto rischio di andare verso una società ove il precariato si allarga a macchia d’olio anziché fungere da pezza, come avrebbe dovuto, certo non aiuta.
Per quanto riguarda l’aspetto svezzamento: io son di quella scuola di pensiero per cui la scuola dovrebbe essere gratuita (che però non dovrebbe voler dire fatiscente) fino ai 18 anni, nidi compresi quindi.
Insomma, da fare ce n’è tanto. E non son così convinto non ci siano i mezzi: senza scomodare le prebende parlamentari, ce ne sono in giro di sacche di sprechi dalle quali si potrebbero trarre le risorse necessarie. E’ che le priorità dell’Italia son altre. La riforma elettorale. Certo.

(#) Quello che disse Giulia

mercoledì 14 marzo 2007 alle 18:19

2

Effettivamente il problema è proprio che precari, oggi, si nasce e si muore. L’assunzione, come prevista dalle vecchie leggi, è morta. Siamo un plotone di Co.Co.Pro, partite IVA dalla movimentazione occasionale, collaboratori senza contratto che emettono note di compenso, tutti con retribuzioni che sicuramente non forniscono copertura per i momenti di inattività, le malattie, e quindi nemmeno la maternità.

In queste condizioni, si sceglie il male minore: rinunciare ad essere genitori perché non ci sono abbastanza soldi, o tirare la cinghia per poter realizzare un progetto di famiglia?

(#) Quello che disse Domiziano Galia

mercoledì 14 marzo 2007 alle 20:19

3

Alla fine dipende dalle teste: una coppia in gamba ce la può fare, colmando le mancanze con l’intelligenza. Ma una coppia che lavora solo lui e fanno cinque figli e poi si lamentano perché vengono sfrattati perché non possono pagare l’affitto?

(#) Quello che disse Giulia

mercoledì 14 marzo 2007 alle 20:48

4

Ma qui non si sta discutendo di cinque figli. Si discute di uno: uno è già un casino!

E’ per questo che è necessario (MOLTO necessario) fare una politica seria di aiuto alla famiglia. Non nel senso bigotto e idiota dei Mastella e dei Buttiglione: nel senso di incentivi al congedo parentale per gli uomini, nidi aziendali, nidi comunali gratuiti o a costi contenuti (arrivano a costare come un affitto, o giù di lì), e una politica del lavoro meno punitiva nei confronti di tutti.

Addavenì!

(#) Quello che disse FulviaLeopardi

giovedì 15 marzo 2007 alle 09:30

5

Giulia, pure tu dovresti saperlo che ultimamente le politiche pro-famiglia riguardano l’opporsi strenuamente ai DICO
Quanto alla domanda rinunciare ad essere genitori perché non ci sono abbastanza soldi, o tirare la cinghia per poter realizzare un progetto di famiglia?, non saprei: conosco una cifra di precari sposati, e già tirano la cinghia senza figli…

(#) Quello che disse Giulia

giovedì 15 marzo 2007 alle 09:54

6

Sì, il mio fidanzato e io apparteniamo a questa seconda categoria.
Per il resto: sì, l’ho detto anche nel post…

(#) Quello che disse Alessio

venerdì 16 marzo 2007 alle 10:33

7

Qualche anno fa c’era qualcuno che già aveva previsto tutto e cantava a squarcia gola quella canzone, quella che ha poi toccato almeno 2 generazioni: GOD SAVE THE QUEEN.
Bah, non so se un giorno sarò padre, non so se un giorno vorrò esserlo, certamente non ho ambizioni dal punto di vista lavorativo e questo potrebbe facilitare il tutto…

(#) Quello che disse restodelmondo

sabato 17 marzo 2007 alle 03:48

8

Qui in Inghilterra non è tutto perfetto: in molti lavori (soprattutto in finanza) se sei donna devi comunque fare il doppio della fatica per avere metà dei risultati. Però nel “senso comune” è presente che le disuguaglianze siano (almeno in generale) qualcosa da combattere, e le donne non sono certamente trattate (e non si fanno trattare) da soprammobili con le tette come in Italia: ed è questo “senso comune” che penso faccia buona parte della differenza.

(#) Quello che disse giuliana

lunedì 19 marzo 2007 alle 18:17

9

da mamma demansionata, solo qualche osservazione. in realtà la legislazione italiana tutela molto bene le mamme, così come tutela i papà, i quali possono godere di un periodo di congedo parentale non retribuito della stessa durata di quello previsto per le mamme, fino al terzo anno d’età del bambino. il fatto è che, se l’azienda scoraggia caldamente le mamme, altrettanto fa con i papà. a questo aggiungiamo che l’idea di congedo parentale è talmente lontana dalla testa dei nostri mariti/compagni, che difficilmente essi stessi riescono a sostenere anche solo la necessità di mezza giornata di permesso per portare il figlio dal pediatra. morale, i figli “li scontano” solo le mamme.
spesso i congedi lunghi sono figli di più o meno meditate vendette verso l’azienda. io ho lasciato il lavoro all’ottavo mese di gravidanza e sono rientrata quando mio figlio ha compiuto sei mesi, che vuol dire essere stata via poco, tutto sommato, e so di non essere la sola che, a un certo punto, se fosse rimasta ancora a casa sarebbe andata fuori di testa.
credo che il problema sia culturale, e che possa essere superato solo se le donne acquisiranno potere (come arrivarci non importa, se necessario si opti per le quote rosa, in fondo anche in svezia hanno iniziato così), e se avranno il coraggio di sostenerlo.
piacere di leggervi, sorelle :)

(#) Quello che disse Giulia

lunedì 19 marzo 2007 alle 18:27

10

Piacere nostro, Giuliana :)

11

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