Sour sixteen (breve biografia)
Parto da me. E’ più facile.
Avevo sedici anni quando ho rinunciato alla Festa della Donna. Allora non conoscevo le sue origini, ma era un otto marzo, e io sono andata da mia madre a dirle "Perché devo essere festeggiata? Mi sto per caso estinguendo? Non sono un panda." Ho impiegato i successivi diciotto anni a schivare auguri e a cercare un modo gentile per spiegare come mai non volessi essere omaggiata una volta l’anno e insultata per tutto il resto del tempo in virtù del fatto che non ero un uomo.
Dipende forse dal fatto che, come molte ragazze brutte, non ce l’ho avuta facile. Tra che erano gli anni ‘80 (un pessimo momento per portare gli occhiali, o per avere i capelli) e il fatto che crescevo come una pianta di fagioli e tutti i vestiti mi andavano corti, subito, appena comprati, e la crudeltà non indifferente devastante degli adolescenti-bene della Pordenone-bene nel liceo-bene che frequentavo, ho un ricordo della mia adolescenza abbastanza orrorifico. Poi si cresce, eccetera. O dipende forse dal fatto che non ero solo brutta, ero anche piena di parole che non sapevo a chi dire, né come dire.
Con gli anni, la mia percezione si sarebbe affinata di parecchio. Per appropriarmi della qualifica che mi definiva e che mi definisce tuttora – femminista - ci sarebbe voluto molto tempo, non saprei dire quanto né quando sia avvenuta la presa di coscienza. Non senza fatica, ché "femminista" è diventata una parolaccia che neanche le femministe usano volentieri. Femminista non perché volessi ridurre il maschio in servitù o sbarazzarmene (avrei sentito troppo la mancanza dei miei migliori amici), e nemmeno perché credessi nell’intrinseca superiorità delle donne. Sono una donna, non mi sento superiore a nessuno, né intrinsecamente né altrimenti. Ma credevo – e credo, fortissimamente – che fosse necessario affermarsi come persone, prima ancora che come femmine. Pretendere rispetto, offrire integrità, evitare di usare la seduzione per farsi strada nella vita o nel lavoro, non avere paura di parlare, di pensare, di agire, non adeguarsi ai canoni se i canoni non ci appartengono. Scegliersi una strada e camminarci sopra, possibilmente ignorando i cartelli "Vietato entrare".
Praticamente una fatica della madonna, perché essere femmine, a saperlo fare, è tanto più riposante. E non è una prerogativa delle molto bone. E’ una cosa a portata di tutte, basta accorciare le gonne o abbassare le scollature, a seconda dell’equipaggiamento, sbattere le ciglia, non mostrare intelligenza, non protestare, non alzare la voce, accettare tutto. Immaginatevi come sarebbe l’Italia adesso se Lina Merlin, Teresa Noce, Franca Viola, Adele Faccio e Franca Rame, per dirne solo alcune, non avessero alzato la voce. Ecco, se proprio devo scegliere se ispirarmi a queste signore o a Elisabetta Gregoraci… ma che ve lo dico a fare.
Comincio da me, per vedere dove vado.
La prima volta in cui le parole di cui ero pieno che non sapevo a chi dire, né come, sono state capite – e per la prima volta non mi sono sentito anormale – è stato quando le ho detto ad una donna. Ma non in quel senso. Una donna come amica, o amico. Bella, ma di una bellezza non canonica e soprattutto tosta, molto tosta, con una testa così. Che poi è come piacciono le donne a me. Ma per quanto tosta, per quanto “con le palle”, come a volte si suol dire, non per questo disdegnava l’8 marzo.
Il problema dell’8 marzo è, in realtà, il resto dell’anno. E questo è quello che è. Per come la vedeva lei, e per come la intendo io, è – dovrebbe essere – il contrario: il valore dell’8 marzo dovrebbe stare nel fatto che il resto dell’anno si è pari e l’8 sia quando noi maschietti stendiam la giacca sulle pozzanghere.
Che poi, in realtà, non è neanche così. Non ho bisogno di aspettare l’8 marzo per stendere la giacca. Ma questo non ha niente a che fare con questioni di superiorità o estinzione: anzi, al contrario, è assai più probabile che la stenda per una che mi mangia in testa. (E, peraltro, per me la seduzione va di pari passo con l’intelligenza, per cui. Ma io non faccio testo.)
Riguardo all’otto marzo, il problema è che la memoria delle sue origini è persa in mezzo al sapore da sagra di paese di questa festa. Si ricordasse come, e in seguito a cosa, è nato, sarebbe un grande passo in avanti, o no?
Questo però non è un problema dell’otto marzo in sé, ma di tutte le feste mi pare.
Giusto allora ricordiamole le origini dell’otto marzo.
Eccole qui:
Una “festa” inventata
di Vittorio Messori
Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 107.
C’era una volta la festa di Sant’Agata, era la protettrice delle donne non maritate e delle madri che allattano, in molti posti il 5 febbraio è dedicato alle donne, con processioni, feste patronali, si fa il pane di Sant’Agata a forma di mammella (alla giovane Agata erano state tagliate le mammelle durante la persecuzione).
[vedi nella sezione SANTI la storia di Sant'Agata].
Oggi se ancora si festeggia, lo si fa con un misto tra goliardia e fede.
Gli uomini cucinano e servono a tavola, oppure accudiscono i pargoli e le donne si trovano tra loro a festeggiare.
Poi venne il ‘68, la rivoluzione sessuale, le rivendicazioni femministe, e nacque la festa dell’8 marzo.
La leggenda narra che una femminista tedesca, Clara Zetkin durante il Congresso socialista di Copenaghen, propose la data dell’8 marzo, per la giornata internazionale della donna, in ricordo d un gruppo di donne arse vive all’interno della fabbrica nella quale lavoravano, e nella quale il datore di lavoro le aveva rinchiuse.
Da quel giorno si festeggia l’8 marzo, regalando mimose (fiore umile e puzzolente, ma reperibile in quel periodo). Scopriamo però, leggendo Messori, che si tratta di una bufala.
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C’erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c’era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l’8 marzo 1908, a New York.
Storia molto commovente, con un solo difetto; che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la “Giornata della donna” era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica, ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c’entravano. E neanche il mese di marzo.
Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129…







2010